La pervasività della Rete: dalle origini di Internet al ‘Postcinema’

Lo and Behold di Werner Herzog e
Visioni digitali di Simone Arcagni

Testo Gisella Rotiroti

Sebastian Thrun: “Penso che si arriverà al punto in cui la maggior parte delle cose sarà fatta dalle macchine. Avremo ancora bisogno delle persone, ma se ci poniamo la domanda ‘le macchine ad intelligenza artificiale potranno mai fare film?’. Assolutamente sì! Saranno belli come i suoi? Questo nessuno può dirlo”.
Werner Herzog: “Certo che no!”
Sebastian Thrun: “Io penso che quasi tutto ciò che facciamo le macchine possano farlo meglio. Il motivo è che le macchine apprendono molto più in fretta delle persone”.
Werner Herzog: “Ma non si possono innamorare come noi”.
Sebastian Thrun: “Sarebbe utile per le macchine innamorarsi? Non vogliamo delle macchine che siano esattamente come le persone”.

Questo dialogo con Sebastian Thrun, esperto di robotica e insegnante (Università di Stanford), rende esplicito l’approccio filosofico con cui, in Lo and Behold, Herzog affronta il tema della pervasività della Rete, interpellando i suoi interlocutori con domande sarcastiche a cui si aggiunge spesso uno sguardo pessimistico e un sottotesto ironico, lucido sospetto volto a farne emergere le innumerevoli contraddizioni, per insinuare il dubbio in ogni verità, presunta o plausibile.
L’immagine più significativa, e più ironica, è quella in cui Lo and Behold (nel capitolo VII) mostra la skyline di Chicago che “sembra sguarnita dei suoi abitanti”, perché dobbiamo supporre che siano tutti partiti per una colonia spaziale. La musica accompagna le immagini, fino a quando incontriamo alcuni che sono stati lasciati indietro, incollati agli smartphone. “I monaci hanno smesso di meditare e di pregare? Perché sembra che stiano tutti twittando”, dice la voice over di Herzog.
Lo and Behold
presenta una scansione in dieci capitoli e si snoda attraverso una ‘collezione’ di interviste e dialoghi con personalità del mondo della tecnologia e della scienza. Inizia come un racconto storico – le origini di Internet – per divenire una dissertazione filosofica sulla pervasività della Rete – simile a quella dell’acqua, secondo la metafora di Ted Nelson (Oxford Internet Institute) – e su quel futuro ormai prossimo in cui, a causa dell’ibridazione fra umanità e macchine, sarà necessario ridefinire i concetti etici e culturali.

Nella prima parte del documentario i capitoli II, III e IV riassumono l’opposizione – di cui parlava già Umberto Eco negli
anni ’70 rispetto all’evoluzione – tra ‘integrati’ e ‘apocalittici’: chi sogna meraviglie e chi ha vissuto incubi¹. Herzog non sembra prendere una posizione fra i due atteggiamenti. Agnostico, inebriato e insieme atterrito, il suo sguardo inizialmente si dimostra animato dalla curiosità dell’esploratore. Non è un apocalittico e non è un integrato, ma un viaggiatore instancabile. A seguire, nel capitolo VI sono alternate le interviste all’hacker Kevin Mitnick e agli analisti della sicurezza – Sam Curry e Shawn Carpenter – le cui ragioni, sebbene contraddittorie, possono essere entrambe
condivise.
Nella seconda parte del documentario, nei capitoli VII, VIII, IX e X, a partire dall’idea di creare colonie al di fuori del pianeta Terra, la riflessione di Herzog prende una direzione profondamente filosofica e fantascientifica, innescata da un ambiguo parallelismo con la guerra: “Durante l’epoca napoleonica Carl von Clausewitz, il prussiano teorico della guerra, disse: ‘A volte la guerra sogna se stessa’. Forse Internet ha iniziato a sognare se stessa?”, si chiede Herzog.
Secondo lo studioso di Internet Jonathan Zittrain (Università di Harvard) “il Web è Internet che sogna se stesso”.
La domanda di Herzog richiama quella che si poneva Alan Turing: “Le macchine sanno pensare?”. Simone Arcagni in Visioni digitali (2016) dice che a questa domanda sembra rispondere, a distanza, il matematico John von Neumann mettendo in relazione cervello e computer: se cervello e computer funzionano nello stesso modo, forse le macchine possono pensare ed elaborare concetti. Questo pensiero probabilmente si concretizzerebbe con immagini. La macchina che pensa per audiovisivo sarebbe, secondo Arcagni, la realizzazione di quel sistema nervoso esterno teorizzato da Marshall McLuhan: i media come protesi dei nostri sensi e la loro unione come sistema nervoso alternativo, esteriorizzato. Cervello e macchine e un linguaggio privilegiato come interfaccia: l’audiovisivo, un audiovisivo nuovo, figlio della matematica e dell’informatica, che si ibrida con quello analogico dei mass media. ‘Postcinema’.

