Gomorra. La fine dei demoni, a nascita degli eroi

Testo Saverio Caruso

Gomorra nasce come romanzo dall’idea di Roberto Saviano, per poi diventare film di Matteo Garrone e poi serie per la regia di Stefano Sollima.
Voglio ripercorrere le tappe di questo sensazionale prodotto, non per tracciarne una descrizione didascalica, ma per ricordare l’elemento essenziale della sua narrazione, cioè il carattere documentaristico, il romanzo d’inchiesta.
Il primo romanzo di Roberto Saviano, pubblicato nel 2006, ha venduto oltre 2.250.000 copie nella sola Italia e 10 milioni nel mondo, ed è stato tradotto in 52 lingue. Il libro è un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive.
Saviano si basa su atti processuali e su indagini di polizia per raccontare un sottosuolo minuziosamente documentato.

Il film di Matteo Garrone del 2008, pur più romanzato del libro, non tradisce lo spirito ricercato da Saviano. Gran parte
dei dialoghi sono in lingua napoletana o in casalese. Oltre al dialetto vero e proprio, sono presenti termini e modi di dire in uso nella criminalità. Alcuni attori non sono professionisti, ma gente del posto.
La serie, del registra Stefano Sollima, trasmessa su Sky Italia dal 2014, non tradisce il consueto spirito neorealista. “Alza
quella pistola!”, dice in napoletano nella prima stagione un navigato camorrista ad un giovane apprendista, “mica sei in un film!”.
Gomorra non rinnega di certo gli espedienti di una sceneggiatura ben fatta ed avvincente, con colpi di scena, morti improvvise, sparatorie e inseguimenti, eppure siamo ben lontani da sentirci in un thriller all’americana. Lo spettatore è più un osservatore silenzioso che guarda, dallo spioncino del piccolo schermo, un mondo reale, di criminalità organizzata, troppo spesso raccontato superficialmente, fatto di rituali e cerimonie, di contraddizioni e di inganni. Questa è (o era?) la vocazione di Gomorra, Gomorra libro, film e serie: raccontare un mondo.

Un mondo, non una serie di personaggi più o meno empatici, con i loro obiettivi, i loro sogni, passioni e ispirazioni. Anche perché l’obiettivo dei personaggi di Gomorra, per quanto ci si possa intrattenere a comprendere le influenze che i genitori hanno sui loro figli, futuri camorristi pure loro, è quello di fare soldi nel modo più facile possibile, scalando la propria posizione gerarchica all’interno del clan. Forse era questo l’elemento più caratterizzante di Gomorra: non intende creare personaggi empatici, ma raccontare la camorra con il linguaggio della serialità. Gomorra non scendeva neanche nell’ormai inflazionata struttura personaggio antieroe buono-cattivo. Il camorrista
di Gomorra è solo cattivo. La sceneggiatura è sempre stata prudente fin dall’inizio nel non raccontare dei personaggi con cui si potesse in qualche modo empatizzare. Questo è ciò che ha sempre differenziato Gomorra da Romanzo Criminale, in cui ci si trovava a parteggiare per i criminali e non per la giustizia. Anche perché la banda della Magliana non esiste più, ma la camorra è viva e uccide, uomini e sogni.

In Gomorra i personaggi uccidono senza pietà, vecchi amici, mogli e bambini. Esemplare è la storia di Ciro nelle prime
puntate in cui, pur essendo un camorrista che vive di malavita al servizio dei Savastano, è uno spartaco non sempre d’accordo con le decisioni del boss. Nutre un’amicizia che pare essere sincera con un innocuo Gennaro, figlio del boss. Presto gli equivoci verranno risolti: Gennaro, dopo un viaggio che sapeva di leva obbligatoria per un camorrista modello, torna spietato e pronto a sostituire il padre e Ciro brucia vivo in una macchina un adorabile ragazzo attirato dal soldo facile per comprare l’anello di fidanzamento alla sua ragazza. “Questa è la camorra”, ci suggerisce la sceneggiatura, “non commettere l’errore, tu spettatore, di empatizzare con un personaggio anziché un altro. La camorra è merda e ti spiego perché”.

