Teatro Vascello e le famiglie prigione. Convince l’adattamento di “4 5 6”

9 Marzo 2024

La storia raccontata da “4 5 6” è specchio dell’immagine di un paese, l’Italia, che fonda la propria struttura di popolo e di nazione sul nucleo famigliare. Famiglia che dovrebbe essere ricovero e rifugio, e che invece può tramutarsi in trappola, gabbia di ignoranza, ricettacolo di divisioni, odio e rancori.
Il compianto Mattia Torre scrisse, nel 2011, un testo che ha lasciato il segno nel mondo dello spettacolo tricolore. Fino ad arrivare all’ adattamento prodotto da Marche Teatro insieme a Nutrimenti Terrestri e proposto in cartellone da Teatro Vascello a Roma dal 27 febbraio al 3 marzo.
Uno spettacolo potente, che sa di quel Sud più nascosto e genuino, quanto abbandonato dalle istituzioni e isolato anche rispetto alle piccole comunità locali. Nella casa abitata da padre, madre e figlio, regnano tensioni e prevaricazione. Gerarchie d’età e di genere. A cominciare dalla presenza nell’aria di chi non c’è più, quella nonna simboleggiata da un sugo che cuoce da tempo indefinito sui fornelli.

I personaggi sono in tensione e in perenne conflitto tra di loro, l’atmosfera deteriore del modesto ambiente domestico si riflette nelle espressioni torve e nell’incedere sofferto dei corpi. Schiene rattrappite, voci che somigliano a versi del mondo animale. L’aria che si respira è pesante, la svolta potrebbe arrivare dall’ingresso in casa di un ospite, ma è un condizionale precario. L’altra svolta, quella reale e possibile, il trasferimento nella metropoli del figlio, viene subito negata dal panciuto patriarca.
E così il cerchio privo di inerzia non si chiude, anzi si ferma. Con un esito finale che – la matematica insegna – è inoppugnabile.

Un grande plauso agli interpreti, Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Cristina Pellegrino e Giordano Agrusta. Appieno nei rispettivi personaggi, tragi-comici e iconici, abili ad espandere i propri caratteri con il dinamismo e le movenze dei corpi. Estremamente curato anche l’allestimento scenico, con i tempi di regia e l’incedere della giornata scanditi da elementi inattesi, come l’insaccato che nel muoversi come un pendolo orizzontale personifica la minaccia di un tempo che – tuttavia – non sortisce cambiamenti. Anche la lingua in uso per comunicare risale alle antiche civiltà. Nulla si modifica, tutto si trascina in un immobilismo atavico. Si mangia e si beve, si sopravvive. Ma la vita, forse inizierà nell’aldilà, o in una nuova incarnazione.


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