Sarò schietta, come lo sono sempre stata: i Vanarin sono stati la scoperta più interessante che io abbia fatto in quest’anno.
Ve ne ho già parlato qualche settimana fa in occasione dell’uscita del loro singolo A fly on the wall uno scenario fermo, statico, tipico estivo: un pezzo che, se lo riascolto oggi, mi trasmette le stesse ed identiche emozioni. Ma l’estate è passata ed i Vanarin sono tornati con due nuovi singoli che ci avvicinano sempre di più al loro nuovo (attesissimo, per me) album: Falling under e Lost.
Ascoltati in successione ed insieme ai precedenti, i due singoli creano una perfetta sincronia con gli altri brani pubblicati dei Vanarin il cui sound li accosta facilmente ad una produzione lo-fi, leggera ma d’impatto, che si lascia amare dopo ogni ascolto e soprattutto ti cattura dal primo ascolto grazie ai ritmi molto ballabili. Le due canzoni divergono per la melodia (ed anche per temi) ma lo stampo creativo della band italo-britannica è ben forte e chiara: il loro sound in cui si fondono pop, elementi di synth, leggeri giochi di hip hop, gioca con atmosfere surreali tali da creare uno scenario quasi magica, mistico ed impalpabile: un sound che rimane sempre sospeso tra un labile confine tra la il sogno e la realtà
Addentrandoci nei due singoli, Falling Under pubblicato lo scorso settembre, ha un titolo schietto: cadere giù. Non accetta compromessi, descrive la perdita del tutto, la collisione con il nulla e lo scivolamento delle proprie certezze («I just want to believe / but I can see my faith fallin’ down under») ma ascoltando il brano, la melodia sembra descrivere tutt’altro e le sensazioni che si provano sono completamente contrastanti. Come già detto, la voce di David Paysden (cantante del gruppo) sembra provenire da lontano, quasi da un sogno, come una voce che desta da un sonno profondo. Ma non è una voce aggressiva o spaventata bensì è calda ed accogliente, solare: più che una caduta, Falling under è una risalita. È la percezione di salvezza che si ha nel momento in cui c’è qualcuno a tenderti la mano ed impedirti di toccare il fondo. Infatti il messaggio del brano è proprio questo ovvero l’importanza (e la necessità) di avere qualcuno al quale mostrare le proprie fragilità e riuscire a “salvarsi” dal baratro.
E se di sospensione parliamo con i ritmi dei Vanarin composti dal succitato David Paysden (voce e synth), Marco Sciacqua (chitarra e seconde voci), Massimo Mantovani (basso e seconde voci), Marco Brena (batteria e percussioni), questa sensazione è molto più netta ed evidente in Lost: una perdizione come suggerisce il titolo, uno spaesamento accostabile quasi alla perdita del sé. Il brano ruota attorno ad una frase chiave «Floating around and getting swept up like a feather» (galleggiare e farsi trascinare come una piuma). Essere in balìa del nulla, essere vuoti, leggeri: è una sensazione sicuramente bella e ci sarà capitato di sentirci così in momenti spensierati o di felicità, momenti di estasi in cui ci si sente leggeri come una piuma. Ma considerando questa “leggerezza” sotto un altro punto di vista, potrebbe anche essere una sensazione negativa il non provare nulla quindi essere completamente inermi al tempo che passa, alle notizie che ci sfiorano quotidianamente e le storie che ci rifiutiamo di ascoltare: galleggiamo per inerzia senza opporvi resistenza, senza riuscire a navigare in autonomia.
Per questo discorso – ed anche per la somiglianza dell’intro di Lost – ho pensato alla sigla della serie Netflix Bojack Horseman, un cavallo antropomorfo in balìa della sua stessa inettitudine. Lui, come quella dei Vanarin, è una piuma che si fa portare via dal vento, che galleggia senza la forza di opporre resistenza a tutto ciò che lo distrugge. La sigla infatti ha un sound ovattato, chiuso, che ha il fine di rappresentare (probabilmente) proprio l’inettitudine di Bojack a non prendere con serietà il cambiamento: attanagliato dal suo abuso di alcool, Bojack finisce per essere la sua stessa rovina, allontanando da sé amicizie, amore e quel briciolo di famiglia che gli rimane. Un pensiero questo, che trova un perfetto riscontro nel comunicato stampa che accompagna il singolo in cui si legge che è «una canzone che risuona come un’eco soffusa e lontana, riproducendo la sensazione di galleggiare nel mare delle informazioni quotidiane navigando tra distrazione ed introspezione, fino a lasciarsi trasportare come moderni flaneur dall’apatia travolgente della virtualità».
Forse anche noi siamo dei flaneur, o meglio delle piume, che si lasciano trasportare apaticamente dal flusso delle cose che ci circondano, dalla loro velocità e dalla loro prepotenza: probabilmente spesso lo facciamo per resistenza, per evitare di cadere o forse altre volte lo facciamo per pura inerzia, perché ci sentiamo svogliati e privi di forze per reagire.
Qualunque sia la nostra scelta, cerchiamo sempre di sentirci a quella giusta distanza tra i sogni e la realtà, tra l’asfalto e la profondità, tra la possibilità di sentirci leggeri per un pensiero di troppo… o per la felicità di un momento!
