Un debutto, seppur non assoluto, porta con sé un margine di indulgenza, ed è giusto sia così; si guarda un lavoro che incontra il pubblico per le prime volte, con tutto ciò che di non ancora assestato questo comporta. Le statue di sale, scritto, diretto e interpretato da Marianna Adamo, e andato in scena al Teatro Belli di Roma dal 23 al 25 ottobre, quel margine se lo gioca presto, anzi ancor prima di spegnere le luci. Lo spettacolo, infatti, inizia con quasi mezz’ora di ritardo sull’orario di locandina e in una sala piccola come quella di piazza Sant’Apollonia, dove si siede a pochi metri dal palcoscenico, l’attesa a luci accese si fa sentire più che altrove.
Quando si inizia, a sipario chiuso, si parte con un lungo prologo (a metà tra un soliloquio e un monologo) affidato a Morgan, personaggio che per i novanta minuti successivi si intrometterà con insistenza nella narrazione, nel doppio ruolo di Deus ex machina e di Master del gioco a cui lo spettatore è chiamato ad assistere. Quando il palcoscenico si svela, la scena è quasi vuota: un tavolo al centro con sopra un pupazzo; un piccolo leggio; uno zaino; una sacchetta di plastica e tre sedie. La povertà dell’allestimento è una scelta dichiarata e perfettamente difendibile, nelle note di regia Adamo scrive che la scena è scarna e che «a colorarla sono i personaggi», e un teatro di parola affidato per intero agli interpreti resta una delle scommesse più nobili che si possano fare.
Anche la premessa ha una sua forza. Il mondo sta per finire e Siria, Don Marco e Samuele, si ritrovano chiusi in una stanza fuori dal tempo, con Morgan che annuncia il macabro gioco a cui verranno sottoposti: solo due di loro si salveranno, mentre il terzo verrà tramutato in una statua di sale. Un dispositivo di sopravvivenza al chiuso, con regole imposte e un arbitro che è giudice e carnefice ma che perde il suo interesse dopo pochi minuti.
Le statue di sale: un mappazzone insipido
I fan di Masterchef e Bruno Barbieri apprezzeranno la citazione che tristemente si affibbia allo spettacolo, ma è tristemente calzante, a partire dal testo. Scritto per accumulo e mai davvero ricomposto in qualcosa di organico, mescola registri che non convivono. Non si capisce mai se dei personaggi si debba ridere, se si debba ridere con loro, o se i traumi che vengono via via esibiti e svelati (da un Morgan che sembra avere paura di essere crudele, chissà perché) chiedano di essere presi sul serio. Ogni volta che una scena sembra assestarsi su un tono, la successiva la smentisce, e l’effetto finale è quello di un disorientamento più che di un’ambiguità voluta.
A questo si aggiunge il modo in cui i personaggi, Morgan in testa, interpellano la platea. Le domanda, o pseudo tali, rivolte al pubblico hanno il tono di quelle che si usano negli spettacoli per ragazzi in età scolare, quando bisogna tenere la sala concentrata. Un espediente che, in uno spettacolo pensato per adulti e soprattutto in una sala così di nicchia che accoglie un pubblico abituato al teatro, suona fuori misura segnalando una sfiducia preventiva nella capacità dello spettatore di seguire autonomamente le vicende.
Il risultato è che la narrazione non arriva mai a un punto riconoscibile. Il finale, anziché sciogliere la partita o assumersi il peso di una tesi, si adagia sulla costruzione, molto debole, che l’ha preceduto e lascia le cose dove le aveva trovate. Da un testo che mette in scena una selezione tra chi si salva e chi no, ci si aspetterebbe una qualche presa di posizione, anche sgradevole; posizione che non arriva e l’impressione è quella di una prudenza che costa cara.
Volume alto, tensione sotto zero
Ed è proprio la regia a far collassare un impianto già debole, e lo fa con una strana coerenza. Ogni scelta sembra discendere dalla diffidenza verso il proprio materiale di partenza. Le statue di sale sembra non fidarsi di sé stesso; non si fida che una battuta regga da sola, che un silenzio tenga la sala, che lo spettatore intuisca chi si nasconde dietro le maschere che i protagonisti indossano. Da questa sfiducia nasce un sistematico sovraccarico.
Lo stesso principio governa la direzione degli attori, e qui il danno è ancora peggiore poiché colpisce l’unica vera risorsa drammaturgica dello spettacolo. Marianna Adamo, Matteo Fasanella, Lorenzo Martinelli e Giuseppe Coppola sanno stare in scena, e lo si vede nei rari passaggi in cui viene concesso loro di abbassare il ritmo e di stare su una battuta. Per il resto il registro è uno solo, altissimo, dal primo all’ultimo minuto. Si urla per minacciare, supplicare, per fare una domanda. Adamo in regia sembra aver scambiato il volume con l’intensità drammatica, il che porta a due conseguenze immediate. La prima è strutturale: se il testo parte coi giri alti, nel corso dello spettacolo non resta nessun margine per salire di tono e di ritmo, e i momenti che dovrebbero rappresentare un punto di svolta si banalizzano. La seconda conseguenza riguarda i personaggi, che gridando tutti allo stesso modo e perdono il timbro che li distinguerebbe, la personalità. Inoltre, in una sala raccolta come quella del Belli, dove il pubblico siede a pochi metri dagli interpreti e un sussurro arriverebbe in fondo senza alcuno sforzo, questa scelta diventa anche una piccola scortesia verso chi ascolta.
Un dramma da camera senza niente da svelare
Se si prova a definire Le statue di sale, l’unico modo che viene in mente è quello di dramma da camera: tre figure (più una), uno spazio chiuso e nessuna via d’uscita. Ed è proprio il confronto con questa forma a risultare impietoso. Laddove il Kammerspiel, “inaugurato” da Max Reinhardt con Spettri di Ibsen nel lontano 1906, vive di una tensione che si rende palpabile nella recitazione contenuta e intima dei protagonisti, di un punto verso cui la parola spinge e della destrutturazione progressiva di ipocrisie e sicurezze; in Le statue di sale la tensione non si accende mai, il punto d’arrivo resta ignoto anche a spettacolo finito, e le maschere pirandelliane evocate nelle note di regia si tolgono senza che sotto compaia nulla che valga la fatica di guardare.
Quel che rimane, purtroppo, sono novanta minuti che non trovano una giustificazione, e il tedio è l’esito quasi inevitabile. Dispiace soprattutto per la premessa drammaturgica, che aveva una sua forza, e per un cast che meritava indicazioni diverse.
