La Groenlandia di Robert Peroni

La Casa Rossa: dalle parole di Robert Peroni
alle immagini del documentario La Casa Rossa
di Francesco Catarinolo

Testo Gisella Rotiroti

“La Groenlandia e io ci siamo trovati, ora lo so. […] Ecco, avevo bisogno degli Inuit, e forse loro avevano bisogno di me. Però non ci conoscevamo e, lo giuro, in Groenlandia non ci volevo neppure andare”. Inizia così il meraviglioso racconto di Robert Peroni, Dove il vento grida più forte (2013), la storia di un’esperienza di vita fuori dal comune, la storia di “quel ragazzino che voleva dormire per terra nel salotto di una bella casa di Bolzano”.
All’inizio degli anni ’80 all’esploratore altoatesino Robert Peroni viene proposto di guidare una spedizione in Groenlandia per battere il record di permanenza di un gruppo di alpinisti ma questa prospettiva lo attrae pochissimo, perché qualcosa dentro di lui è cambiato. Arrivato a quarant’anni Peroni si sente disorientato, non capisce più dove sta andando. “Quello che da giovane mi era sembrato un obiettivo esaltante – salire su montagne inesplorate, dare nomi a vette che forse nessuno aveva mai calpestato – adesso era poco più che una trappola. […] Le ultime esplorazioni mi avevano lasciato l’amaro in bocca: sponsor opprimenti, una nuova generazione di esploratori sempre più atleti e sempre meno montanari, finanziatori che esigevano risultati, un’atmosfera di amicizia che si guastava al primo accenno di protagonismo da parte di qualcuno, e io ero costretto a fare da paciere. Ero stufo”.
Peroni, escursionista dell’estremo, si definisce un ‘drogato di adrenalina’. Dunque, quel record sul suolo della Groenlandia che non poteva essere battuto diventa per lui una sfida e accetta di partire. Il giro della Groenlandia non riesce però a sanare le sue ferite: “Ero ancora lo stesso di qualche settimana prima, quello che aveva accettato controvoglia di partire. La mia inquietudine era diventata un malessere ormai conclamato. […] Il mio lavoro non aveva più niente a che fare con l’idea romantica che avevo da ragazzo, quando pensavo che la mia vita sarebbe stata una
successione di esperienze importanti e avventure indimenticabili da condividere con altre persone. Adesso, invece, discutevo di finanziamenti e litigavo con i miei compagni. […] Con questo stato d’animo ero tornato a casa, a Bolzano. Mi sentivo uno sconfitto, sebbene tutti considerassero la nostra impresa ai limiti del possibile”.
Ad ogni modo, Peroni dice che la Groenlandia lo ha incuriosito. “C’era qualcosa di speciale in quel bianco tanto intenso, ed ero affascinato da quel popolo che faticavo a comprendere ma che mi aveva colpito per la sua dolcezza”. Peroni sente il bisogno di entrare in quel mondo, di provare a farne parte, non immaginando neppur lontanamente che si sarebbe trasferito a Tasiilaq, piccola cittadina della costa est della Groenlandia. “Più tempo passavo in Groenlandia a osservare quel popolo così minimale, più viva era la sensazione di estraneità che provavo per il mio vecchio mondo”. Tra gli Inuit Peroni ritrova il senso delle cose, gli Inuit gli ricordano i contadini conosciuti da bambino nei
masi di montagna, che non avevano acqua corrente e luce ma vivevano le privazioni come del tutto normali. In questa semplicità gli sembra di ritrovare la vita.
Peroni descrive gli Inuit come un popolo per il quale l’apertura verso il prossimo è un atteggiamento naturale, dovuto alla loro storia, perché non si può litigare vivendo in pochi metri quadrati e mentre fuori ci sono quaranta gradi sottozero. “Erano tutti troppo impegnati a sopravvivere per essere cattivi o odiare gli altri. La loro società si fondava sui clan, una sorta di famiglia allargata, ma non c’era competizione”.
Poiché gli Inuit non hanno una tradizione scritta, tutti i libri che parlano di loro sono opera dei bianchi che li hanno rappresentati come rozzi, ignoranti e analfabeti. Eppure, dice Peroni, non provano rancore nei nostri confronti. Non capiscono gli stranieri e sono troppo miti per difendersi.
“Cominciarono a volermi bene, penso, perché per una volta era un bianco a chiedere loro che direzione dare alla propria vita. E con il tempo ho compreso che la direzione giusta l’avrei trovata restituendo in minima parte quello che mi era stato dato”. Peroni dice che la Groenlandia lo ha salvato. La mattina quando esce di casa gli basta scorgere il mare con le cime innevate per sentirsi in pace con se stesso.
‘Ma come fai?’ è la domanda più frequente di amici e parenti eppure, ogni volta che trascorre qualche giorno in Europa, Peroni fa fatica a comprendere il modo di vivere delle persone e si sente sempre di più un estraneo nella sua terra. “Tornavo a Bolzano, cercavo di stare un po’ a casa e subito mi veniva voglia di ripartire. E sempre più spesso sceglievo di venire in Groenlandia”.
Con il tempo Peroni stringe delle amicizie e si chiede le ragioni del malessere degli Inuit, diventa un fratello maggiore per molti ragazzi, chiacchiera con loro, fa suoi gli usi locali, prova a mettersi nei loro panni e capisce che la proibizione della caccia, attuata dalla Danimarca, ha messo in discussione l’intera società degli Inuit. Non si tratta solo di una questione di sussistenza: un uomo, non potendo sfamare la sua famiglia, perde anche il suo ruolo sociale e la stima verso se stesso. Inoltre, poiché i bianchi hanno portato l’alcol e il tabacco, gli Inuit non potendo più cacciare hanno iniziato a bere e ad ubriacarsi. Poi sono iniziati i suicidi. Molti pensano che sia il buio a provocare la depressione ma si sbagliano, dice Peroni: “d’inverno, quando è buio, il fiordo è ghiacciato ed è più facile pescare con la lenza facendo un buco nella superficie. È quando il ghiaccio si scioglie che il tasso di suicidi cresce, perché aumenta la percezione della propria sventura “.

