Leone D’Oro all’81esima edizione del Festival del Cinema di Venezia per il primo lungometraggio in lingua inglese del regista spagnolo che già nel 2023 aveva affrontato la sfida della lingua con Strange Way of Life, cortometraggio romantico dall’ambientazione western con protagonisti Pedro Pascal ed Ethan Hawke.
Possiamo partire da qui per parlare dell’ultimo film scritto e diretto da Pedro Almodóvar, perché, non tanto l’ambientazione, che con il western non c’entra nulla, quanto i temi dell’amore e della morte sembrano collegare i due ultimi lavori del regista.
Un amore romantico e omosessuale quello che vedeva coinvolti Silva (Pascal) e Jake (Hawke) e quello di un’amicizia estrema tra Martha (Tilda Swinton) ed Ingrid (Julianne Moore) in The Room Next Door. Entrambi i legami però raccontano di un binomio inscindibile tra amore e morte.
Ingrid è una scrittrice di successo che ritroviamo a firmare le copie del suo ultimo libro quando una conoscente di vecchia data le comunica che la loro amica Martha è ricoverata in ospedale malata di cancro. Nonostante la sua fobia per la morte, Ingrid, decide di recarsi in ospedale per farle visita. Scopriamo, grazie a dei flashback e a racconti del passato, che le due erano difatti buone amiche e che l’intento di Ingrid è quello di passare più tempo possibile, di quello che le rimane, con Martha. Il rapporto tra le due si stringe al punto che Martha confesserà ad Ingrid che la sua volontà è quella di lasciarsi morire ingerendo una pillola trovata del dark-web prima che sia la malattia a portarsela via. Seppure con iniziale repulsione nei confronti di questa idea, Ingrid deciderà di starle vicino in questo passaggio.

Il film è l’adattamento cinematografico del romanzo Attraverso la Vita di Sigrid Nunez e, come capita spesso quando un prodotto subisce un passaggio di medialità, anche in questo caso il risultato è deludente. I motivi di questo insuccesso sono molteplici, ma tutti probabilmente ascrivibili alla poca praticità del regista spagnolo nel gestire una situazione in una lingua diversa da quella “parlata” per schermo fino ad ora.
Il tema della morte assistita declinata in questo caso come “stanza accanto”, espressione che viene disseminata come un mantra nel corso della pellicola, è molto interessante, ma nell’effettivo questo muro che separa queste due camere immaginarie che poi rappresentano la vita da una parte e la morte dall’altra, creano un distacco troppo ingente. Il distacco si percepisce in tutto: nei dialoghi, nei racconti del passato, nella recitazione e nel montaggio…è come se il film fosse patinato e non permettesse mai una reale empatia dello spettatore. Il tutto ondeggia tra questo comico e drammatico senza mai propendere per l’uno o per l’altro e a lungo andare delude la consapevolezza che il film sia destinato a scivolare via così. La struttura narrativa diviene ripetitiva e i dialoghi, che in Almodóvar rappresentano quasi sempre un punto di forza, qua mancano proprio di “verità” finendo per stuccare ma in maniera purtroppo piuttosto debole. Anche i personaggi si leggono distanti dalle parole e dal vissuto che raccontano e poco possono fare le attrici per salvarli. Tilda Swinton è sempre di livello, lavora di fino e non esagera mai e per quanto il personaggio troppo poco glielo permettesse, ne esce, alla fine, bene. A rimetterci di più è Julianne Moore. La scrittura di Ingrid è piatta e piatta e deludente è la recitazione dell’attrice. Non si capisce mai, perché mai sviscerato davvero il loro rapporto, cosa spinga effettivamente Ingrid a prendere parte a questa congettura. La distanza dalla lingua non ha permesso, con ogni probabilità, al regista, di lavorare sulle intenzioni profonde dei due personaggi ottenendo come risultato quel restare sempre sul generale e sul vago non scardinando mai dei concetti o scavando nei sentimenti più intimi.
Ho trovato, inoltre, il voler inserire, reiterandole, conversazioni su argomenti quali il sesso o il cambiamento climatico, fuori luogo e piuttosto forzate per quanto divertenti ed esilaranti soprattutto se inserite in un contesto come questo. Anche le storie secondarie del fotografo di guerra dall’amante carmelitano o il poliziotto fanatico religioso risultano fini a se stesse e in fin dei conti superflue perché per nulla indagate.
Il racconto sulla maternità mai veramente desiderata poteva essere interessante, ma anche in questo caso quello che viene detto appare superficiale e l’indagine per flashback spoglia un po’ il tutto creando ulteriore distanza, esattamente come il paragone tra guerra effettiva (Martha era una giornalista ed inviata di guerra) e guerra personale contro la morte. L’escamotage di utilizzare poi sul finale la stessa Swinton nei panni della figlia ormai non sorprende più essendo pratica già vista in Suspiria di Guadagnino (dove Tilda Swinton interpreta addirittura tre ruoli, 2018) e in The Eternal Daughter (2022) di Joanna Hogg.
L’impatto visivo della pellicola è la cosa più rimarchevole, il gioco di colori e le immagini sono piuttosto suggestive ed eleganti e aiutano a creare ambientazioni ed atmosfere, così come il lavoro sui costumi che armoniosamente si amalgamano al contorno, ma purtroppo non bastano per salvare il film e sicuramente non per l’assegnazione dell’ambito premio a Venezia che pare più un riconoscimento alla carriera di successo del regista spagnolo piuttosto che una gratificazione effettiva al film in questione.

Scelta intrigante l’accompagnamento musicale seducente che fa da sottofondo alla maggior parte delle sequenze, ma che risulta vana in conclusione perché l’incalzare della musica non ritrova nell’andamento filmico la stessa energia.
The Room Next Door (La Stanza Accanto) scritto e diretto da Pedro Almodóvar con Tilda Swinton, Julianne Moore, John Turturro e Alessandro Nivola, prodotto da Agustin Almodóvar ed Esther Garcia e distribuito da Warner Bros. Pictures sarà al cinema a partire dal 5 dicembre.