Nella quinta e ultima stagione, andata in onda in questo 2021, qualcosa cambia. Gomorra perde la sua vocazione di denuncia per diventare serie a buon mercato. La quinta stagione si era già posta l’obiettivo di dover fare i conti con un fardello abbastanza inverosimile quale la “rinascita” di Ciro, dopo esser stato ucciso e lasciato in mare dallo stesso Gennaro. Tuttavia, tale nota dolente viene gestita sufficientemente bene dalla sceneggiatura con un espediente credibile ed intelligente. Memori di un film spin-off dal titolo l’Immortale, che narra la storia di come Ciro si salva e trova nuova vita lontano dall’Italia, la leggenda che Ciro sia davvero un immortale fa breccia tra le vie delle Vele fino a diventare, tra gli adepti di Ciro, una pseudoreligione tutto sommato credibile in un contesto come viene raccontato nella serie. Le puntate precedenti infatti hanno abituato il pubblico a certe contraddizioni tutte di stampo camorristico, come i
panetti di cocaina nascosti nelle statuette di cartongesso delle Madonne, statuette di Santi ricoperte di luci al neon. E ancora, rituali tribali come il momento in cui Don Pietro, per capire se si può fidare di Ciro, gli chiede di bere la sua urina o quando Malammore, su incarico di Don Pietro bacia il crocifisso prima di sparare ad Annina, la figlia di Ciro. Alla morte di Sangue Blu, in questa quinta stagione, gli adepti di Ciro, come segno di alleanza si scambiano la mano sporca del suo sangue, nascosti in una grotta, tra candele e bracieri. O’ Maestral’, dopo una retata per uccidere più uomini possibili di Ciro, riferisce alla moglie che quei soldati muoiono felici nel nome di Ciro, credono davvero nella sua immortalità e sembrano, dice proprio testualmente, crociate. Questa fede tribale però porta a mitizzare Ciro fino alla fine. Ciro diventa un giustiziere. La sceneggiatura fa dimenticare che quel personaggio ha strangolato sua moglie ed ha portato alla morte di sua figlia. Non è un personaggio positivo, certo, ma perdona, si fa giustizia e al contrario di Gennaro, i suoi più vicini sono cumpagn’ non soldati.

Presto, il mito dei miti contamina anche più in generale la coppia Ciro-Genny e infine Genny stesso. Salutiamo infatti i nostri eroi dopo un lungo viaggio in macchina fatto di promesse, silenzi, ammissioni di colpa: sono umani e spaventosamente teneri. Li compatiamo, li giustifichiamo perché vittime di un mondo ingiusto, ma creato da loro stessi. Dimentichiamo i loro tentativi di tradirsi, la loro spietatezza, le abominevoli opere che hanno commesso.
Ciro fa di tutto per salvare la famiglia di Gennaro. Moglie e figlia riescono a partire e sfuggire ad una sparatoria, ma Gennaro, in uno slancio di solidarietà, decide di rimanere con Ciro. I due moriranno insieme, in un quadretto tragico e romantico allo stesso tempo.
Gomorra ha voltato le spalle alla sua vocazione per elevare i suoi personaggi sull’altare del fan-service. Per mitizzarli li ha uccisi, commettendo un errore ancora più grave, cioè suggerendo al pubblico che la camorra è morta perché i loro più grandi boss non ci sono più: se non rimane più nessuno in vita, la radice della camorra è morta, ma la camorra, nella realtà, è ancora lì che uccide.
E allora che ne è di un’opera di denuncia se non è rimasto più nessuno da denunciare?
Se la colpa non la si dà ai personaggi, ma al solo contesto in cui vivono, allora si rischia di non dare la colpa a nessuno.
Salutiamo amaramente una serie tutta italiana, di alta qualità, che raccontando una contraddizione, ha contraddetto a sé stessa.

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