I ragazzi vanno a trovarlo per bere un caffè e fare una chiacchierata. “Cercavano una spalla su cui appoggiare la testa. […] Quello che facevo era soltanto ascoltare. Passavo ore con i ragazzi in difficoltà, giocavo a carte con loro, davo consigli basati sul buon senso, senza prevaricare o giudicare”. Peroni si rende conto di poter essere utile. Tuttavia, non ha alcuna fonte di reddito in Groenlandia e per lavorare deve continuamente ritornare in Europa. Al suo ritorno c’è sempre una cattiva notizia: qualche ragazzo che andava a parlare con lui si è ucciso, un altro è scomparso, un altro ha cominciato a bere. Peroni capisce di dover prendere una decisione: “rimanere per sempre o non tornare mai più”.
Peroni dice di essere sempre stato refrattario all’idea di comprare una casa, pensando che lo avrebbe limitato e obbligato a stare sempre nello stesso posto. Inoltre, non riusciva a capire lo spirito proprietario. “Proprietario di che cosa? Di quattro mura e qualche asse di legno?”
In quel periodo il governo locale stava tentando di attirare un po’ di turismo. I ragazzi insistono per provare a fare qualcosa assieme a lui e un mattino si precipitano a casa sua per portarlo davanti ad una casetta rossa in vendita. L’idea di comprare la casa rossa nasce dal desiderio di rendere felici quei ragazzi in difficoltà.
“Nel giro di poco tempo quella piccola casetta di quattro metri per otto è diventata un punto di riferimento per molti sbandati della zona. […] Di bocca in bocca era girata la voce che quando uno si sentiva male, solo o triste, c’era un posto dove poteva trovare un pasto caldo, qualcuno con cui chiacchierare oppure, come ho sempre detto, una grande spalla morbida su cui appoggiare la testa”.

«Nonostante la profonda amarezza in cui
versa questo popolo, rimango sorpreso
quando mi accorgo che la gente di qui non è
mai diventata cinica. È come se non ci
riuscisse, è una cosa troppo lontana dallo
stupore e dall’incanto con cui
guarda alla vita».

