Giorgio Diritti e la sua lezione di cinema ai ragazzi.

“Abbiate il coraggio di mettervi in gioco,
non aspettate che qualcuno vi riconosca”

Testo Marco Bolsi

Era il 5 marzo del 2020 quando Volevo nascondermi sfidava eroicamente le sale cinematografiche – quelle rimaste aperte – per sostenere gli esercenti coraggiosi e un mercato in crisi.
Il film tenne testa ma per pochissimi giorni: il nuovo decreto alle porte avrebbe fatto vivere a tutti un altro periodo di buio. Ligabue però non poteva rimanere nascosto a lungo e così, alla riapertura parziale degli spazi e dei luoghi deputati alla cultura, ha avuto modo di essere sempre più apprezzato e amato, dal pubblico e dalla critica, prima nelle arene estive, poi al cinema e in ultimo – e non per ultimo – alla cerimonia dei David dove ha trionfato conquistando sette premi (su quindici candidature), compreso quello come miglior film. Un segnale forte e preciso, sia della qualità artistica dell’opera e dello straordinario lavoro collettivo, sia del significato che Antonio Ligabue ha suscitato e che vuole comunicare: “Un pensierino speciale mi viene da farlo agli artisti che magari fanno fatica a riuscire, anche agli uomini che fanno fatica a riuscire, a quei clochard che incontriamo per strada, che magari disegnano una madonnina
sul selciato per avere due monete. Ecco, quello era Ligabue.
Ricordiamoci del valore di ogni uomo e difendiamo questo valore finché possiamo, assolutamente in tutti i modi”, queste le parole di Giorgio Diritti nel ricevere la statuetta più importante
della serata.
Ma la forza del film, e di una personalità allora incompresa, che ha trovato nell’arte e in una dimensione istintiva, quasi
animalesca, il proprio linguaggio privilegiato, non si esauriscono qui. Perché quelle movenze imperfette, quell’animo puro, che si sente accarezzato dallo sguardo di una madre o che si sorprende di fronte a un vestito nuovo o che si arrabbia senza un motivo apparente, fanno di Ligabue un uomo-bambino curioso della vita, che prova a buttare un occhio fuori dal sacco in cui è stato infilato, a cavalcare il giocattolo rosso fiammante e a gettarsi anche sotto la pioggia in corse che lo porteranno chissà dove. Un percorso di crescita e di conoscenza, che avevamo già visto in maniera complementare ne L’uomo che verrà, con questa bambina, che ha perso la parola ed è costretta dalla guerra a
diventare subito adulta, che ci guida per mano attraverso il suo sguardo sul mondo. È il modo semplice e autentico che Diritti ha di dialogare con lo spettatore più grande e con le nuove generazioni. Qui torna urgentissimo il discorso sull’importanza che il cinema può avere nella formazione dei ragazzi, come momento di condivisione di idee, di piacere e di approfondimento, di base teorica e pratica per il futuro. In anni insospettabili o più recenti sono nate iniziative lodevoli che mettono in contatto la filiera dell’audiovisivo con le scuole: dalle fucine operose di Giffoni e di Alice nella città al Festival nelle scuole, progetto promosso dal Festival del Cinema Europeo di Lecce, fino alla fondazione Fare Cinema di Marco Bellocchio. Proprio nell’ambito de “L’Ora di Cinema”, il Festival per le scuole organizzato dalla fondazione, si è tenuto lo scorso 25 maggio l’incontro tra Diritti e i ragazzi del liceo Gioia di Piacenza, moderato da Stefano Francia di Celle.

