Il rumore asfissiante dell’incomunicabilità: Anora di Sean Baker

12 Novembre 2024

Anora è l’ultimo gioiello firmato Sean Baker, con e per il quale il regista statunitense si aggiudica la Palma D’Oro a Cannes. Una Vivian Ward moderna che fuma sigaretta elettronica e balla sulle note dei Take That in attesa di una svolta.

Americana, ma di origine russa, Anora, lavora come spogliarellista in un locale di Brighton Beach (NY) offrendo servizi extra ai suoi clienti con lo scopo di intascarsi qualche dollaro in più per vivere. Troverà la sua fortuna (apparente) quando incontrerà Vanja Zacharov, un bambinone figlio di un oligarca russo in vacanza a New York che pare volerle offrire un futuro ben più radioso del presente che sta vivendo.

Sean Baker punta nuovamente i riflettori su quella fetta di umanità riposta ai margini e rifiutata dal fantomatico “sogno americano”. La prostituzione è argomento urgente nel cinema di Baker e viene per la maggior parte presentato come destino inevitabile per quelle donne, o ragazze, che cercano di farsi strada nel sentiero impervio della vita. Anora, che sarebbe più consono chiamare “Ani” per scelta dello stesso personaggio, è una di queste donne del cui passato sappiamo ben poco e del quale ci interessa fino ad un certo punto, il giusto per comprendere che, come qualsiasi altra ragazza della sua giovane età, è alla ricerca del suo posto nel mondo.

Solare, spumeggiante, ma dallo sguardo malinconico e deluso, Ani conduce la sua vita tra uno spogliarello e l’altro. La prima parte del film prosegue addentrandoci nella quotidianità della protagonista. Le scene dei balli erotici sono girate magistralmente dal regista americano che tramite inquadrature coraggiose annulla la distanza tra spettatore e filmato. Mikey Madison è incredibile nei panni di Anora e consente, fin da subito, di empatizzare con il suo personaggio. Le vogliamo bene sin dai titoli di testa.

La svolta al tedio della quotidianità arriva ben presto con l’introduzione del personaggio di Vanja (nome russo per “Ivan” interpretato da Mark Eidelstein) che propone alla ragazza una valanga di soldi per passare in esclusiva del tempo con lui e con i suoi amici. Il personaggio di Ivan è esilarante, scritto in maniera brillante da Baker a tal punto da non riuscire a non detestare il suo sorrisetto infantile e presuntuoso con il quale riesce ad incastrare Anora in un matrimonio avventato a Las Vegas che causerà il lento, ma caotico crollo degli eventi. Da questo momento, che pare funesto quanto lo scoperchiamento del vaso di Pandora o la caduta della Torre di Babele, il film prende una piega completamente differente. La presentazione di nuovi personaggi (“gli armeni” e cioè i tirapiedi del padre di Ivan) deragliano il racconto su un binario tragicomico, portando sulla scena ampie sequenze (perlopiù girate in piani-sequenza) fortemente grottesche.

Il film descrive un disequilibrio importante tra generazioni e persone che non riescono a comunicare. Genitori poco disposti alla possibilità che un figlio possa poter scegliere della propria vita, distanza troppo ampia tra i diversi gradini della società e di conseguenza motivazioni e azioni buffe e patetiche per tentare di sopperire a questo sentirsi inferiori. Zuffe, incidenti di percorso, una sfilza di scene alla Tarantino dove nulla sembra avere senso eppure incarnare in maniera adiacente il caos della situazione folle. L’unico personaggio che non giudichiamo mai è quello di Anora, vittima degli eventi, forse ancora troppo bambina nonostante le sue giornate le chiedano di essere sempre più donna, sempre più adulta. Sogna la luna di miele a Disneyland, una vita agiata, ma allegra, di sentirsi parte di qualcosa, di una famiglia. I suoi occhi sognanti sono pur sempre consapevoli, comprensivi di una realtà che cerca in tutti i modi di modellarsi addosso, ma che, come la scarpetta di Cenerentola, semplicemente non è fatta per tutti. Non è fatta per lei. Nonostante provi con tutte le sue forze e con tutta la voce che ha ad aggrapparsi a questa vita, proprio questa vita, della quale ha assaggiato istanti di felicità, finirà per buttarla giù.

Il film è un accavallarsi di voci, i personaggi non dialogano, si parlano sopra instancabilmente, non hanno alcun interesse ad ascoltarsi. Distanza di pensiero, distanza linguistica, distanza d’intenzioni sono il materiale più realistico che Baker plasma meravigliosamente. Le scene sono sempre vive, composte da secondi piani che di tanto in tanto appaiono quasi più interessanti dei primi e aiutano la comprensione di una realtà disagiante proprio perché schifosamente agiata. Anora non è un film politico, non vuole esserlo, eppure, in maniera del tutto ilare e umoristica, scocca qualche freccia dal suo arco. Racconta di due realtà storicamente in contrasto che non si somigliano e che non provano simpatia l’una per l’altra. Lei rinnega quel passato al quale, per famigliarità, è ancorata, ma che non riconosce nemmeno nel nome Anora per quanto il significato di “splendente” le si addica. Lei è Ani. Lui che invece, vuole essere chiamato Vanja, il suo nome russo. Molte cose le dice in russo, sintomo di un rapporto tossico con la soffocante madrepatria, dalla quale tenta più volte di staccarsi per “sentirsi americano”, ma che non riesce mai fino in fondo ed emotivamente, a lasciare.

Una sceneggiatura arguta, sostanzialmente ridotta all’osso che domanda spesso, che cosa stia succedendo. Lo spettatore viene immerso esattamente in quello che succede. Poco, molto poco perché il film si dilunga in una nottata folle essenzialmente, eppure, in questa nottata, accade di tutto. Il racconto procede nel fragore più eclatante, nel disordine più assoluto, ma è proprio in quei pochi silenzi che racchiude la sua essenza più sincera, chiudendosi in una scena che silenziosamente urla rabbiosa. Il finale è un pugno dritto sullo stomaco, ma delicatissimo. Un abbraccio nel quale resteresti, forse, per sempre.

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