Robert Peroni,
Dove il vento grida più forte

Ad un certo punto Peroni si rende conto di non poter più permettersi di sostenere economicamente la Casa Rossa e inizia a pensare che dando un lavoro ai ragazzi, e non solo la sua attenzione, li farebbe sentire utili e li aiuterebbe di più. Ma vuole trovare una maniera diversa di fare turismo ed essere certo che la nuova attività aiuti gli Inuit: desidera che i visitatori rimangano per più di due o tre giorni ed entrino in contatto con la cultura locale.
Con molta pazienza Peroni cerca di sviluppare un turismo ecologico e apre la Casa Rossa solo a persone capaci di rispettare i padroni di casa, gli Inuit. All’ingresso della casa una piccola targa dice: “Noi qui siamo a casa loro”. Peroni desidera che i visitatori non lo dimentichino.

«Ho impiegato del tempo a decidere di
trascorrere la seconda parte della mia vita
qui, ho esitato a lungo. Pensavo alla mia
famiglia, che era in Italia, ma a un certo
punto ho capito che sarei stato più utile in
Groenlandia, e non mi sono mai pentito
di questa scelta».

Robert Peroni,
Dove il vento grida più forte

La Casa Rossa (2020) di Francesco Catarinolo

Sono i ragazzi – con le loro chiacchiere, i loro sorrisi, la loro voglia di vivere – e le immense distese innevate della Groenlandia i protagonisti del documentario La Casa Rossa di Francesco Catarinolo, in concorso alla 69esima edizione del Trento Film Festival (30 aprile – 9 maggio 2021) dove ha vinto il Premio Lizard – Viaggio e avventura, il Premio Solidarietà Cassa di Trento e il Premio del pubblico per Miglior Lungometraggio.
La macchina da presa si ferma sui volti dei giovani Inuit, li circonda con il suo sguardo come fosse quello di Robert Peroni a vegliare su di loro per guidarli e proteggerli. Non è uno sguardo che pretende di spiegare o di capire una cultura, è uno sguardo che cerca soltanto di trovare un contatto con una diversa dimensione della vita e dell’umanità.
Simbolicamente, dopo aver presentato i suoi protagonisti – gli Inuit e la natura – il film si apre con l’arrivo in elicottero di Peroni in un luogo che contiene insieme fragilità e bellezza. L’esploratore, ripreso di spalle, cammina a passi sicuri sul ghiaccio verso la Casa Rossa, a Tasiilaq. Poi alcune fotografie raccontano il suo reale arrivo, con la spedizione che lo ha portato in Groenlandia negli anni ‘80.
La Casa Rossa diviene lo sfondo per immagini che raccontano l’ospitalità, il confronto, l’amicizia ma soprattutto la necessità, espressa chiaramente dalle parole di Peroni, di offrire a questo popolo un’alternativa. I bianchi hanno portato agli Inuit una nuova cultura economica, hanno proibito loro di uccidere gli animali ma hanno un dovere nei loro confronti: non possono abbandonarli, adesso che la maggior parte di loro ha perso la propria cultura. Gli Inuit sono nati in una società di cacciatori e sono seminomadi per nascita, spiega Peroni, come Tobias che ha vissuto da nomade fino a quando, a 17 anni, si è presentato alla Casa Rossa. Aveva camminato per 600 km e si è trasferito per la prima volta in una casa: metà di lui è ancora immerso nella vita tradizionale da cacciatore ma l’altra metà vive nel mondo
moderno. Riunire questa due metà è molto difficile.
Anche attraverso le immagini del film, Peroni cerca di condurre l’attenzione su quel problema che da sempre gli sta a cuore, confidando nell’ascolto di un pubblico maturo e forse capace di aprirsi alla comprensione di un diverso modo di essere al mondo, diverso dallo stile di vita creduto migliore, soltanto perché si tratta di quello dominante.

