“Le Sorellastre”. Quattro donne in gioco

13 Novembre 2024

«I parenti sono come le scarpe, più sono stretti, più fanno male», recitava il grande Totò in un vecchio film del 1964.

Una frase che racchiude un concetto tanto semplice, quanto universalmente riconosciuto: ovvero quello che i parenti, purtroppo, non si scelgono, e che spesso i legami più stretti, le persone a noi più vicine, sono quelle che ci feriscono di più.

Ed è proprio questa tematica che vuole affrontare Le Sorellastre di Ottavia Bianchi, con la regia di Giorgio Latini, in scena dall’8 al 10 novembre al Teatro Altrove a Roma, in replica straordinaria sabato 23 novembre. Una commedia dal retrogusto dolceamaro che scava nelle profondità del rapporto famigliare per svelarne tutti i segreti, da quelli più dolorosi ai più esilaranti.

Quattro donne, quattro sorelle, o meglio, “sorellastre”, dopo anni lontane e in cattivi rapporti, sono costrette a passare 24 ore insieme in occasione della veglia funebre della madre. Questo perché prima di morire, la donna gli ha lasciato una lettera con sopra riportata la promessa di una cospicua eredità, ma ad una semplice condizione: che le ragazze si impegnino in un gioco dell’oca un po’ particolare creato apposta per l’occasione. Basta solo attenersi alle regole, rispettare gli obblighi e dire sempre la verità. 

L’incontro avviene nella casa dei genitori, con quello stile un po’ rétro delle case senza tempo, dove i mobili antichi e pesanti, le sedie imbottite, i tavolini eleganti e un vecchio giradischi riempiono il vuoto lasciato dai ricordi passati. Ma se il primo impatto è quello di un posto intimo e familiare, custode di memorie, non appena notiamo il feretro della madre lasciato per l’ultimo saluto, tutto il calore percepito viene spazzato via da un’improvvisa ventata gelida.

Ma neanche questa ingombrante presenza funerea, riesce a rovinare l’atmosfera divertente e frizzante generata dallo scontro tra sorelle, “sorellastre” di spirito, ma non di sangue: la maggiore è Emma (Ottavia Bianchi), la «brava di casa», stretta nel suo vestito elegante, nelle scarpe col tacco abbinate alla borsa, è sempre pronta a fare quello che gli altri si aspettano da lei, ma mai quello che desidera davvero; l’assistente sociale e catechista Emilia (Giulia Santilli), rimasta a casa ad assistere i genitori, desiderosa di trovare un proprio posto nel mondo; Elvira (Livia Castiglioni), la «bella» e algida agente immobiliare trasferitasi a Milano; e infine c’è Ughetta (Patrizia Ciabatta) che vive in una comunità per rifugiati, ha la stessa passione della madre per tarocchi, spiriti, gatti randagi e la testa sempre fra le nuvole.

Tra rimproveri, accuse e frecciatine non tanto velate, la partita giocata insieme sarà il pretesto non solo per confessare alle altre le bugie, i dolori taciuti per una vita e il rapporto complicato con i genitori, ma anche un modo per confessarle finalmente a sé stesse.

Quattro donne cresciute nella stessa casa, apparentemente tanto diverse, eppure così simili. Inconsapevoli di quanto in questi anni, lontane dai propri affetti, e dai loro legami abbiano finito per perdersi, incapaci di reagire di fronte alle scelte sbagliate della vita. Una vita che le ha rese solo infelici: «Che pensi che lo puoi avere solo tu un desiderio?».

Quattro donne, quattro corpi, quattro sensibilità. Descritte grazie alla penna brillante ed emotiva di Ottavia Bianchi che con una leggerezza mai superficiale, riesce a raccontare con spietata ironia, fragilità e ingiustizie contro cui le donne devono scontrarsi quotidianamente. Perché i loro corpi, i gesti, le parole, le decisioni, le loro vite, sono sempre crudelmente messe sotto la lente spietata del giudizio, la stessa da cui sbircia Bianchi per denunciare tutto questo con inedita delicatezza.

