The Crown. L’integrità della Corona è l’unico comandamento. La vittoria dei Golden Globes.

Testo Saverio Caruso

Tra la notte del 28 febbraio e il primo marzo si è tenuta in America la 78ª edizione dei Golden Globe Awards,
trasmessa in diretta dalla rete statunitense NBC.
Molte sorprese. Vince il premio per Miglior miniserie “La Regina Degli Scacchi”. Vince anche il premio Miglior attrice protagonista in una miniserie Anya Taylor-Joy, l’enigmatica protagonista della serie, la vera rivelazione del piccolo schermo di quest’anno. Un personaggio complesso. Una giovanissima talentuosa, orfana, troppo piccola per poter gestire i libertini vizi della vita, ma fin troppo vissuta per assecondare i gusti delle sue coetanee. Si aggiudica il premio come miglior film di animazione “Soul”, dichiarando il chiaro posizionamento della Pixar Animation Studios di voler produrre film di animazione più introspettivi e psicologici come mai visto prima.
Miglior film musical o commedia è la disturbante e geniale satira di Borat, una panoramica divertente e amara del peggior lato dell’America popolare. Una vittoria anche per l’Italia. Laura Pausini vince per la migliore canzone originale “Io sì / Seen”, tratto dal film “La
vita davanti a sé” di Edoardo Ponti con Sofia Loren, su Netflix.
Ma la vera regina dei Golden Globe porta la sua corona come nome. La meravigliosa serie Netflix “The Crown” stravince. Si aggiudica Miglior serie drammatica, Miglior attrice protagonista in una serie drammatica, Miglior attore protagonista in una serie drammatica, Miglior attrice non protagonista in una serie.

“The Crown” incanta, fa piangere e sorridere. Chiariamo. “The Crown” non è la serie sulla Regina Elisabetta e
questa quarta stagione ce lo ripete. “The Crown” rispecchia fedelmente il suo titolo. È la serie sulla corona, con la c minuscola. L’oggetto che Elisabetta porta sul capo è il vero elemento magico di questa fiaba. Magico per gli uomini e le donne di Buckingham Palace chiamati a compiere lo sforzo sovrumano, letteralmente non-umano, di farlo percepire come tale, al mondo come a sé stessi. Si, perché “The Crown” parla di uomini e donne con pregi e difetti uniti dall’unico compito di dover faticosamente dimostrare che il valore di quella corona che plasma indissolubilmente le loro vite vada oltre l’oro e i diamanti di cui è composta.

La quarta stagione di “The Crown” è una rivelazione.
Nelle stagioni precedenti avevamo iniziato a simpatizzare per la Regina. Quel personaggio inarrivabile trasmesso solo ai Tg nelle occasioni istituzionali, diventa più vicino che mai. La serie è chiara fin da subito. Non intende raccontare la ricchezza e i privilegi di cui godono i membri della Famiglia Reale, che pur fanno da cornice, infastiditi solo da inutili batti becco di corte. La Corona è sacrificio, dedizione, rigore, annullamento. Il padre di Elisabetta, a seguito dell’abdicazione di Edoardo VIII, suo fratello, diventa inaspettatamente Re e, dopo la sua morte, Elisabetta Regina. La Corona fa il suo ingresso prepotente nella vita di tutti. L’infanzia di Elisabetta, come quella della sorella Margareth, è compromessa, per sempre. Sono bambine amorevoli, felici, ma i loro unici amici sono i maggiordomi di Buckingham Palace, non vanno a scuola e non hanno un’adeguata istruzione. Elisabetta prenderà lezioni di cultura generale solo molti anni dopo il suo matrimonio e in funzione del fatto di essere una Regina.
Nelle prime tre stagioni Elisabetta è in eterno conflitto tra l’essere Regina ed essere figlia, essere Regina ed essere moglie, Regina e sorella, Regina e madre di figli eredi, Capo della Chiesa e amletica credente, Capo di Stato e fragile donna. La vediamo terrorizzata di fronte alla verità sullo stretto rapporto tra suo zio, l’allora Re Edoardo VIII e Adolf Hitler e, finalmente la vediamo piangere di fronte al disastro di Aberfan.

Nella quarta stagione però la metamorfosi è conclusa. La sua entrata in scena la vede marciare a cavallo, con vestiti militari. Le radici della Corona penetrano ormai affondo. Elisabetta è una Regina. È decisa ormai. È forte. Conserva pietà, ma sa mettere da parte i sentimenti. È di ferro. Per tutta la stagione, la sceneggiatura diverte nel mettere in evidenza le differenze tra lei e la vera Lady di Ferro, la Prima Ministro Margaret Thatcher. Vince il Golden Globe per la Miglior attrice non protagonista in una serie, Gillian Anderson, per l’interpretazione di un personaggio costruito e interpretato con sapiente cura.
Ha il coraggio di sfidare il governo, il popolo e anche la Corona, per lei la parola “lavoro” ha un significato nettamente diverso da quello dei membri della Famiglia Reale, è impacciata a corte, deve al padre la contraddizione di essere maschilista in un corpo di donna, eppure, a fine stagione, Elisabetta le rivela: “non siamo poi così diversi io e lei, sa?”. E non è per il solo devoto servizio al Regno Unito. Entrambe sono pronte ad anteporre i loro sentimenti per qualcosa che percepiscono come più grande. La Thatcher per il suo lavoro, la Regina per la Corona. La Corona deve trionfare, anche se sotto di essa c’è la disperazione. La grande vittima di questo è Margareth, interpretata da Helena Bonham Carter che
concorreva al Golden Globe per il premio di Miglior attrice non protagonista in una serie insieme a Gillian Anderson.