La Casa Rossa mostra immagini della pesca tradizionale delle foche, la cui pratica non è solo una fonte di sostentamento ma anche l’espressione della dignità di un popolo. “Il problema non era solo economico. Una cosa è sfamarli, un’altra renderli fieri di sé”. Durante un pranzo offerto agli ospiti, per il quale si cucina uno stufato di balenottera, Peroni ribadisce una cosa per lui molto importante: “compriamo dai cacciatori solo quello che non usano per se stessi. Non uccidono nessun animale per noi”.
Si susseguono le storie raccontate dagli Inuit, che ricordano lo stile del libro In quei giorni di tempesta (2016). Nelle pagine del suo libro Peroni cede agli Inuit la parola, offrendo la sua scrittura ai racconti di un popolo la cui cultura è legata a storie tramandate quasi esclusivamente per via orale. La maggior parte delle storie narra la difficoltà per gli Inuit di adeguarsi all’arrivo improvviso della modernità con le conseguenze e le sofferenze che questo cambiamento ha provocato.
Le immagini del film mostrano una vita semplice, fatta di collaborazione, di piccole attività quotidiane, di ascolto, di amicizia ma anche il dolore di ragazzi che confessano di essere cresciuti circondati dall’alcol o di essere stati vittime di abusi sessuali causati dall’alcolismo.
La Casa Rossa racconta anche, brevemente, il periodo del lockdown, dovuto alla pandemia di Covid-19, in cui la Casa
Rossa ha dovuto chiudere le porte all’accoglienza dei turisti. Durante la pandemia Peroni ha dovuto affrontare con coraggio un difficile momento. Tuttavia, dice che “con il coronavirus c’è di nuovo spazio per i più giovani”, quello spazio che era stato occupato dai turisti. Anche la Casa Rossa guarda al futuro con la speranza di una rinascita. I ragazzi che lì si riuniscono a recitare e a riempirla con le loro grida e con le loro risate rappresentano quel futuro ormai prossimo.
Infine, portato a termine il suo progetto, Peroni raccoglie le sue cose ed esce dalla Casa Rossa con uno zaino molto
più grande e più pesante di quello con cui era arrivato.
Questa immagine simboleggia il bagaglio di ricchezza che porta con sé ma anche l’amore con cui un uomo, che sente sopraggiungere il suo tramonto, consegna e lascia ai suoi ragazzi tutto quello che ha creato, “restituendo in minima parte quello che mi era stato dato”, come lui stesso ha scritto.
Con le sue ultime parole, in sovraimpressione sull’immagine di un cielo notturno colmo di fiocchi di neve, La Casa Rossa vuole ricordarci che la vita di Robert Peroni e il suo corpo appartengono alla Groenlandia, al suo popolo e a quella terra purissima e selvaggia in cui, dopo tanti anni, ancora il suo sguardo si perde.
“Nella cultura Ivi quando un anziano diventa un peso per la comunità lascia il villaggio e si allontana in solitaria verso l’altopiano innevato. Circondato solo dall’infinito bianco della neve aspetta di essere liberato dalla vita, per tornare a riunirsi con la natura.
Adesso che sono anziano, anch’io mi domando qual è il luogo a cui sono più legato, a cui vorrei affidare il mio corpo. La prima immagine che mi scorre davanti agli occhi è l’altopiano, un luogo senza orizzonte, nient’altro che un bianco purissimo e infinito”.

«Gli Inuit non dicono: “È mio figlio”, ma
“È figlio”. […] Nel mio villaggio e in quelli
vicini mi conoscono un po’ tutti, e mi è
capitato spesso che qualcuno mi dicesse:
“Robert, ti affido questo ragazzo, perché
credo che con te starebbe meglio”. E così mi
sono ritrovato padre di una figlia biologica,
che sta in Italia, e di tantissimi figliocci in
Groenlandia, che per me sono
altrettanto importanti.
In questa visione delle cose tanto semplice
ritrovo una logica che da noi si è perduta».

Robert Peroni,
Dove il vento grida più forte

Libri e film consigliati

Robert Peroni con Francesco Casolo, Dove il vento grida più forte, Sperling & Kupfer, 2013.

Robert Peroni con Francesco Casolo, I colori del ghiaccio, Sperling & Kupfer, 2014.

Robert Peroni con Francesco Casolo, In quei giorni di tempesta, Sperling & Kupfer, 2016.

Parlare con le orecchie – Robert Peroni e la terra degli uomini (2012) di Alberto Sciamplicotti https://vimeo.com/33017144

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