La prima domanda non poteva che riguardare la fase iniziale del film, il soggetto e la sceneggiatura. La dimensione dell’idea di un film per me nasce da una sensazione di curiosità, di approccio a una storia perché
qualcosa mi incuriosisce, mi emoziona oppure mi sembra utile alla dimensione della crescita dell’uomo. Nel percorso del film su Ligabue, la prima cosa che mi ha colpito è stata proprio Toni Ligabue perché nella sua vita ha avuto un percorso molto difficile; ha lottato per cercare di riuscire a realizzare se stesso tramite qualcosa che la vita gli aveva invece regalato come possibilità, cioè un talento nell’ambito della visione delle cose, della rappresentazione pittorica. Questo rimane un grande valore ma la storia dell’uomo è forse quella che mi ha incuriosito di più. Ci fu, parecchi anni fa, uno sceneggiato televisivo interpretato da un bravissimo attore, Flavio Bucci, e diretto da Salvatore Nocita, su una sceneggiatura di Zavattini, che già stuzzicò questa mia curiosità. Durante la presentazione di un mio film recente sono
stato a Gualtieri e a Guastalla e ho avuto il piacere di incontrare persone che avevano direttamente conosciuto Ligabue. E da lì è nato un viaggio. Credo che fare un film abbia anche questo grande valore: essere nella dimensione di un viaggio in cui man mano scopri ambienti, paesaggi, persone, case, dentro le case trovi dei ricordi o delle crepe. Queste cose mi danno la voglia di approfondire e conoscere. Da questo punto di vista Fredo Valla ha svolto, nella fase del soggetto, un lavoro prezioso di ricerca anche letteraria. E poi è stato fondamentale entrare sul campo, quindi sono andato sul territorio, ho incominciato a incontrare le persone che avevano condiviso con lui esperienze forti e significative.
La cosa per me importante era non fare una biografia didascalica del pittore ma raccontare la scommessa di un uomo,
nato brutto, rifiutato dopo la nascita dalla madre per difficoltà economiche, quindi abbandonato in un orfanotrofio; veniva affidato a una famiglia, povera anch’essa, che prendeva bimbi per avere un ulteriore contributo economico per vivere. In questo mondo, un po’ di fantasmi e di orchi, Ligabue si è trovato a un certo punto a essere espulso in Italia e ad essere un migrante che non sapeva né la lingua né nulla. Malgrado questo, è un uomo che ha scommesso, che ha cercato di capire, di trovare un suo posto al sole, una sua identità, una sua forza, una sua determinazione; tant’è che oggi, a distanza di molti anni, siamo qui a parlare di lui. E credo che la vicenda umana, al di là di quella artistica, sia una bellissima parabola, cioè è l’occasione per ogni persona di capire che se ha del talento vale la pena di provare a metterlo in gioco, cioè se avete una passione – lo dico a tutti i ragazzi – coltivatela perché è un’occasione per vivere meglio e per ritrovare un rapporto con se stessi che dà anche gioia.

Il film è stato presentato al Festival di Berlino, dove Elio Germano ha vinto l’Orso d’argento come miglior attore. Mentre scrivevate la sceneggiatura avevate già scelto Germano come protagonista? È stata fin dall’inizio una delle mie ipotesi più concrete, non dico assoluta, perché ho un’intuizione e la seguo, però ogni tanto pensavo anche ad altre ipotesi, per confermare la scelta di Elio, che è rimasta ben solida anche durante il percorso di scrittura. Elio è un grande professionista, soprattutto per un valore aggiunto: è una persona che ha condiviso e sentito l’importanza di raccontare questa vicenda umana, di esserne parte, non di interpretare un ruolo ma di essere in un certo senso la ripresentazione di Ligabue come momento di emozione anche per gli spettatori. Contemporaneamente a questo, c’era da costruire un coro enorme di persone intorno, che erano lo specchio della sua presenza, cioè la comunità del territorio in cui ha vissuto, quindi tutta la Bassa del Po tra Gualtieri e Guastalla, il Basso
mantovano, Villastrada. Ho pensato di cercare molti attori su quel territorio, anche meno conosciuti ma di grande qualità.
Ho incontrato persone molto brave e preparate, poi ho fatto la scommessa, che di solito fa parte del mio cinema, di prendere persone che non avevano mai fatto niente ma che avevano la faccia giusta, il dialetto giusto, l’intenzione giusta, per creare intorno a Ligabue una dimensione collettiva credibile e reale.
Grazie anche ai costumi di Ursula Patzak e alle scenografie di Ludovica Ferrario e del suo staff, si è creato un insieme che ha dato allo spettatore la possibilità di calarsi in un viaggio nel tempo. Era importante, di fianco a Ligabue, avere una certa dimensione paesaggistica anche umana che corrispondesse a quegli anni, perché è bello nel cinema, soprattutto quando si raccontano storie che hanno un legame col passato, offrire allo spettatore la sensazione di un viaggio nel tempo.