Il fisico e astronomo Laurence Krauss (Arizona State University) cita il romanzo di fantascienza – Do Androids Dream of
Electric Sheep? (1968, Il cacciatore di Androidi) di Philip K. Dick – che ha ispirato Blade Runner e afferma che i robot sognano ma Internet non è altro che connessioni. “Avrà una personale coscienza? Cosa forse più spaventosa e fantascientifica, Internet prenderà da sé delle decisioni? Le decisioni che riguardano il modo di comunicare sfuggiranno al controllo umano?”, si chiede lo scienziato e ritiene che chiunque faccia previsioni su quello che accadrà ad Internet non debba essere ascoltato.
Idee, fantasticherie, teorie e ipotesi che nel 2016 (data di uscita di Lo and Behold) sembravano fantascienza, oggi si sono realizzate: una piattaforma di streaming è una complessa intelligenza artificiale, è una macchina che pensa. Tuttavia, come afferma l’imprenditore Elon Musk, “il rischio non è che il mondo dell’intelligenza artificiale si sviluppi da solo, ma che segua la volontà della gente che ha stabilito le sue funzioni di utilizzo”. Queste parole profetiche sono oggi divenute realtà: i social network e l’industria dello streaming sono basati sulla logica informatica del matching e sorting fra utente e contenuto che identifica, profila e accoppia il simile o il compatibile.

Il capitolo IX è dedicato all’Internet personale. Il pioniere di Internet Leonard Kleinrock (UCLA) afferma che “la tecnologia dovrebbe scomparire e diventare invisibile come l’elettricità; Internet sta evolvendo verso l’obiettivo di diventare invisibile”. Nel 2016 l’Internet of Things, che sposta il web fuori dai device e lo colloca negli oggetti e negli spazi, è qualcosa ‘che verrà’, che viene profetizzato; non esisteva ancora ‘Alexa’. La sparizione del digitale all’interno degli oggetti comuni – il suo divenire invisibile – nel 2016 riguardava la sperimentazione ingegneristica, adesso
è realtà: attraverso la domotica, l’informatica è diventata impalpabile come l’elettricità. Il rapporto con la macchina è diventato realmente così pervasivo da essere invisibile.
Nel capitolo X lo sguardo è proiettato nel futuro: “In un futuro non troppo remoto si potranno twittare i pensieri”, afferma il professore di psicologia Marcel Just (Università Carnegie Mellon), “non servirà scrivere i tweet, basterà pensarli, premere un tasto e tutti i follower saranno in grado di leggerli”.
Secondo Arcagni due orizzonti di ricerca stanno esplorando la possibilità che il ‘postcinema’ diventi la prossima frontiera della comunicazione: gli esperimenti nel campo delle neuroscienze legate alle immagini e quelli legati alla telepatia.
Raphael Malach, in Israele, ha pagato alcuni volontari per guardare il film Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone distesi supini all’interno di uno scanner per la risonanza magnetica, allo scopo di acquisire le immagini del loro cervello. Se un regista potesse muovere direttamente le onde cerebrali manipolando immagini legate ad archivi di emozioni, ricordi e conoscenze avverrebbe una grande svolta, afferma Arcagni. Seguendo questa direzione, i ricercatori che collaborano con il neuroscienziato Christof Koch hanno collegato i segnali di diverse cellule dei concetti a un display esterno per visualizzare i pensieri. “Ecco il ‘cinema neurale’: non solo manipolare le immagini ma estrapolarle direttamente dal cervello mettendo insieme un informatico e un videomaker all’interno di un laboratorio di neurologia”.

