Una stanza tutta per loro: Agnès Varda e Virginia Woolf

Cléo dalle 5 alle 7 e La Signora Dalloway
ovvero “la poesia dell’esistenza”

Testo Marco Bolsi

Perché accomunare Virginia Woolf e Agnès Varda, due autrici culturalmente distanti, se non per un contatto quasi impercettibile tra le loro arti? Scrittura per parole e scrittura per immagini che entrambe, grazie alla “pura sensibilità” di cui sono dotate, fanno proprie; divertendosi a sperimentare linguaggi che scavalcano un intento puramente realista per arrivare a quelle zone inafferrabili della narrazione che sono poesia, libera espressione del sentimento, appunto. In questo senso, sarà allora più semplice vedere i fili che uniscono La signora Dalloway, che Woolf porta alla luce, a fatica, in un solo anno – il libro viene pubblicato nel 1925 – e Cléo dalle 5 alle 7, secondo film di Agnès Varda del 1962, gli anni più vivi della nouvelle vague.

LA TRAMA LA SIGNORA DALLOWAY In una limpida mattina di giugno, Clarissa Dalloway esce di casa per comprare dei fiori; la sera darà una festa a cui forse parteciperà il primo Ministro, oltre ai suoi amati amici di una vita, Peter Walsh e Sally Seton. Per le strade di Londra passeggia anche Septimus Warren Smith, un giovane ufficiale che è rimasto traumatizzato dall’esperienza della guerra. I due non si incontreranno mai, eppure condivideranno un abbraccio senza fine.

LA TRAMA CLÉO DALLE 5 ALLE 7
Sono le 5 di pomeriggio di un 21 di giugno e la giovane Cléo è da una cartomante: è disperata, forse ha il cancro. Dovrà attendere la sera per ricevere una risposta dal dottore. La seguiamo per un’ora e mezza nel suo girovagare per le strade di Parigi. Incontra la sua assistente, un’amica, voci e volti di persone. E alla fine Antoine, un soldato che sta per partire per la guerra in Algeria, grazie al quale Cléo metterà da parte ogni paura.