“The Crown” non è
la serie sulla Regina
Elisabetta e questa
quarta stagione ce lo
ripete chiaramente.

Margareth non è invidiosa di Elisabetta, però fatica ad apparire agli altri come qualcosa di diverso dall’essere solamente la sorella della Regina. Entrambe si amano sinceramente, si compensano, condividono gioia e dolori, ma lo spettatore non dimentica il passato di Margareth, il suo grande amore ostacolato dalla Regina per impedimenti voluti dalla Chiesa e dalla Corona e che hanno gettato lei tra le braccia di un uomo assente. Finisce in depressione per questo. Le radici della Corona affondano però, anche nel peggior dramma della Famiglia Reale. Dramma che occupa per metà la quarta stagione. Non è più il tempo di Elisabetta. È il tempo di Diana.
L’interpretazione di Emma Corrin, che le vale il Golden Globe di Miglior attrice protagonista in una serie drammatica, è impressionante. Guardando la serie, l’attrice ricorda così tanto la reale Diana, che ci si chiede se essa non sia un effetto speciale, un ologramma creato al computer. Diana torna in vita con i suoi stessi sorrisi, i suoi stessi gesti.
Diana è un’aristocratica, è lontana dai pregiudizi e dall’etichetta della Corona. Emblematica la sua entrata in scena. Illuminata da una luce celestiale, simbolo della sua purezza, nascosta tra i rami di una pianta, vestita con un costume di radici e foglie. Un’anima del bosco, un elfo di un mondo fatato. Inizia una frequentazione con il principe Carlo, inetto, perennemente indeciso, più puerile della stessa Diana. Ama un’altra, Camilla Shand.
Per il ruolo, Josh O’Connor vince il Golden Globe per il Miglior attore protagonista in una serie drammatica. Sposarsi per loro due sarebbe una pessima idea, ma la Corona spinge fortemente il matrimonio.
Nella prima stagione, The Crown ci racconta che l’incoronazione di Elisabetta fu il primo evento della Famiglia Reale ad essere trasmesso in diretta tv. Lo assistiamo prima con gli occhi di Edoardo, duca di Windsor, poi, nel momento più spirituale, le telecamere di spengono, e noi, gli spettatori, possiamo vedere e rimanere estasiati.
Non assistiamo invece al pluritrasmesso matrimonio tra Carlo e Diana. La salutiamo a fine puntata in abito da sposa. Rimane un senso di amarezza per non assistere al matrimonio, ma gli sceneggiatori così ci suggeriscono che c’è altro che dobbiamo vedere. La vita di Carlo e Diana diventa a poco a poco un inferno in terra. I familiari eventi di facciata, riprodotti maniacalmente nella serie, si alternano ai drammi silenziosi della coppia, fatta di tradimenti, incomprensione e minacce. La Corona sa tutto. E tace. L’integrità della Corona è l’unico comandamento. Stai al tuo posto, impone la Corona a Diana. E sorridi, anche se il tuo cuore piange. Simbolica la sua spensierata pattinata pop nelle ornate sale di corte, per poi sentirsi oppressa, cadere sul lucido pavimento e piangere.

L’ingiustizia è raccontata in modo eccelso. Lo spettatore vorrebbe entrare nello schermo e rompere quel silenzio insopportabile. Urlare alla Famiglia Reale che è tutto sbagliato, implorare a Diana di scappare finché non sarà troppo tardi e, infine, assestare un pugno a Carlo per la sua insopportabile inettitudine. No, lo spettatore vive il senso di claustrofobia che vive Diana, lo stesso che vive Margareth da anni. In questa stagione Margareth è malata, e non solo di depressione. Implora la sorella per darle qualcosa da fare, tenerla occupata per non pensare, altrimenti impazzirebbe.
Negli ultimi minuti della stagione, la definitiva condanna di Diana è emessa da Filippo, personaggio meno
presente rispetto alle scorse stagioni, l’unico che sembrava simpatizzare per lei. La ammonisce, la minaccia.
Le ricorda che sono tutti condannati a servire la Corona, anche a scapito della loro felicità. La stagione si chiude
con un primo piano disperato di lei. L’eterea e innocente anima dei boschi è morta.
Anche la quarta stagione conferma l’altissima qualità di questa serie Netlfix. Sceneggiature complesse, fotografie magnifiche, dettagliate ricostruzioni di luoghi, situazioni e personaggi. Finanche gli eccentrici maglioni della giovane Diana sono riprodotti fedelmente.
In un periodo di dozzinale sovrapproduzione di serie tv, The Crown si erge a uno dei migliori prodotti oggi trasmessi. Rimaniamo quindi, in attesa della lontana quinta stagione, che, con ogni probabilità, mostrerà la
tragica morte di Diana.

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