Mina Settembre. Ritratto di una ragazza della porta accanto e il successo della semplicità

Testo Roberta Leo

La Napoli di Mina Settembre, la serie tv diretta da Tiziana Aristarco e prodotta da Rai Fiction e Italian International Film, sembra quella di un romanzo. Una città in cui la pandemia non esiste, in cui troneggia splendido il Vesuvio, in cui non c’è solo pizza e camorra, ma gente per bene che lotta ancora per degli ideali, capace di un altruismo generoso verso il prossimo.

La serie affonda le sue radici nella letteratura. I racconti di Maurizio de Giovanni, scrittore, giallista, sceneggiatore e drammaturgo napoletano, sono l’esempio di una tendenza sempre più spiccata a fare dell’opera letteraria un prodotto televisivo. E questo indossa la veste della fiction trasmessa dalla televisione del servizio pubblico in un periodo in cui, per contro, la fruizione on demand genera un progressivo accantonamento della cara vecchia televisione. Si tratta di serie tv che hanno avuto un grande successo e che radunano amici e famiglie davanti al piccolo schermo. A favorire questa intimità è sicuramente il fatto che Mina Settembre, la protagonista interpretata dalla bravissima Serena Rossi, è la ragazza della porta accanto e agisce in una Napoli che mostra i suoi quartieri più difficili, ma li guarda con gli occhi
dei “buoni” e degli idealisti. Si delinea così il ritratto di una città e di un’umanità in cui vince chi porge l’altra guancia, chi si ribella alle ingiustizie, chi fa il lavoro che ama per passione e non per denaro, chi ha coraggio e chi perdona.

Potrebbe sembrare un quadretto utopistico dipinto da cortigiani della regia e della sceneggiatura, eppure, in fondo, che male c’è a sognare ideali e normalità in un periodo storico in cui tutto è sottosopra e in cui troneggia l’individualismo? Anche perché la fiction, dietro il pretesto del romanzo con la sua morale un po’ provinciale, insegna paradossalmente ciò che l’umanità sta vivendo da circa un anno. E cioè che anche ciò che sembra perfetto può crollare e che le cose materiali sono sempre più spesso effimere. Mina ha una vita invidiabile: una bella casa, un matrimonio felice, un lavoro che ama e due amiche del cuore. Dopo la morte del padre, a cui era particolarmente legata, il suo matrimonio finisce a causa di un’infedeltà del marito. Segue un periodo difficile, di grande confusione in cui anche il lavoro mostra i suoi aspetti più complessi. Alla fine della fiction scopre il tradimento (doppio) di una delle sue migliori amiche che, anni prima, aveva avuto una relazione con suo padre (dalla quale nasce anche un figlio), viene distrutta
l’aurea dorata e idealizzata di cui la figlia lo aveva sempre investito. Ma nonostante tutto, Mina non si lascia
incattivire dal dolore dei tradimenti. Elabora una forma tutta speciale di perdono, di accettazione del male senza
diventare mai vendicativa. A questi eventi emotivamente forti, si aggiunge un mix irresistibile che si sposta dal giallo al rosa, nel senso più letterario del termine. Tra i casi lavorativi che risolve con un approccio tutto “investigativo” e un accattivante ping-pong sentimentale tra l’ex marito e il nuovo affascinante collega ginecologo, Mina si mostra sempre una donna intelligente e di buon cuore. Mina è un’assistente sociale, aiuta indigenti, senzatetto, donne vittime di violenza e minori provenienti da famiglie disagiate.

È una delle poche volte in cui l’eroina di una fiction non è una manager in carriera, una fotomodella, una professionista di grido, ma una donna che si sporca le mani, che non volge lo sguardo dall’altra parte, che va oltre la sua sfera personale. Sentimentalmente onesta e romantica, Mina conserva un pudore d’altri tempi, ma è anche capace di concedersi e amare irrazionalmente. Gode nell’aiutare gli altri. Ed è proprio questo che conquista il suo pubblico e perdona anche alcuni aspetti banali della sceneggiatura. Il romanticismo e l’idealismo della fiction è sferzato dall’ironia di una madre cinica in carrozzella che tuttavia si riscatta (anche in modo un po’ troppo prevedibile) nel finale e dalla freschezza delle amiche di Mina, cresciute insieme dall’adolescenza e in cui tante amiche si sono identificate ritrovando in ognuna di loro dei tratti caratteristici. In tutta la fiction Mina palleggia tra questi due uomini, anche se il finale è tutt’altro che una scelta romantica. Mina non sceglie tra due uomini, così come non esplicita il perdono alla sua amica. Mina, così altruista, per una volta, sceglie sé stessa. E lo fa tuffandosi nell’alba dell’azzurro mare di Napoli.

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