Sono due opere che prima di tutto, e in modo evidente, hanno come protagonista il Tempo – Le ore era il titolo
iniziale scelto dalla Woolf, che proprio in quel periodo aveva terminato la lettura di Proust; e poi c’era l’amato-odiato Joyce. Un tempo soggettivo, quindi, un tempo che diventa flusso irrazionale di pensieri, che stratifica momenti stessi di vita – il passato e il presente di Clarissa – e li fa incontrare senza distinzioni; si confondono, perché in fondo quello che si vuole restituire al lettore è una parte della realtà, così come siamo abituati a percepirla, cioè nella sua non totalità: “La pace discese su di lei, era calma, contenta, mentre l’ago con delicatezza tirava il filo di seta fino alla pausa gentile, e raccogliendo le pieghe, le riprendeva insieme leggere, intorno alla vita. Così si raccolgono, si sollevano, e ricadono, si raccolgono e ricadono ancora le onde in un giorno d’estate; e il mondo intero sempre più gravemente sembra che dica ‘è tutto’, finché anche il cuore, che sta nel corpo disteso sulla spiaggia al sole, dice, è tutto. Non temere, dice il cuore. Non temere, dice il cuore, affidando il proprio fardello al mare, che sospira per tutte le pene, e riprende, e ricomincia, e si raccoglie, e ricade. E il corpo solitario ascolta l’ape che ronza, l’onda che si spezza, il cane che abbaia, abbaia e abbaia in lontananza”.
Ci sono però i rintocchi del Big Ben (che torneranno di continuo) che annullano questa fuga nella coscienza e che riportano Clarissa all’ora, a quella mattinata limpida di giugno e ai fiori che sta andando a comprare per la festa che darà la sera. Con Varda i due piani sono più netti: il tempo scandito dagli orologi e in capitoli – ore e minuti – accompagna il peregrinare di Cléo per le strade di Parigi in cerca di un sollievo dai pensieri di morte che la rincorrono – la donna attende i risultati di un esame medico, potrebbe avere il cancro. La durata del film corrisponde al tempo che intercorre prima che Cléo riceva la risposta, un’ora e mezza, che a lei sembra interminabile; in alcuni momenti ha la sensazione che il tempo stia passando troppo in fretta e in altri che si sia fermato: è la percezione che tutti noi ne abbiamo e che Varda filma rendendo di fatto il tempo visibile.
“What a lark! What a plunge!”, tradotto fedelmente da Nadia Fusini con “Che gioia! Che terrore!”, è l’incipit fulmineo che apre La signora Dalloway. Due movimenti sussultori, l’uno sospinto verso il cielo l’altro trascinato in basso, verso l’abisso: sono il comico e il tragico, la vita e la morte che seguono i personaggi come un’ombra. Cléo inizia di fatto con una seduta di tarocchi – “l’impiccato, questa carta parla chiaro: sofferenza” – da cui la protagonista esce in lacrime.
Da questo momento, segnato dal passaggio dal colore al bianco e nero, in lei prende corpo una trasformazione
profonda che coincide con una messa in discussione di sé, della sua immagine che vediamo riflessa all’infinito
negli specchi. Nel corso del film ci vengono presentate molte facce di Cléo – la cantante, l’amante, l’amica; tante
quante i cappelli che si prova in negozio, perché ha bisogno di sentirsi protetta. Cléo si fa scudo della sua bellezza, che indossa come un’armatura per serrare il male che forse porta dentro – “meglio lì che altrove, almeno non si vede e nessuno lo sospetta”, dice.
A poco a poco, la civetteria e la superstizione – la cartomante, lo specchio rotto – fanno spazio a nuove consapevolezze che necessariamente passano dal fuori al dentro, a come gli altri l’hanno sempre vista. Il dolore
riaffiora quando prova il testo di una nuova canzone, è esausta: “Tutti mi viziano, ma nessuno mi ama”, grida. Si
toglie la parrucca e il négligé di piume, indossa un abito più semplice, nero, ed esce di casa senza una meta, cullata da una sarabanda di voci e situazioni a volte distinte, di persone sconosciute che osserva e che sembrano fissarla consce del suo destino: “Da questo momento Cléo comincia a guardare gli altri. Lo considero un approccio femminista”, affermerà Varda molti anni più tardi.
“Volevo concentrarmi su di lei come donna, che viene definita attraverso lo sguardo degli altri. E che a partire
da un certo punto cambia, perché è lei a guardare. In questo modo ridefinisce sé stessa”.

