Dalla TV al teatro, attraverso le piazze, con l’Ape rivoluzionaria di Marco Brinzi

Testo Evelin Nerieccio

Lucca. Attore a tutto tondo, ha avuto un’ottima formazione artistica nella Scuola del Piccolo Teatro di Milano, lavorando con grandi nomi del panorama teatrale internazionale. Ha successivamente esordito in TV nel ruolo di Massimo Lorenzon nella serie Sky “1992” e recitando nel film Rai “Limbo”, tratto dal romanzo di Melania Mazzucco. Incontriamo Marco Brinzi.

“Ape Teatrale” è la tua nuova opera scritta insieme a Caterina Simonelli. La parola “ape” ha tanti significati in questo contesto perché possiamo rapportarla a diversi elementi che rivoluzionano l’arte. Potresti raccontarci la correlazione di questo vocabolo con i vari elementi della tua opera? L’opera “Ape Teatrale” è nata come idea appena sono stati chiusi i teatri e gli spazi pubblici dedicati alla cultura in Italia, durante il primo lockdown. Io ero a Londra in tour con il Piccolo Teatro di Milano e le notizie che arrivavano erano tragiche perché, purtroppo, il virus era al massimo della sua diffusione nel nostro Paese.
La sera in albergo, dopo lo spettacolo, non riuscivo a dormire: i numeri dei contagi, i decessi, era tutto avvolto dalla paura e dalla sofferenza e pensai che se un giorno fossimo stati tanto fortunati nel poterci rincontrare, come collettività che partecipa ad un evento teatrale, lo avremmo fatto a distanza. Pensai alle piazze toscane e alla mia città e da lì ho avuto la visione di un palco “mobile”, di un teatro che arriva nelle piazze ma anche a
casa tua a debita distanza. Il mezzo migliore? L’Ape… e Ape fu.
L’Ape fu progettata nel 1948, un veicolo pensato per aiutare i commercianti e risollevare l’economia in un paese che usciva dalla guerra. È diventata un emblema, un prodotto, simbolo italiano nel mondo, soprattutto rappresentazione di rinascita! Quindi, il mezzo perfetto per tornare a rivederci dopo questo periodo. In più l’Ape, intesa come animale e simbolo di collettività, lavora per il suo alveare, per la comunità, ed è operosa! Assolutamente ‘plurale’ nella sua essenza.

L’associazione IF PRANA – Iniziativa Futuribile, ideata da Caterina Simonelli, ha portato avanti progetti di teatro sperimentale a carattere multidisciplinare, ricevendo numerosissimi premi e riconoscimenti. Potresti parlarci in dettaglio dei progetti futuri dell’associazione e della genesi della sua nascita?
La compagnia è nata tra il primo e il secondo anno della scuola del Piccolo Teatro di Milano; eravamo allievi che avevano voglia di continuare anche durante le vacanze estive un percorso di compagnia. Inizialmente eravamo sette, poi nel tempo la compagnia ha avuto modifiche e ha preso la residenza nel territorio toscano, in particolar modo in Versilia, dove siamo molto attivi anche nelle scuole.
Quando siamo liberi da impegni con altri teatri o cinema cerchiamo di costruire i nostri progetti che hanno come base un teatro civile e tematiche rivolte alla riflessione collettiva. Oltre ad “Ape teatrale”, il prossimo progetto sarà “Glenn Gould – l’arte della fuga”, uno spettacolo, un monologo con protagonista me stesso, che indaga il rapporto tra artista e pubblico e come non si possa fare senza di esso. Un omaggio a un grande pianista del ‘900 e alla sua arte. Un lavoro scritto dal drammaturgo e attore Andrea Cosentino, che deve ancora debuttare e a cui tengo moltissimo.

Porti in scena lavori indipendenti di teatro civile, uno dei quali è “Ich War Da – Io ero là” e hai recitato nel film tv per la Rai “Chiara Lubich” diretto da Giacomo Campiotti. Entrambi i film sono ambientati durante gli anni della seconda guerra mondiale. Il primo ripropone la tragedia della strage nazista del 1944 a Sant’Anna di Strazzema mentre il secondo ripercorre la vita della grande donna Chiara Lubich. Recitare in pellicole che presentano contesti storici in anni difficili, come la seconda guerra mondiale, quanto può essere innovativo e rivoluzionario per un attore?
Avere la fortuna di recitare e di dar vita a storie così potenti, realmente accadute come quelle sulla seconda guerra mondiale o sul primo dopoguerra è, per me, motivo di orgoglio. Credo che siano storie universali, che spesso purtroppo stiamo dimenticando, recitare per me è una sorta di “Missione etica” verso le future generazioni.
I partigiani scrivevano delle lettere ai propri genitori, sapendo di andare a morire, rassicurandoli di stare tranquilli perché loro facevano tutto questo per la libertà futura del proprio Paese, erano degli eroi.
Oggi è difficile pensare una cosa del genere con le nuove generazioni, per questo interpretare questi personaggi è un messaggio molto forte, per far comprendere che la nostra libertà è stata il sacrificio di altri, l’indipendenza di vivere in un Paese civile e democratico, quella libertà che manca oggi, ad esempio alla donna afghana.

Sei l’organizzatore di un festival letterario che si terrà a Lucca. Potresti raccontarci in cosa consisterà e quali sorprese ci aspettano?
La creazione di “Ex festival”, un festival letterario con la casa editrice Minimum Fax si è rivelata una sfida stimolante, soprattutto perché proposto nella mia città di origine, Lucca.
Tutto questo accade proprio nel momento in cui ripartire significa ripensare la quotidianità, le abitudini e il senso delle nostre giornate, dopo un biennio indimenticabile per la portata del fenomeno pandemico. Capire, quindi, quanto questa esperienza ha inciso nella nostra mente, nella nostra idea di tempo. Passato e presente diventano connubio di un inevitabilmente evoluto concetto di futuro. Ragionare insieme sulla letteratura e le altre arti ci aiuterà a capire da quale fase veniamo, che “ex” siamo e dove ci stiamo dirigendo.
Il mio augurio è che questa anteprima del Festival possa diventare, tra gli scrittori ospiti e gli uditori, una sorta di rito condiviso. A guidarci alla scoperta della trasformazione come collettività siano le parole, le storie racchiuse e dischiuse dei libri. Scelgo volutamente “rito” come termine, perché i riti stanno sempre più scomparendo nella nostra società. Siamo sempre più immersi in un mondo virtuale fondato su una ipercomunicazione spesso priva di contenuto e di vere storie in grado di emozionarci. Il rito impone un incontro vivo, una cerimonia condivisa e collettiva, un ascolto magico che sono certo avverrà con le testimonianze dei nostri scrittori ospiti.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

3 × tre =