Un Falstaff brutalista!

22 Ottobre 2026

di Emiliano Metalli

C’è un’anima seriosa nel Falstaff che Tatjana Gürbaca firma, con la direzione musicale di Michele Mariotti, al Teatro dell’Opera di Roma? 

Probabilmente sì. 

È un giudizio di merito? 

Certamente no. Piuttosto una opinione. Opinabile come tutte le opinioni, ma curiosamente condivisa. 

La seriosità si intuisce, senza preconcetti, da un certo dinamismo frenato, dall’assenza di un tocco malinconicamente comico, quando non apertamente farsesco, che accompagna tradizionalmente questo titolo, dall’accenno a uno sguardo bonario verso il protagonista e alcune delle figure che gli ruotano attorno. 

Insomma, una attitudine alla commedia che pure tutti riconoscono – almeno in area italiana – a questo estremo capolavoro verdiano in questo allestimento è attenuata, quando non perseguita, in favore di una medietas pregevole eppure non troppo convincente. 

Le aspettative vengono deluse? 

Forse. Non importa. Si sa che il pubblico non è quasi mai completamente soddisfatto. 

Ma a fronte della apparente seriosità, va riconosciuto a Gürbaca che l’idea registica sa soffermarsi su alcuni piccoli e interessanti dettagli naturalistici. Gesti, sguardi, atteggiamenti, rapporti nello spazio che confermano un’attenzione più acuta alla costruzione del personaggio, alle sue relazioni e inseriscono la vicenda in un naturalismo il cui esito resta tuttavia palesemente scomodo nella scena finale. La burla che dovrebbe avere connotazioni fantastiche e magiche si risolve in una specie di party salottiero e borghese. 

Le scene di Henrik Ahr sembrano ispirarsi al Brutalismo, complice il grigio di un cemento armato a vista e l’assenza di ogni possibile elemento estetico o cromatico, ma la pedana girevole con archi e finestre fa pensare – almeno ai romani più incalliti – alla scenografia pensata per il Rugantino di Garinei e Giovannini. 

Purtroppo poco o nulla delle potenzialità della pedana viene impiegato per accrescere il movimento e il dinamismo nelle scene, dove regnano ambienti statici e monumentali, citazioni di una Milano anni Cinquanta, dei suoi bar e delle sue stazioni piene di borghesi annoiati.  

Poco briosi anche i costumi di Silke Willrett, le cui riuscite migliori, proprio perché più esilaranti, sono l’enorme pantalone di Falstaff e gli abiti delle tre comari nella mascherata finale, in cui l’inversione dell’attributo delle corna genera qualche domanda su chi sia realmente gabbato! 

Di tutti, però, forse la sola Quickly è centrata nel look come un “personaggio”, nel senso di “completamente” riuscito. Non che gli altri abbiano abiti di cattivo taglio o solamente inopportuni nel contesto, ma l’abito verde di Quickly con la sua pelliccia di pessimo gusto si adatta coerentemente con il mondo che la regia sembra avere in mente. 

Nulla apportano invece le luci di Stefan Bolliger che non riescono a vivificare neppure la scena del bosco. 

Di fronte a una regia così distante dai toni e dalle atmosfere di Falstaff, persino Michele Mariotti perde mordente. Allarga qua e là qualche battuta, dove magari non ci si aspetterebbe, come nella risata che chiude il primo atto. Anche quegli elementi preziosi che in orchestra sottolineano – o dovrebbero sottolineare – il carattere ironico o comico di quanto avviene in palco, fondendo con maestria azione e musica, restano in ombra. 

Forse per allinearsi alla lettura registica? Probabile.

Resta un Falstaff ben eseguito, che a volte lascia trasparire alcune citazioni di altri autori o autocitazioni dello stesso Verdi, ma non un’esecuzione memorabile. 

Lo stesso Falstaff di Luca Salsi è magnificamente cantato, raggiante di sfumature e di perizia tecnico-interpretativa, ma è poco convincente in scena. Non sta al gioco, non ha modo di farlo perché ha poco o nulla da fare e non può che spostarsi da una parte all’altra dello spazio trovando, nei momenti più felici, un’opportunità espressiva, una relazione drammatica, talmente episodica da non riuscire a trarne un quadro globale, una direzione coerente.  

Il Ford di George Petean ha trovato invece una dimensione più equilibrata, portando così a segno la parte, senza dubbio meno impegnativa del protagonista. Esilarante la sua tenuta da Mastro Fontana. 

Maria Agresta, che di Alice Ford ha il colore aggraziato e il fraseggio rapido e scaltro, sa gestire la scena con misura e riesce a tratteggiare un personaggio credibilmente brioso, seguita, nonostante il ruolo più limitato, dalla brunita Meg Page di Carmen Artaza. 

Mrs. Quickly trova in Violeta Urmana una figura severa, ma accattivante. Simile a una attempata Marlene Dietrich – con tanto di sigaretta, borsa e pelliccia – Urmana sfoggia ancora una vocalità interessante, sebbene lontana dalle risonanze contraltili volute da Verdi per questo personaggio. Non gigioneggia sul “Reverenza”, ma cavalca la proposta della regia e attinge a un insieme di sguardi, piccoli gesti, dettagli che rendono la sua Quickly degna di nota. 

La coppia Nannetta (Marina Monzò) e Fenton (Pietro Adaini) è deliziosa. Cantano e recitano con disinvoltura, sfoggiano un timbro pieno, ma schiettamente giovane, sfumano le frasi con sincera partecipazione emotiva che il pubblico ricambia con applausi altrettanto generosi. 

Bene il dottor Cajus di Carlo Bosi, veterano della parte e del palco dalla voce sempre timbratissima. Senza troppi entusiasmi sia il Bardolfo di Paolo Antognetti che il Pistola di Gabriele Sagona che privi di un qualche impegno scenico sostanzioso restano appesi ai propri “tipi” senza troppa convinzione.

Bene il coro, diretto da Ciro Visco, nei pochi interventi in cui è chiamato in causa. 

Teatro dell’Opera di Roma

Falstaff

Musica di Giuseppe Verdi

Commedia lirica in tre atti

Libretto di Arrigo Boito dalla commedia Allegre comari di Windsor e dal dramma dell’Enrico IV di Shakespeare

DIRETTORE Michele Mariotti

REGIA Tatjana Gürbaca

Maestro del Coro Ciro Visco
Scene  Henrik Ahr
Costumi  Silke Willrett
Luci Stefan Bolliger

PERSONAGGI    INTERPRETI

Falstaff  Luca Salsi

Ford  George Petean

Mrs. Alice Ford  Maria Agresta

Mrs. Meg Page Carmen Artaza 

Mrs. Quickly  Violeta Urmana

Nannetta  Marina Monzò

Fenton  Pietro Adaini

dottor Cajus Carlo Bosi

Bardolfo Paolo Antognetti

Pistola  Gabriele Sagona

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma

Foto di Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma

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