Come si è svolto invece il lavoro con Matteo Cocco, direttore della fotografia? Ho conosciuto Matteo perché avevo visto Per amor vostro di Gaudino. Dopo un’esperienza di tre film insieme a Roberto Cimatti, sentivo il desiderio di trovare un’energia diversa, un taglio differente per il film che stavo costruendo. Ho avuto un incontro con Matteo, ho sentito la sua energia, la sua umiltà e la sua voglia di fare e da lì è nato un rapporto che, nella costruzione del film, è diventato sempre più forte. Anche la sua esperienza è simile a quella di Ligabue: essendo un ragazzo cresciuto a Roma che voleva fare cinema, non riusciva a trovare gli spazi giusti per fare un salto di qualità. Per questo ha deciso di trasferirsi all’estero e di fare lì alcuni documentari; poi ha vissuto a Berlino dove ha avuto occasioni importanti per fare buoni film.
Questo è un po’ lo specchio per tutti quei ragazzi che vogliono fare cinema, o che comunque hanno una passione e la vogliono esprimere: è fondamentale avere il coraggio di mettersi in gioco anche in prima persona, cioè non aspettate che qualcuno vi riconosca ma siate protagonisti delle vostre scelte andando a cercare spazi anche dove non ci sono. Nel mio percorso personale ho avuto attestazioni di stima, quando lavoravo nel cinema in altri ruoli; poi, per riuscire a fare le mie cose, mi son tirato su le maniche e mi son messo nella condizione di costruire il primo film, perché prima, per quasi otto anni, nessuno lo voleva produrre; ho messo insieme un gruppo di persone e sono riuscito a fare qualcosa che è diventato significativo come esempio per altri che volevano fare cinema non avendo grandi risorse.
Siccome il cinema è un’occasione d’incontro, credo molto che sia una grande opportunità, non solo di lavoro ma di espressione e di vita assieme di un gruppo di persone che credono in un progetto. Ho cercato di realizzare i miei film in questo senso e credo che ci sia un’energia migliore.

Come hai creato il resto del tuo gruppo di lavoro, sono persone che hai messo insieme tu? Il gruppo si è creato in questa occasione… Per quanto riguarda il truccatore, Lorenzo Tamburini, avevo visto alcune
cose che aveva fatto – lavora soprattutto nel prostetico. Era fondamentale nel film trasformare Elio in un Ligabue credibile che non diventasse una macchietta ed era fondamentale per lo stesso Elio, perché voleva sentirsi naturale nella recitazione.
È stata preziosa anche l’intuizione di Aldo Signoretti su come acconciare i capelli, non andando solo nella direzione delle foto di Ligabue ma creando qualcosa che fosse utile a prescindere dalle epoche. Per me è stato preziosissimo il contributo del produttore esecutivo Francesco Beltrame che ha fatto un grandissimo lavoro per trovare soluzioni che fossero coerenti con il budget previsto per il film. L’obiettivo condiviso era fare il meglio; bisogna essere rigorosi, non accontentarsi, lavorare in sinergia. Ligabue distruggeva i suoi quadri perché arrivato a un certo punto li trovava brutti, non avevano l’energia giusta e ricominciava. Questo percorso, nell’ambito della realizzazione artistica, è necessario: c’è sempre un grande lavoro di tentativi, di avvicinamento al risultato, fino a quando il risultato arriva.

Nel film è importante la figura di Marino Mazzacurati, il mecenate, che permette a Ligabue di vivere. Qual è stata per te una figura paterna artistica fondamentale per esprimerti e per arrivare a una vita artistica piena? Nell’ambito della storia di Ligabue, Mazzacurati è stato importantissimo perché ha avuto modo di colmare un grande
vuoto umano che aveva Ligabue, a cui mancava non solo il padre ma anche la madre, i parenti, gli amici. Tant’è che il suo amore per il mondo animale secondo me era legato anche un po’ a questa necessità, a questa dimensione di sentirsi parte del creato, del mondo e della vita, in un ruolo in cui non poteva avere riferimenti educativi ben precisi. Penso che le figure dei genitori siano importantissime e altrettanto le persone che frequentiamo. Prima c’era un senso di comunità molto più sociale e questo aiutava ad avere dei riferimenti che fossero buoni maestri, come accade per Ligabue.
Nel mio percorso artistico ho avuto due, tre incontri significativi, uno quando ero ancora nel campo della musica e lavoravo a Bologna per lo studio Fonoprint; lì ho avuto il piacere di lavorare con Dalla e con Vasco Rossi. Ricordo che Lucio è stato stimolante nell’incitarmi a darmi da fare e a trovare la mia strada; così sono passato al teatro, poi ho lavorato con Pupi Avati e dopo ho avuto l’esperienza con Ermanno Olmi a Bassano del Grappa. Olmi aveva creato la scuola Ipotesi cinema, che era un’occasione, per persone che volevano fare cinema,di incontrarsi e di vivere esperienze, soprattutto di scambio di pensiero. Oggi c’è una grande moltitudine di scuole che danno strumenti per formare buoni operai; il cinema però secondo me deve avere prima di tutto teste “aperte”, cioè persone che hanno voglia di raccontare se stesse e il mondo. Il cinema che abbiamo vissuto nel dopoguerra, e che è diventato famoso nel mondo, è
quello di persone che facevano le cose con grande entusiasmo e avevano un punto di vista sul mondo: non scimmiottavano né copiavano qualcos’altro secondo schemi e intenzioni stabilite dal mercato; realizzavano la loro creatività, e questa era la loro forza. Ognuno di loro aveva la propria identità ed era apprezzato per questo dal pubblico. Sicuramente l’esperienza di Bobbio è una di quelle più interessanti, perché unisce momenti più
formativi legati alla scrittura, ad altri legati al fare. Il cinema è un mestiere che si impara molto iniziando dal basso. Anche chi vuole fare regia deve essere a conoscenza di tutte le persone che lavorano sul set, è fondamentale capire cosa fanno. L’altra strada è quella delle scuole e consiglio di cercare qualcosa che corrisponde alle proprie sensibilità. Poi bisogna guardare dei film per imparare il linguaggio.