Se Emma ha sempre cercato l’approvazione nella realizzazione del matrimonio e nella famiglia perfetta, l’interpretazione di Bianchi riesce a raccontare la difficoltà di una donna che con il passare degli anni e dopo le gravidanze, vede il suo corpo cambiare, trasformarsi, senza riuscire a comprenderlo e accettarlo. Una donna vittima del giudizio esterno, tanto che in questa disperata ricerca della perfezione, non può sopportare la fine del suo matrimonio infelice.

Allo stesso modo, Livia Castiglioni porta in scena tutta l’arroganza di una donna che per dimostrare al mondo e a sé stessa di meritare i successi raggiunti, non può accettare gli errori commessi a causa delle sue debolezze, o peggio, per amore. E se Elvira soffre il peso di aver provato ad affermarsi lontana da casa, alle sue controparti, Emilia e Ughetta, al contrario, viene rimproverato di essere rimaste legate al nido familiare.

Giulia Santilli nel suo ruolo incarna la vulnerabilità di chi nella vita, prima di fare il grande salto, si frena per paura del vuoto. Emilia, dopo una vita spesa dietro ai genitori, considerata già «bastone della loro vecchiaia» a soli cinque anni, senza un lavoro “vero” e senza marito, è finalmente pronta a prendere il volo, a lasciare il nido e a trovare la propria strada lontano da casa, ma soprattutto, con la donna che ama. 

E infine Patrizia Ciabatta interpreta tutta l’esuberante ingenuità di Ughetta, giocando con tonalità vocali monotone e scanzonate mentre prova a dialogare con la madre defunta. La più piccola e anche la più amata, anche se negli anni ha sofferto tanto il rapporto conflittuale delle sorelle maggiori. Stranamente, è proprio lei a conservare il segreto più grande: non tanto quello di essere incinta, quanto di essersi inventata tutto. Il bizzarro “gioco della verità” è stata una sua idea, il vano tentativo di provare a riappacificare un rapporto ormai spezzato da troppo tempo. 

Inutile dirlo, sebbene i toni siano quelli della commedia, realisticamente, è difficile pensare a un lieto fine. Quando i rapporti sono ormai consumati e le ferite ancora aperte, come si può pensare di ritrovare quel legame reciso, ingiuriato e ferito da ormai troppo tempo? Non si può. Perché i rancori, le bugie, le frustrazioni e i brutti ricordi non possono essere nascosti sotto al tappeto come polvere.

Ma questa è una commedia dai sapori più complessi. Sì, è vero, predomina l’amaro, ma quella punta dolciastra e un po’ piccante, persiste per tutto lo spettacolo.

Il dramma non è previsto. Ottavia Bianchi e Giorgio Latini aprono la porta a una piccola, anzi piccolissima speranza. Non sappiamo se dopo aver scavato nei propri rancori, nella rabbia, dopo aver confessato le numerose verità alle altre e a sé stesse, non abbiano finalmente trovato un punto di incontro. Un punto da cui ripartire per provare a portare un po’ di calore in una casa che gela da troppo tempo. 

Perché sarà una banalità, ma la vita è come una partita. Non è detto che si peschi sempre la carta giusta, o che tirando il dado esca sempre il numero sperato. La partita continua, si può tornare indietro, passare il turno, giocare un altro mazzo, ma il gioco non finisce finchè la vita non chiama a tirare il dado per l’ultima volta. 

Cosa riserverà il futuro ad Emma, Emilia, Elvira e Ughetta? Non lo sappiamo. Chissà se questo dialogo doloroso, ma necessario, porterà davvero a qualcosa di nuovo. Chissà se l’arrivo del nuovo nascituro, nuova pedina del gioco, scombinerà la partita per un nuovo, generoso, inizio. 

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