Mufasa: Il Re Leone diretto dal premio Oscar Barry Jenkins è uno dei film più attesi dell’anno, il 19 dicembre uscirà nelle sale e lo scorso novembre a Roma, allo Space cinema in Piazza della Repubblica, si è tenuta la conferenza stampa del film con la presenza di Barry Jenkins e delle voci italiane dei personaggi.

Non solo abbiamo avuto l’occasione di vedere i primi 40 minuti del film Disney, ma anche quella di sentire Jenkins parlare di questa sua opera e ascoltare l’esperienza delle voci italiane nel trovarsi per la prima volta nei panni di personaggi iconici che vivono nella memoria di tutti.
La magia de Il Re Leone è intramontabile, infatti, sebbene siano passati 30 anni dall’uscita nelle sale, continua ad essere uno dei film più belli della storia del cinema e la complessità, la grandezza, ma anche la fragilità dei personaggi restano i tratti più belli ed emozionanti.
La curiosità che c’è, quindi, intorno al grande Mufasa e al cattivo Scar è tanta e Mufasa: Il Re Leone vuole soddisfarla perché racconta delle origini di Mufasa e di come è diventato il Re, dando modo di conoscere anche come Taka è diventato Scar.
Una storia che si costruisce su vari aspetti importanti: le figure genitoriali e l’influenza che hanno sui figli, il rapporto fraterno, l’amicizia e come tutto ciò condizioni inevitabilmente le scelte che si prendono e il modo in cui si decide di vivere.

Nel bellissimo, divertente e profondo incontro del mese scorso, Barry Jenkins ha trattato tutto ciò, raccontando anche aneddoti sulla realizzazione del film, su quanto significato abbia per lui, sull’impegno che ci ha messo e su quanto sia stato difficile avere a che fare con la tecnologia invece che con gli esseri umani. Infatti, ci sono voluti quattro anni per realizzare integralmente il film.
Jenkins ha raccontato che non ha mai capito il perché la Disney lo volesse a dirigere il film, non pensava che il regista di Moonlight (2016) fosse la persona perfetta. Ha poi continuato a raccontare che la prima volta che gli chiesero di girare il film disse di no senza nemmeno aver letto la sceneggiatura.
Per fortuna, dopo aver parlato di nuovo con il suo agente si è convinto a leggere il soggetto e poi ad accettare il progetto perché aveva trovato qualcosa di speciale nella sceneggiatura, regalando così la sua sensibilità a questa incredibile storia.

Riguardo al fatto che è il modo in cui cresciamo e le scelte che facciamo che segnano quello che saremo Barry Jenkins ha affermato:
«Sono stato a Sao Paolo, a Madrid, a Parigi e c’è stata una chiacchierata in cui qualcuno ha chiesto “Vuoi che le persone escano da questo film pensando che questo personaggio sia un cattivo o un essere umano complesso?” e ancor prima di finire la domanda ho risposto che sì, ovviamente voglio che sia visto come un essere umano complesso. L’unica ragione per cui ho fatto questo film è mostrare soprattutto quanto questi due personaggi sono esseri umani complessi. Eppure, i risultati delle loro vite sono completamenti divisi e diversi per via delle scelte che hanno fatto e delle circostanze in cui hanno dovuto vivere. Per un film che verrà tradotto e sarà portato in moltissimi luoghi è importante avere lezioni che mostrano che siamo tutti esseri umani molto complessi e sono le scelte che facciamo, le condizioni in cui viviamo che dettano quello che succede».
Mufasa: Il Re Leone è un film molto diverso da quello del 1994 perché c’è una consapevolezza diversa nel pubblico, anche nei più piccoli i quali ormai sono esposti costantemente al mondo che li circonda attraverso i telefoni ed internet. A tal riguardo il regista ha affermato:
«Io credo che il mondo sia cambiato, che la comprensione dei bambini della complessità di quello che vedono sia cambiata. Quindi sta a noi mostrare loro un’illustrazione più complessa sia di se stessi come bambini che di noi come genitori, come persone che si prendono cura di loro, come fratelli. Se non lo facciamo stiamo facendo loro un disservizio perché li stiamo mandando in un mondo bombardato di immagini e stimoli. Bisogna dar loro qualcosa che li prepari al mondo. Sì, penso che in questo film i genitori siano più complessi di come magari erano 20/30 anni fa. Ma credo che quello che i ragazzi vedano nella quotidianità sia in generale più complesso e questa è una responsabilità che noi, come creatori di immagini, portiamo sulle spalle».
E forse la sua risposta più bella è arrivata quando gli è stato chiesto cosa vuole trasmettere con questo film:
«Che siamo tutti esseri umani complessi. Credo che Mufasa per troppo tempo sia stata questa cosa impossibile. Quello che mi piace di questo film è che abbiamo deprogrammato l’idea di quello che ci vuole per essere un leader. Quando è uscito il primo trailer qualcuno mi ha detto “sono un figlio adottato e non ho mai visto un film in cui un figlio adottato è stato al centro della storia” e mi sono reso conto che per 30 anni Mufasa è stato il centro di questa enorme storia ed è un figlio adottato e questa è una cosa speciale. Questo è fantastico perché afferma che tutto ciò non è impossibile».
Mentre le voci italiane del film – Luca Marinelli per Mufasa, Elodie per Sarabi, Alberto Boubakar Malanchino per Taka, Toni Garrani per Rafiki, Riccardo Suarez per Zazu e Dario Oppido per Kiros – hanno ribadito quanto fossero emozionati e felici per l’incredibile e bellissima opportunità di lavorare in un film e interpretare dei personaggi che hanno fatto parte della loro infanzia e che li hanno accompagnati nella loro crescita.
Le difficoltà che hanno affrontato per entrare nella parte sicuramente non sono poche, ma l’esperienza ha ripagato tutta la fatica. Quando è stato chiesto ad Alberto Boubakar Malanchino quanto è complicato per un attore lavorare solo con la propria voce egli ha affermato:
«È sempre complicato ma non è solamente una questione di voce. Quando siamo in sala, e i miei colleghi qui con un po’ più di esperienza me lo potranno confermare, c’è sempre una dimensione psichica e fisica e quindi forse diventa anche più difficile perché c’è un tuo approccio che devi dare con la tecnica, la competenza e la passione che però deve essere al servizio di un altro essere umano che ha fatto quel lavoro prima di te. Non è solamente una questione di voce è una questione a 360°, si tratta di riuscire a usare quella macchina in un modo diverso rispetto al teatro, rispetto al set, però il cuore e la passione rimangono sempre le stesse […]».
Sulla sua esperienza Luca Marinelli invece ha affermato che si è ispirato molto al ricordo di Mufasa che conosceva e proprio questo lo ha emozionato molto. Si è ispirato ai momenti di grande dolcezza e sensibilità che coinvolgono Mufasa nel film del ‘94.
Ormai manca poco per vedere Mufasa: Il Re Leone, non si sa se piacerà o meno a tutti ma quello che è certo è che questa storia avrà per sempre un posto importante dentro ognuno di noi e la sensibilità registica di Barry Jenkins e la sua bravura non fanno altro che rendere giustizia alla storia e alle emozioni che suscita.
I personaggi creati sono personaggi che irrimediabilmente si intrecciano con chiunque stia guardando perché sono esseri umani complessi in grado di suscitare empatia. Lo stesso Jenkins ha affermato:
«Questi personaggi sembravo correlarsi con la mia vera vita».
Ora non resta che aspettare per potersi immergere nuovamente nel mondo de Il Re Leone ed emozionarsi come ai tempi dell’infanzia.

