Sopravvivere all’oblio: “Dara di Jasenovac”

Il film serbo presentato agli Oscar e ai Golden Globes,
che racconta dello sterminio di serbi ed ebrei
nei campi di concentramento croati,
durante la Seconda Guerra Mondiale

Testo Sofia Chiappini

I corpi inermi delle vittime galleggiano sulle sponde fino al letto del fiume Una, sulle cartine quasi non si
vede il nome della piccola cittadina croata, che sorge a pochi chilometri dal confine con la Bosnia-Erzegovina,
in cui uomini e donne convivono accanto alle bestie, in “un enorme oceano di dolore”: questa è Jasenovac. Così
la definisce il regista croato Lordan Zafranović, mentre con voce grave e commossa ci introduce alle prime scene del suo documentario “Jasenovac – The Cruelest Death Camp of All Times (1983)”, sui campi di concentramento Ustaša croati.
“Dara di Jasenovac” (in lingua originale “Dara iz Jasenovca”) è un film che si propone l’arduo compito di cambiare il corso della storia, per come l’abbiamo conosciuta. La pellicola dal punto di vista registico, di scrittura e interpretativo è di altissimo livello, tanto da comparire nella sezione dedicata ai film stranieri dei Grammy Awards e Golden Globes. Ma “Dara di Jasenovac” è anche il drammatico simbolo di una storia che non riesce a emergere dall’oblio della memoria, se non a costo di gravi e tendenziose critiche, passando per un vaglio politico che, alla fine, lo condanna al dimenticatoio.
Il commovente film del regista serbo Predrag Antonijević non è rientrato in nessuna delle ambite nominations dei premi statunitensi, ma è stato, piuttosto, al centro di accanite polemiche, rimbalzate da un continente all’altro, a suon di recensioni (soprattutto dagli USA) politicamente discutibili e oggetto di una lotta all’ultimo click, tra Serbia e Croazia, sul notissimo sito IMDb.
Tra le pagine della storia che con maggiore reticenza i paesi occidentali sono disposti a squadernare c’è, indubbiamente, la questione del collaborazionismo. La Croazia o, per meglio dire, lo Stato indipendente di Croazia (NDH), guidato da Ante Pavelić, è stato uno dei paesi che con maggiore fervenza ha aderito ai dettami del nazionalsocialismo del Terzo Reich. La storia dei conflitti balcanici è annosa e molto spesso oscura, l’adesione al
nazionalsocialismo da parte degli Ustaša, sotto la direzione del dittatore Pavelić, si situa cronologicamente e, forse, anche concettualmente, al centro di un arco storico iniziato con le prime guerre balcaniche dell’Ottocento, volte alla liberazione dall’occupazione straniera e all’egemonia territoriale, fino ai conflitti più recenti del secolo scorso. Non sta, tuttavia, alla storia riscrivere gli eventi, come non sta all’arte giudicare gli esseri umani, ma solo raccontarne le vite, le aspirazioni e i bisogni, gli uni accanto agli altri, persino nelle vicende più drammatiche.

“Dara di Jasenovac” è una storia che merita di essere vista e raccontata, anche se l’uscita in Italia, al momento, non sembra essere stata presa in considerazione.
Il film ha come protagonista una bambina di circa dieci anni realmente esistita, interpretata dall’attrice serba
Biljana Čekić. Dara Ilić è provvista di una cruda e amara saggezza, ma è anche una bambina di vivida e acuta curiosità, che ormai orfana si aggrappa tenacemente alla cura, quasi morbosa, della sua unica famiglia rimasta, il fratellino Budo. Mentre la madre e il fratello maggiore sono sommariamente giustiziati di fronte ai loro occhi, il padre è deportato e costretto a sbarazzarsi dei corpi di chi, come lui, è finito nella mani degli Ustaša e dei loro intimi collaboratori tedeschi e italiani. I corpi sono “liquidati” nei fiumi o in gigantesche fosse comuni e sono gli ebrei e i serbi, spesso partigiani, a lavorare gomito a gomito in questo inferno. La traduzione serba del termine campo di concentramento non lascia dubbi sullo stato di inaridimento e disumanizzazione di questi luoghi, al pari dei più noti modelli nazisti, pero’ vi aggiunge una sfumatura che in italiano suona davvero emblematica. Da ‘lager’ il serbo ‘logor’ richiama la radice tedesca di quel logorante internamento, testimoniando con grande efficacia fonetica il senso di sudiciume, povertà e riduzione degli esseri umani a cenere. A sopravvivere, a detta della sceneggiatrice Nataša Drakulić, che sceglie un sottotitolo decisamente d’impatto, sarà lo spirito umano: “The human spirit will not be erased”.

In particolare, la seconda parte del film, ambientata nel campo di concentramento di Gradiška, adibito a donne e bambini/e serbi/e ed ebrei/e, si distingue per l’uso di un lessico familiare, a volte gergale, di intima tenerezza, accompagnato da intensi silenzi e da una colonna sonora straordinariamente coinvolgente. Grazie a quest’ultima persino le scene più violente diventano sopportabili, lasciando emergere un aspetto più lirico e poetico della narrazione. Tema centrale del film è, innanzitutto, l’amore materno. Dalla potente alleanza tra donne fino alla straziante preoccupazione per le figlie i figli, il senso identitario e di attaccamento alle tradizioni e ai valori del popolo serbo è raccontato attraverso l’indissolubile legame materno, con un senso di orgoglio e dignità che non può che esserci d’esempio.

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