Come lei anche Septimus Warren Smith passeggia sospeso tra la vita e la morte. È il deuteragonista ne La signora Dalloway e rappresenta quel secondo movimento, plunge, cioè il tuffo o la caduta. Ha circa trent’anni ed è sposato con una donna italiana, Lucrezia, che ha conosciuto di ritorno dalla guerra; è un veterano, anzi un colpito o un distrutto – war smitten, anagrammando il suo cognome: su di lui grava infatti il trauma di quell’esperienza, dei compagni persi sul campo di battaglia, del suo amico Evans che non ce l’ha fatta e nei confronti del quale prova un terribile senso di colpa. Finita la guerra Septimus è stato preso dal “panico di non sentire più nulla” e per questo si fidanza con Rezia. Il giovane uomo però è quasi sempre assente, ha allucinazioni, è inghiottito da visioni orrorifiche che lo fanno precipitare “un
gradino di più in fondo al pozzo”.
Virginia Woolf ci parla di sé attraverso le sue opere: è disgustata dalla guerra, dalla violenza, dalla barbarie e dagli effetti che queste hanno sulla gente – severance è la parola che userà a proposito, un distacco – dagli affetti, uno strappo – dalla realtà. Lo stesso che ha Septimus da sua moglie e dal mondo, e lo stesso che spingerà Virginia a uno stato di angoscia che le sarà fatale. Ne La signora Dalloway c’è una forte critica alla guerra e a una società che con la sua fede moderna crede di avere una cura a tutti i mali: “Non aveva niente”, dice il dottor Holmes, che prescrive a Septimus delle compresse di bromuro; “era solo una questione di riposo”, sentenzia lo specialista, il dottor Bradshaw, che lo vuole ricoverare in una delle sue costose cliniche e che alla parola pazzia preferisce la formula “non avere più il senso delle proporzioni”.
Il suicidio di Septimus è allora la condanna definitiva a questo sistema, non un rifiuto di vivere: “Non aveva voglia di morire. La vita era bella. Il sole caldo. E gli esseri umani?”, ecco il suo ultimo pensiero subito prima di gettarsi dalla finestra.
Con Varda siamo invece a un attimo prima, in un presente che non si è ancora lacerato: per radio sentiamo dei tumulti in Algeria e verso la fine Cléo conoscerà Antoine, un soldato che sta per partire per la guerra. Il loro incontro è fortuito, fugace e non a caso avviene il 21 giugno, durante il solstizio d’estate, quando il giorno è più lungo e la luce ha la meglio sul buio della notte: è un augurio di cambiamento, di rinascita – “è la festa di Flora”, le dice Antoine; “il mio nome è Florence”, risponde Cléo. Un’altra maschera cade e la metamorfosi continua. I due proseguono a chiacchierare e a scherzare, lui la fa ridere; si propone di accompagnarla in clinica per il fatidico responso, ma è ancora così importante?
Lungo il tragitto scorrono altri simboli che Varda semina in un gioco a due con lo spettatore: un bambino nato
prematuramente, che viene trasportato in un’incubatrice, l’insegna di un fioraio accanto a quella di un’impresa di pompe funebri. Intanto sono quasi arrivati e Cléo è di nuovo preoccupata, è sovrappensiero; si isola dalla
conversazione e il mormorio della gente accanto torna a essere sovrastante. All’ospedale chiederà del dottore, ma
le diranno che è già andato via. La presenza di Antoine la conforta: “Non è cosi urgente, lo chiamerò stasera”.
Si prendono per mano e continuano a passeggiare; passa il dottore in macchina che conferma la diagnosi,
ma le dice di stare tranquilla, un paio di mesi di radioterapia basteranno. La morte è ancora lì, appostata, in attesa, ma qualcosa ora è diverso: “Mi sembra di non aver più paura, mi sembra di essere felice”, confida Cléo.
Entrambi, l’una a fianco dell’altro, si fanno forza nella loro solitudine, nelle loro incertezze: non sappiamo come andrà a finire o se si rivedranno, non è questo che ci interessa.
A differenza di Cléo e Antoine, Septimus e Clarissa non si incontreranno mai. Si sfiorano più volte – capita che il loro sguardo sia puntato verso la stessa direzione o che altri personaggi, Peter Walsh o il dottor Bradshaw, siano connettori involontari. Eppure, quando Clarissa viene a sapere del suicidio del giovane, si immagina la scena esattamente come è avvenuta, come se fosse stata testimone oculare della disgrazia: “Si era buttato dalla finestra. D’un lampo il suolo era sfrecciato in alto; alla cieca, le punte rugginose dell’inferriata l’avevano infilzato, trafitto. Giaceva lì per terra, col cervello che batteva bum, bum, bum, e poi un gran nero lo soffocò. Lei lo vide così”.
Clarissa è la custode della Vita, ha “un senso del comico veramente straordinario”, “ha un’energia meravigliosa”. In quanto tale, lark, è fissata indissolubilmente all’altra faccia, plunge, che cerca di respingere e di tenere lontana dal suo santuario. Alla stregua di una sacerdotessa organizza un rito propiziatorio – la festa – che per sua natura è un momento di celebrazione, di convivialità: i saloni pieni di gente, gli scoppi di risa, l’argenteria perfettamente specchiante, le rose, e le tende che si gonfiano al soffiar del vento – “e fu come se un volo d’ali riempisse la stanza”. Se Richard, suo marito, pensa che sia sciocco volere quest’eccitazione, per Clarissa la ragione è più semplice: le piace la Vita, alla quale si rivolge direttamente ribadendo la sua credenza – “è per questo che lo faccio”. Per lei, mettere insieme tutte quelle persone è “un’offerta” per esorcizzare non tanto la morte quanto l’inesorabile scorrere del tempo.

