Zerocalcare, ultimo intellettuale del XXI° secolo, insegna a vivere ‘fuori’ dai bordi

Testo Roberta Leo

Stappare lungo i bordi, la serie scritta e diretta da Zerocalcare, che trionfa su Netflix dallo scorso novembre è il manifesto intellettuale che, in sei episodi di circa venti minuti ciascuno, fotografa non tanto la generazione del nostro secolo quanto i suoi disagi e le sue nevrosi.

Il mondo animato del geniale fumettista di Rebibbia, già noto per i suoi precedenti lavori (per citarne solo alcuni, La profezia dell’Armadillo, Scheletri, Kobane calling), resta popolato da esseri umani, talvolta animalizzati e dalle vocette simpatiche, le cui vite passano per il filtro di un romanesco che conquista con i suoi intercalari e luoghi comuni. La scrittura corre velocissima e non di certo per confondere chi il romanesco non lo capisce e necessita dei sottotitoli; e se c’è qualche parolina un po’ più colorita che scandalizza certi benpensanti si tratta, in realtà, solo di un pretesto dal sapore tutto pasoliniano per gridare con quella lingua antica e musicalissima, sorniona, verace e strascicata, non solo
la deriva della Roma dei nostri anni, bensì quella assai più generica e silenziosa del nostro tempo. Generica perché, una volta percorsi i lunghi strascichi del consumismo, del boom economico, del capitalismo e della società liquida tanto ben sviscerata da Bauman, il disagio e l’emarginazione che ne consegue tocca tutti indistintamente (altro che Covid 19!); silenziosa perché fa paura ammettere in primis con noi stessi un disagio profondo e invisibile, troppo umiliante per mostrarlo sui nostri patinati profili social.

A smascherarci ci pensa la coscienza di Zerocalcare con le sembianze del curioso Armadillo (doppiato dal bravissimo Valerio Mastandrea). Quando l’animaletto mette Zerocalcare con le spalle al muro, o meglio faccia allo specchio (per usare un’espressione tipica della psicanalisi), quest’ultimo, come tutti noi non
hanno scampo. L’ironia ingegnosa, i riferimenti storici, politici e il degrado sociale si mixano all’umanità, alla misericordia e alla compassione intesa, nel senso classico e antico del termine, come solidarietà e compartecipazione al dolore di fronte alla miseria dell’essere umano, alla sua piccolezza ma anche al sollievo di essere ‘solo un filo d’erba’. Sono queste ultime le parole di Sara, l’amica secchiona che smonta tutto l’egocentrismo patologico di Zerocalcare. Come l’Armadillo, lei incarna una seconda coscienza, più donna, riflessiva e razionale. Secco, dall’altro estremo, rappresenta il disagio conclamato e accettato, una comfort zone a cui sarebbe troppo difficile rinunciare, anche quando sfocia in dipendenze e ludopatia. Dopo tutto chi non vorrebbe essere nei panni di Secco nel momento in cui, anche di fronte ad una tragedia, risponde con la sua solita geniale battuta ‘Oh, annamo a pijà er gelato?’.

Strappare lungo i bordi fa ridere fino alle lacrime per la prima metà ma per l’altra ti lascia un groppo in gola. Smaschera ma consola i nostri trentenni, a cominciare da quando Zerocalcare si dispera nel mandare cv a cui nessuno risponde ma poi trema nel momento in cui finalmente un’azienda lo chiama perché capisce che, dietro quell’invio multiplo di domande di lavoro così apparentemente rassicurante, c’è in realtà la più totale inconsapevolezza di ciò che desidera, una totale mancanza di obiettivi volontariamente prefissati. Risate a crepapelle e amaro in bocca
accompagnano tutti gli altri temi toccati da Zerocalcare, dalla difficoltà devastante nell’avere un approccio interpersonale realmente emotivo, perché troppo abituati al filtro della schermata dello smartphone, al pregiudizio patriarcale e maschilista che ancora impera, nonostante le tante sensibilizzazioni politically correct sulla parità di genere, dalla violenza sulle donne al narcisismo estremo. Quando Alice, la compagna di classe di Zerocalcare si suicida perché, nonostante la sua vitalità, pensa di non riuscire a trovare il suo posto in questo mondo, tutti abbiamo tremato pensando che non serve arrivare a tanto perché spesso siamo già morti dentro.

I nostri trentenni, e non solo, hanno trovato un abbraccio e un sollievo in quella metafora che scioglie tutti i loro nodi: strappare lungo i bordi! Disegnare fuori dai confini, deviare dalla linea tracciata da chi ci vuol bene o è venuto prima di noi, smettere di pensare che ciò che è andato bene per qualcuno debba funzionare per tutti, avere il coraggio di osare, prendere un’altra direzione anche se ci sembra strana o spaventosa, interrogarci su ciò che vogliamo e che ci rende felici sarebbe già un primo passo fondamentale per smettere di camminare, più o meno velocemente, su un tratteggio già disegnato e percorso. Non è per forza necessario lasciare il posto fisso di Checco Zalone per diventare travel blogger o andare in India a cercare se stessi (anche se non è da escludere). Basta chiudersi nel bagno di un treno e fare un G2 con l’Armadillo!

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