“Tu (non) sei il tuo lavoro”, il teatro raffinato ma che a volte non aggiunge

8 Marzo 2024

“Tu (non) sei il tuo lavoro” andato in scena dal 13 al 18 febbraio, al Teatro Belli, per la rassegna Expo dedicata alla drammaturgia contemporanea, è un progetto artistico che ci ha convinto a metà. Forse anche meno, perchè quello che rimane, una volta abbandonata la platea, è il dubbio che sia mancata l’innovazione nel messaggio.
Il testo dello spettacolo, scritto dalla pluripremiata Rosella Postorino, è sì una raffinata indagine del vicolo cieco cui conducono le aspettative di realizzazione dei giovani neo-laureati di oggi. Delle difficoltà, in Italia, di coniugare stabilità economica e progetti di vita, sentimentali e famigliari. Delle tare patriarcali, maschiliste e misogine, delle ingiustizie che come macigni bloccano l’evoluzione di generazioni in preda al disagio ma prive di sponde, a volte nemmeno nella persona con cui si dividono le mura domestiche. Ma, al netto di una scrittura originale ed espressiva, manca il guizzo che “aggiunge” un mattoncino alla trattazione di un tema che da tempo occupa i palchi dei teatri. Non che sia necessario aggiungere, precisiamo, ma avrebbe e di parecchio alzato il livello di questa produzione firmata Accademia Perduta Romagna Teatri.
Anche perchè, d’altra parte, è parso efficace e poetico distribuire la drammaturgia a due voci – quelle degli attori in scena – costantemente in confronto. Una Lei ed un Lui che argomentano, dibattono, come fossero il fuori e dentro della medesima persona. Ora con toni amari e drammatici, ora con leggerezza e pervicace ironia. Gli interpreti, Maria Lomurno e Francesco Patanè, sono affiatati, espandono con il corpo il loro raggio d’azione ma non riescono appieno ad entrare nella dimensione catartica che richiede il palcoscenico. Prova ne sono gli sguardi rivolti e ripetutamente al pubblico, meccanismo che ben si abbina ad uno spettacolo di stand-up comedy, ma in questo caso è parso fuori luogo.
Anche la regia, a cura di Sandro Mabellini, ha lasciato punti interrogativi. Passa l’allestimento minimale, ma l’insieme e la simbologia del mare sono apparsi poco legati all’essenza del testo. E sono mancati anche dei cambi di scena, con il risultato di uno sviluppo statico.

“Tu (non) sei il tuo lavoro” è uno spettacolo che riteniamo di sicuro potenziale, ma con ampi margini di miglioramento.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

Il tabù della maternità

«Quando i libri non ti lasciano in pace li porti