Gli esperimenti sulla telepatia sono per Arcagni ancora più avveniristici. I ricercatori dello Starlab Barcelona hanno effettuato un esperimento strabiliante di telepatia: utilizzando un’interfaccia neurale basata su elettroencefalogramma e Internet hanno inviato un breve messaggio da un mittente in India ad un destinatario in Francia. Si potrebbe così realizzare una forma di brain to brain comunication per mettere in connessione i cervelli e convertire i segnali cerebrali in impulsi elettrici e in linguaggio informatico, dando vita a una comunicazione neurale basata sul visivo. Il’postcinema’ si candida a diventare il modello di questo sistema avanzato di comunicazione.
La Rete diventerebbe così quel ‘sistema nervoso’ utilizzato per dar vita a un’intelligenza collettiva capace di mettere in relazione e far dialogare macchine, oggetti e persone tramite il linguaggio del ‘postcinema’. Questa nuova ‘vista’ però non si configura semplicemente come atto del vedere ma è una totale immersione in un ambiente sensibile dove la percezione diviene anche azione fisica, performance, in cui fare e vedere sono inseparabili.
I territori che si aprono di fronte a noi, dice Arcagni, intersecano scienza, fantascienza e futurologia. Se è vero che “qualsiasi tecnologia abbastanza avanzata è indistinguibile dalla magia” come affermava lo scrittore di fantascienza Arthur C. Clark, autore del romanzo 2001: Odissea nello spazio, per Arcagni non si tratta solo di magia intesa come performance in grado di stupire, ma di magia nel senso di possibilità di plasmare la materia, per spingere la
conoscenza e la coscienza oltre orizzonti che si credono impenetrabili. “Dove si staglia allora il confine tra magia, misticismo e possibilità della scienza e della tecnologia?” si chiede Arcagni.

“Viviamo in un’epoca in cui la scienza ha fatto il suo ingresso nell’universo spirituale” (Louis Pauwels), infatti per definire i teorici e i pensatori delle nuove tecnologie spesso si usa il termine “guru”. I guru spingono il loro sguardo verso una direzione quasi sacra. Per Arcagni colui che si immerge nella magia delle nuove tecnologie è un “uomo nuovo”. Questo uomo nuovo non solo acquisisce nuove potenzialità per i suoi arti e per i suoi sensi ma addirittura una nuova facoltà percettiva e una nuova esperienza cognitiva, definita da Roy Ascott cyberception, la quale “non implica soltanto un nuovo corpo e una nuova coscienza, ma una ridefinizione di come potremmo vivere insieme nell’interspazio tra virtuale e reale”.
Meno futuristiche, meno futurologiche e soprattutto meno ottimistiche nei confronti della pervasività della Rete, sono le riflessioni a cui giunge Herzog concludendo la sua indagine con un nostalgico, e al tempo stesso gioioso, desiderio di ritorno al passato.
La potenzialità di Internet, intesa in senso positivo, per Herzog risiede nella sua qualità tradizionale di strumento tecnologico, in grado di ampliare le abilità umane, non nella capacità di sostituire o simulare esperienze spirituali ed emozionali.
“Ai figli dei figli dei nostri figli servirà la compagnia di altri esseri umani o si saranno evoluti in un mondo in cui non sarà importante? […] Forse la compagnia di un robot o di un Internet intelligente sarà sufficiente”. A questa affermazione di Lawrence Krauss, l’ultima del film, rispondono con significato inequivocabile le immagini con cui si chiude Lo and Behold – giovani e vecchi suonano e cantano assieme attorno al fuoco – che si rivelano come un’esplicita celebrazione, da parte di Herzog, del ritorno a luoghi fisici, oggetti materiali e contatti reali fra le persone.

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