E infine la domanda forse più ostica per tutti i registi. Che cos’è il cinema? Chiudi gli occhi e inizi a immaginare. È questo il cinema, è la forza straordinaria di continuare un sogno. Alcune volte
sogniamo in bianco e nero, altre volte a colori, con il suono o senza. La cosa bella del cinema è quando riesce a essere un po’ come nei sogni, dove le cose non sono perfettamente inscatolate o lineari ma hanno anche la potenza di non stare in piedi.
Il cinema in sala ha una grande cosa: siamo in uno spazio buio e siamo piccolini rispetto a un sogno che è grandissimo; siamo di fronte a una dimensione onirica che è molto potente, che è sicuramente diversa dagli ottimi televisori anche grandi che oggi ci sono, perché lì siamo più in una condizione d’intrattenimento. Il cinema è bello quando ci riesce a sospendere nella cosa che stiamo vivendo. Siamo lì, soli, con quello che stiamo vedendo. Ed è la stessa cosa che a volte i sogni ci regalano.

LA TRAMA VOLEVO NASCONDERMI

Dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili in Svizzera, Toni Ligabue viene mandato in Italia. La gente lo chiama
“El Tudesc” e spesso viene deriso per il suo aspetto e i suoi modi di fare. Vive solo, al freddo, in una capanna nel bosco, dove dipinge il suo bestiario fantastico fatto di galli, tigri, gorilla e maiali a cui affianca anche il proprio autoritratto. L’incontro con lo scultore Renato Marino Mazzacurati è l’occasione per uscire dalla sua condizione, affermare il suo talento artistico e farsi finalmente amare dalle persone.

Consigli del redattore

Giorgio Diritti, L’uomo fa il suo giro. Storie di condivisione
dentro e fuori del set,
Laterza, 2015.

L’uomo che verrà, di Giorgio Diritti (2009).

Ligabue, di Salvatore Nocita (1977).

Intervista a Cristina Perico

Sempre all’interno della cornice di Bobbio abbiamo intervistato Cristina Perico, studentessa di cinema, classe 1995, che nel 2019 ha seguito il corso tenuto da Giorgio Diritti che ha portato alla realizzazione del cortometraggio Zombie, di cui Cristina ha firmato la sceneggiatura.

Il corso in alta formazione cinematografica di Bobbio è iniziato a febbraio ed è durato fino a novembre. È stato un corso a 360 gradi perché ha incluso partecipanti differenti, c’era chi era interessato a fare sceneggiatura, chi regia o produzione.
Il sottotesto del corso era dall’idea al set. In fase di selezione ci è stato chiesto di mandare un lavoro già fatto, nel mio caso sono entrata con un documentario, oppure un testo che poteva essere un soggetto o una sceneggiatura. Quindi la prima fase è stata dedicata al lavoro sui soggetti inviati – quasi tutti alla fine sono arrivati in fase di sceneggiatura – e abbiamo lavorato con Marco Pettenello e Fredo Valla, mentre Giorgio è subentrato successivamente, anche se ogni tanto stava con noi. Verso aprile abbiamo approfondito alcuni ambiti professionali molto importanti come la fotografia con Matteo Cocco, il suono con Carlo Missidenti, la produzione con Simone Bachini. Durante la pausa estiva si è svolto il corso intensivo e a settembre siamo tornati per la preparazione del corto. Nel frattempo avevo saputo che tra i progetti che avevamo presentato era stato scelto Zombie, di cui ho curato la parte relativa alla sceneggiatura a partire dal soggetto di un collega. Siamo quindi entrati nel vivo del lavoro, per quanto riguarda la preparazione del corto: abbiamo fatto i casting per scegliere la bambina protagonista, mentre Giorgio, che conosceva Elena Arvigo che nel corto interpreta la mamma, ha fatto dei casting a Piacenza per gli altri attori. Ci sono stati quindi i sopralluoghi a Bobbio e a novembre abbiamo girato per quattro giorni – Zombie è infatti ambientato durante il periodo di Halloween. Ognuno di noi aveva una mansione specifica sul set, io ero segretaria di edizione. Vedere la propria scrittura che prende vita è stata un’emozione unica; sembra una magia perché è un sogno, soprattutto per chi scrive, vedere la propria opera che viene messa in mano a professionisti. La Mostra del Cinema di Venezia poi, dove abbiamo presentato il corto insieme a Giorgio, è stato l’apice: eravamo tutti felicissimi anche perché non ci vedevamo da un po’, dopo un anno passato in condizioni difficili. Ricordo che durante la proiezione ero mano nella mano con il ragazzo che ha scritto il soggetto; eravamo tutti e due con le lacrime; lui è molto più grande di me, è da tanti anni che prova a fare cinema e in quell’occasione è come se avesse avuto una risposta, piccola però grande.

