“In fondo al campo” e quelle donne dolcemente e umanamente complicate

30 Novembre 2024


Ci accoglie puntandoci un fucile in faccia Lucia, la protagonista di “In mezzo al campo”, il nuovo spettacolo scritto e diretto da Giulia Bartolini, andato in scena al Teatro Torlonia nell’ambito del Festival Flautissimo.

Accoglie così noi spettatori e Martha, la giornalista accorsa li, in quell’angolo di terra al centro della Sardegna in sui si è rifugiata, per intervistarla,  per cercare di tirarle fuori quel segreto che si vocifera. La gente mormora che sia stata rapita dagli alieni, la chiamano Miss Ufo. Si è chiusa in se stessa, non esce, non si mescola agli altri, custodisce questo segreto, questo peso, che ora Martha, a suon di domande, vuole farle confessare. Un’intervista che si trasforma in un incontro di due anime fragili, emotive, un flusso di pensieri, avanti e indietro nel tempo, tra amori, dolori, traumi, incertezze, possibilità. Sulla scena niente, se non uno specchio su cui rifletterli e dei microfoni per farli risuonare.  Una storia che inizialmente potrebbe sembrare surreale, fantascientifica, e che invece si rivela visceralmente vera. E quegli alieni non sono niente altro che quelle paure, fragilità e dolori che convivono in ognuno di noi e che talvolta possono diventare così grandi da rapirci, imprigionarci. 

Giulia Bartolini, ancora una volta, si rivela una delle penne più sensibili del giovane panorama teatrale italiano, con la sua prosa  che ruba dalla poesia la musicalità, il ritmo, la sostanza, e la sviscera in un flusso di pensieri personali, che si fanno universali. Le sue parole sono la voce di una generazione, di trentenni sfiduciati, vittime di incertezze, paure, fragilità, promesse tradite, sogni infranti, amori recisi sul nascere. Dopo “Carl-Una Ballata”, “Canaglie”, “Strada Provinciale 33”, arriva forse al suo testo più maturo, non femminista, ma femminile, perché probabilmente l’animo delle donne sente più in profondità il peso di quei “buchi neri” , di quei fardelli emotivi che non riusciamo a superare, a rielaborare, a lasciare andare, e che rimangono lì in un angolo della nostra mente, del nostro cuore, e lentamente ci indeboliscono e talvolta ci spezzano, mentre si cerca di arrangiarsi, sopravvivere. Mentre il tempo fugge, corre velocemente, e cerchiamo di stargli dietro, di riempirlo, di essere alla sua altezza, mentre inevitabilmente e inesorabilmente invecchiamo. Inconsapevolmente. Lo fa partendo dalla teoria della relatività di Einstein, del concetto spazio-tempo, di quanto tutto possa essere relativo, soggettivo, personale, di quanto il razionale possa essere irrazionale e viceversa. Di quanto ognuno abbia un suo modo di reagire agli eventi, alla realtà. Nessuno giusto, nessuno sbagliato. Fatto di luci e ombre. Come accade alle due protagoniste, entrambe vittime di un tempo perduto, di rimpianti, di desideri repressi in un cassetto, eppure diverse nella modalità di viverlo.

Zoe Zolferino, incarna, nelle movenze, nella voce e nel suo “stare”, la sofferenza lucida e all’apparenza folle, di Lucia, di un rapimento concreto e metaforico, di una donna, come tante in grado di aspettare anche tutta la vita, vedendola fluire. Persa eppure centrata. Grazia Capraro, dapprima controllata, razionale, curiosa come impone la sua professione di giornalista, si lascia andare ad un dirompente flusso di emotività, vibrante, toccante. Umanamente fragile e incrinata. Disillusa. Arresa  a se stessa, alle cose. Sopravvive, galleggia, soccombe imprigionandosi in uno spazio mentale, in una dimensione che si è costruita e che l’incontro con Miss UFO fa crollare.

Due interpreti duttili, piene di cuore, in grado di dare corpo a due personalità rapite, prigioniere delle oscurità della nostra contemporaneità, di trasformare con naturalezza e in azioni concrete, gesti ed espressioni, la prosa della Bartolini. Di trasformare l’interiorità in esteriorità, il pensiero in azione. In fondo al campo è spettacolo contemporaneo, attuale, sofisticato e allo stesso semplice e diretto, che fa luce su quei buchi neri che ognuno di noi ha e a cui facciamo fatica a dare un nome, un senso, una forma. Una ragione.

Un’istantanea, quasi filosofica, del mondo femminile under 40, tratteggiata con una storia, un taglio registico e stilistico innovativo, coerente, elegante, necessario. 

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