“Mi sembra di non
aver più paura,
mi sembra di
essere felice”

Qualcosa di simile era stata fatta da Joyce nel racconto I morti, che chiude la raccolta Gente di Dublino (1914), e che è stato trasposto meravigliosamente al cinema da John Huston in quello che è il suo ultimo film (1987).
Anche qui l’occasione di incontro è una festa che ogni anno, la notte dell’Epifania, viene data a casa delle sorelle Morkan. Tra danze, cibi invitanti e qualche bicchierino di troppo l’atmosfera si fa calda e gioiosa. Gesti e parole si reiterano in un costume che innalza la memoria a giudice supremo. Perché nei ricordi è possibile percepire il senso di una comunità, di un sentire comune, che in Joyce afferisce a una terra, l’Irlanda, in Woolf a un passato che per qualche ora diviene presente, tangibile, autentico: “Peter e Sally si erano seduti vicini. Parlavano; sembrava la cosa più naturale del mondo, che parlavano insieme. Avrebbero ricordato il passato. Quel passato che lei aveva diviso con loro più che con qualsiasi altro; il giardino; gli alberi; il vecchio Joseph Breiktopf che cantava Brahms senza un filo di voce; la carta da parati del salotto; l’odore delle stuoie – Sally sarebbe stata per sempre parte di tutto ciò, come Peter”.
Il momento di estasi viene però interrotto. La morte bussa alla porta e, come tutti gli invitati, non si può non
ricevere. Per Gretta, uno dei personaggi del racconto, la morte irrompe con un’epifania, un canto, che fa riemergere il dolore per un amore passato finito drammaticamente. Anche per Clarissa è qualcosa di imprevisto e di inaspettato – “nel bel mezzo della festa, ecco la morte, pensò”. Si ritira in una stanza, sola, anzi insieme a Septimus. Vive la sua esperienza in prima persona, in qualche modo lo conosce, lo comprende – “si sentì proprio come lui” – e lo abbraccia. Ma non lo compiange.
E come Cléo, adesso Clarissa è consapevole, e in parte confortata, perché sa che deve continuare a mettere in
pratica il suo dono, quello “di essere e di esistere”: “Strano, incredibile. Non era mai stata tanto felice.
Non c’era niente che fosse abbastanza lento, niente che durasse abbastanza a lungo. Non c’è piacere, pensò, raddrizzando le sedie, rimettendo a posto un libro nello scaffale che eguagli il senso di averla fatta finita con i fasti della giovinezza, di essersi persa nel corso della vita, per ritrovarla ora, con un brivido di gioia, al sorgere del
sole, al calare del giorno”.
Comico e tragico, vita e morte, e anche bianco e nero. È Godard a ricordarcelo in modo buffo nel cortometraggio muto che vediamo in Cléo – un omaggio di Varda al suo amico regista. Due fidanzatini si salutano, c’è molta luce e Godard indossa un paio d’occhiali da sole; la sua ragazza – Anna Karina – inciampa e cade. Arriva un carro funebre che la porta via. Il giovane è disperato, piange; si sfila gli occhiali realizzando che… erano questi a fargli vedere tutto nero!

Consigli

▪ N. Fusini, Possiedo la mia anima.
Il segreto di Virginia Woolf, Feltrinelli 2021

Varda by Agnès di A.Varda (2019)

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