Com’è stato quindi lavorare con Giorgio e cosa ti ha lasciato l’esperienza di Bobbio? Giorgio si prende il giusto tempo per fare i film che vuole. Questo per me vuol dire fare cinema ed è sempre quello che ha detto a noi: “Fate quello che volete fare, se avete urgenza di dire qualcosa dovete dirla”. Più che le nozioni tecniche, che sono sempre importanti perché il cinema è maestranza, dal punto di vista umano e artistico sentirsi dire queste parole è stato significativo. Il suo cinema è qualcosa di molto speciale e ha bisogno anche di questa notorietà perché Giorgio ha uno sguardo stupendo sul mondo.
Bobbio poi offre uno spazio informale che permette di passare molto tempo insieme, creando una dimensione che fa il
gruppo più forte e più disposto a condividere anche in ambito creativo. Il set diventa una grande famiglia. Per me è stato un onore, perché difficilmente riesci a entrare in contatto con queste realtà fuori da Roma – venendo dal nord Italia le possibilità di fare cinema sono minori. Rendere possibile una cosa così grande in Emilia Romagna è importante. Per me sarebbe un sogno avere una scuola di cinema in Lombardia. Io ad esempio ho studiato presso l’università a Brescia ma l’indirizzo di cinema è qualcosa un po’ di nicchia.

Infatti poi sei ritornata a Bobbio…
Ho fatto in due anni tre corsi. Sono tornata perché ho trovato un luogo bello che a livello formativo mi ha dato tanto, per la possibilità di incontro e di levatura delle persone che lavorano lì, per il clima familiare e per la dinamica di gruppo. Con Marco Bellocchio ho seguito il corso intensivo di due settimane ed è stato un sogno vedere come lavora. Grazie a lui ho avuto anche la possibilità di recitare nel corto che si girava: cercava una ragazza malinconica e in me ha visto una bellezza un po’ triste e nostalgica, non ci ho pensato due volte ad accettare. Come lavora Bellocchio soprattutto con i non attori è impressionante. Poi ho fatto un corso di sceneggiatura con Valia Santella e Bruno Oliviero, dove è mancata la fisicità e la presenza per via del covid, però si sono scritti tanti bei film che spero di vedere
nei prossimi anni.

Da sceneggiatrice com’è cambiato il tuo sguardo sulle persone dopo la pandemia?
Già durante l’ultimo corso si parlava di ipotetici corti ambientati in pandemia. Quello che sta continuando ad accadere
è qualcosa che non ho ancora fatto mia però penso anche che questa cosa mi entrerà dentro perché è naturale che sia così. Venendo da Bergamo ho vissuto un lutto gigante a livello di città, di sentimento di una generazione che abbiamo perso e qualcosa bisogna restituire di questo dolore, che sia in forma catartica o in una piccola cosa. Sento che un domani restituirò parte di questo, non so come, magari neanche senza parlare della pandemia, però penso che sia dovuto. Quando una persona scrive ha una grande responsabilità. Ho un profondo rispetto per quello che è accaduto e sento che fa parte di me.

Come si sta continuando il tuo percorso alla luce di tutte queste esperienze? Durante il corso di Bobbio dell’anno scorso ho scritto un soggetto per un lungo insieme ad altri due colleghi che abbiamo mandato a diversi bandi come il premio Solinas. Faccio parte poi di Atlantide, un contenitore teatrale in cui mi occupo di creare progetti. Adesso vorrei scrivere qualcosa per il teatro e poi magari tornare al cinema, insomma continuare con la scrittura.

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