Cent’anni di solitudine.

17 Dicembre 2024

Il tempo curvo di Macondo

I primi otto episodi della seria basata sul romanzo, Cent’anni di solitudine del premio Nobel per la letteratura, Gabriel Garcia Márquez sono disponibili su Netflix.  I registi Alex García López (The Witcher) e Laura Mora (The Kings of the World) si sono divisi la direzione degli episodi, riuscendo nell’impresa di portare sul piccolo schermo uno dei romanzi più celebri della storia del Novecento.

Spesso nella trasposizione televisiva o cinematografica di un libro tanto amato si rimane delusi, interdetti per non aver trovato la stessa atmosfera del romanzo. Ci sono delle rare eccezioni, che spesso rivisitano tutta la storia, sacrificando parte del racconto.

Dopo aver visto gli otto episodio della serie basata sul romanzo di Gabriel Garcia Márquez, Cent’anni di Solitudine si ha la sensazione di aver sfogliato il romanzo e riletto le sue parti più belle. Dopo lo shock iniziale nel vedere incarnati i personaggi si entra nella storia accompagnati da una fotografia realistica che mostra la jungla selvaggia della Colombia con l’attenta ricostruzione di Macondo e della casa dei Buendía.

Le scene che i lettori hanno immaginato prendono vita, si colorano delle tinte vivaci delle stoffe dei vestiti di Ursula, Amaranta e Rebeca, del verde smeraldo dei banani del giardino di casa Buendía, l’oro luccicante dei pesciolini d’oro di Aureliano, i tatuaggi di José Arcadio e la benda nera di Amaranta.

Oltre a questa fascinazione stilistica e ai visi bellissimi degli attori, tutti colombiani, soprattutto quelli che interpretano José Arcadio Buendía (Marco Antonio González) e Ursula Iguarán (Susana Morales) da giovani, la serie ha il pregio di far immergere lo spettatore anche nel tempo della storia.

Il tempo della narrazione di Cent’anni di solitudine non è un tempo lineare, ma circolare, a cominciare dal mitico incipit:

“Molti anni dopo di fronte al plotone d’esecuzione il colonello Aureliano Buendía si ricordò di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo portò a conoscere il ghiaccio.”

La frase con i suoi tempi verbali indica la circolarità temporale.

Il critico Cesare Segre definì questa temporalità curva, una linea temporale non lineare che ricorda l’era delle antiche civiltà precolombiane.

La serie rispecchia questa circolarità, il primo episodio, Macondo, inizia dal passato, da ciò che ancora non conosciamo.

La grande casa dei Buendía abbandonata con il portico invaso dalle piante, la camera da letto dove giace un corpo insanguinato e la culla di due gemelli vuota, invasa dalle formiche, altro elemento importante e simbolico del romanzo.

Le immagini arrivano fino allo studio dove un uomo di spalle apre un libro.

In questa maniera lo spettatore viene proiettato nella narrazione temporale curva che prende via dal primo piano del Colonello Aureliano Buendía di fronte al plotone d’esecuzione per poi tornare al passato, a quel ricordo, alla scoperta del ghiaccio nella tenda degli zingari.

Poi con un altro salto nel tempo si torna indietro, all’avvento picaresco della fondazione di Macondo che come tutte le grandi avventure inizia con il sangue, con un omicidio. José Arcadio Buendía uccide in un duello Prudencio Aguilar, l’omicidio legittimato dalla giustizia come una sorta di delitto d’onore, non libererà Jose Arcadio Buendía e Ursula dal senso di colpa.

Il fantasma di Prudencio li perseguiterà con la sua presenza costante:

“Li tormentava l’immensa desolazione con cui il morto li aveva guardati quella notte, la profonda nostalgia con cui guardava i vivi…”

E qui entra in scena un’altra grande protagonista di questa storia, la morte.

La fine dell’esistenza terrena è un’iniziazione capace di dare inizio ad altre storie, i morti tornano sulla terra, non per perseguitare, sono fantasmi tristi consci della fine della vita e dell’inizio di qualcos’altro.

La morte tornerà spesso nella storia, profetizzata dalle visioni di Aureliano, annunciata da eventi soprannaturali, vicina ai terremoti della vita, come gli innamoramenti di Arcadio e Aureliano e gli orgasmi segreti di Rebeca.

Altro punto fondamentale bene raccontato dalla serie è la scoperta del galeone spagnolo nella spedizione di José Arcadio Buendìa durante la sua tormentosa ricerca del mare. In un’intervista Márquez dichiarò che dalla scoperta del galeone iniziò seriamente a pensare di stare scrivendo un romanzo, quell’immagine della nave abbandonata nella selva gli indicò la strada per proseguire la storia e dare vita al villaggio di Macondo, luogo primigenio fittizio dove l’umanità vive serena. Nella serie la telecamera segue il piccolo Josè Arcadio, il primo essere umano a nascere nel villaggio, correre nudo per le strade e le capanne di Macondo nel tempo in cui:

“non c’erano ancora i nomi per le cose e per nominarle bisognava indicarle con il dito.”

Ho già detto che la cura nei dettagli, come per esempio le pietre preistoriche del ruscello di Macondo è una delle cose che colpisce di più della serie. Si può pensare che sia fin troppo didascalica, che rispecchi molto spesso le accurate descrizioni del romanzo e la prosa lucida e razionale di Márquez. Spesso queste scene così dettagliate tendono a semplificare parti della storia descrivendo solo la superfice visiva, sotto c’è un elemento imprescindibile dalle pagine del libro, la poesia.

“Ho l’impressione che dietro la realtà esista un’altra realtà che noi non vediamo che solo l’intuizione poetica riesce a percepire.”

Questo disse Márquez quando Giovanni Minoli, in una storica intervista a Cuba nel 1987, gli chiese se accettasse la definizione di autore del realismo magico etichetta che lo scrittore colombiano rifiutò sempre definendosi come un realista triste.

Nel 2025 sono previsti gli altri otto episodi della serie che consiglio di vedere sia a chi ha amato molto il libro, sia a chi non l’ha letto e soprattutto a chi ha abbandonato la lettura.

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