Anche quest’anno Alice nella città, giunta alla sua ventiquattresima edizione, continua a essere il tramite di autori e opere che affrontano temi che si rivolgono ai giovani e alle problematiche che vivono ogni giorno. The Color of the sun – primo lungometraggio del regista canadese Xavier Tera, vincitore del premio Fipresci a Venezia quest’anno – affronta l’adolescenza di un giovane che si ritrova a fare i conti con il dolore di una perdita e la difficoltà di costruire la propria identità, sullo sfondo di una città segnata dalle tensioni tra popolazione locale e militari statunitensi. In occasione dell’anteprima italiana abbiamo intervistato il regista che ci ha raccontato il processo di creazione del film. Di seguito le sue risposte.
Come ha capito che il modo giusto per raccontare la storia di Okinawa fosse attraverso le vicende di un ragazzo nel momento più delicato della sua vita, ovvero l’adolescenza?
Credo che ciò che mi ha davvero coinvolto in questa storia sia stato soprattutto il rapporto che Kamei ha con Colin, uno sconosciuto che in realtà proviene dallo stesso luogo. E poi c’è questa dicotomia tra due ragazzi che, pur sembrando molto diversi, sono in realtà molto simili, entrambi intenti a capire a quale luogo appartengano e perché. Penso sia stato proprio questo ad attirarmi verso la storia.

Il loro percorso è molto simile anche per quanto riguarda la scoperta della propria identità.
Esatto. Voglio dire, quello che sente di non essere del posto vuole restare, mentre quello che sente di appartenere a quel luogo vuole andarsene. Da ragazzi si è costantemente alla ricerca di se stessi e del significato della propria identità. È un po’ quello che ho provato io da giovane, perciò raccontare questa storia aveva perfettamente senso per me. All’inizio non avrei mai immaginato di girare il mio primo film in Giappone, visto che lì ero pur sempre uno straniero. Mi chiedevo: ‘perché proprio questa storia dovrebbe avere senso per me?’ Eppure, ne aveva eccome. Anche per quanto riguarda l’identità, essendo cresciuto in Québec, fin da piccolo mi è stato ripetuto che noi, in quanto franco-canadesi, eravamo ‘diversi’. C’era poi questa questione dell’appartenenza, che non riuscivo a comprendere ed è proprio per questo che ho lasciato il Québec da giovanissimo. Così, quando sono arrivato a Okinawa per la prima volta è stato naturale, quasi ovvio, decidere di ambientare un film proprio lì.
Ed è stato difficile realizzare un film in Giappone? La popolazione del posto come ha reagito alla presenza di un regista straniero nella propria terra?
Vivo a Tokyo da dieci anni. Lì collaboro con una delle produttrici del film, Janie Chartier, abbiamo una casa di produzione insieme e lavoriamo a diversi progetti da un decennio. Questo, ovviamente, è stato di grande aiuto. La reazione della gente del posto è piuttosto aperta con chi desidera raccontare le storie giuste. Io non volevo esprimere giudizi, il mio obiettivo era raccontare una storia umana, reale e universale. Si tratta, nello specifico, di una storia più legata a Okinawa che al Giappone in generale, è un tema che molti giapponesi probabilmente eviterebbero di affrontare, poiché considerato un tabù, molto delicato e difficile da trattare. Quindi, ho pensato che potessi contribuire a far emergere questa storia o meglio, che potessi far luce su una vicenda che mi ha toccato profondamente e che ho sentito significativa.
Il film mette in dialogo una perdita privata e una ferita storica. A suo avviso, esiste un legame tra memoria privata o familiare e memoria collettiva?
Credo che il rapporto tra i due ragazzi si basi proprio su questo. C’è una sorta di trauma generazionale da entrambe le parti. Gli abitanti di Okinawa hanno subito la colonizzazione da parte del Giappone, seguita, dopo la Seconda guerra mondiale, da un’occupazione militare. Tutto ciò confluisce nella memoria collettiva di quella cultura, che influenza il modo in cui il ragazzo riflette oggi sulle proprie relazioni e sul mondo che lo circonda. Lo stesso vale per il ragazzo americano, i suoi genitori continuano a ripetergli che è americano, eppure lui non ha mai messo piede nel Paese. Queste dinamiche influenzano diversamente il modo in cui i due ragazzi interagiscono. È così che ho costruito i due personaggi.
Il lungometraggio racconta un territorio segnato dall’occupazione senza, però, trasformarsi in un pamphlet politico. Come ha trovato e gestito questo equilibrio?
Per molti versi non volevo affatto che tutto ciò succedesse. Non volevo che il film risultasse eccessivamente realistico, giudicante o altro. Per questo nel lungometraggio i militari si vedono a malapena, credo compaiano solo un paio di volte. La loro presenza, in realtà, è affidata soprattutto al sonoro, al rumore inquietante di aerei, jet ed elicotteri. Ho pensato che fosse il modo migliore per rendere l’idea di una presenza costante, pur senza farne il fulcro della narrazione. È proprio questo elemento a creare tensione nel loro rapporto, senza di esso, la tensione verrebbe meno. La storia esisterebbe comunque, ma è come se questo aspetto ne costituisse l’ossatura, sulla quale poi si innesta la vicenda personale. Entrambi i personaggi reagiscono a ciò che li circonda, pensiamo al modo in cui la famiglia di Kamei affronta la situazione o a come lo stupro avvenuto nella comunità influenzi il modo in cui i due protagonisti si considerano. Tutto ciò finisce per condizionare la percezione che hanno l’uno dell’altro, piuttosto che diventare il fulcro della storia.
The Color of the sun parla di dolore, ma anche di speranza e di un senso di appartenenza a una comunità, a un luogo, a una memoria condivisa. E l’amicizia tra Kamei e Colin funge quasi da forma di resistenza contro tutto ciò che accade attorno a loro. Quanto è significativo questo legame nel dare un senso al loro percorso personale e nel trasmettere il messaggio più profondo dell’opera?
Credo che tu abbia trovato la parola giusta: speranza. Come società, dobbiamo sperare che si instauri un dialogo e che si arrivi a una sorta di equilibrio. È una storia estremamente umana. Non volevo che il personaggio arrivasse a una conclusione definitiva, a una risoluzione, perché purtroppo non credo che ce ne sarà una a breve. Eppure, c’è almeno questo dialogo, o quantomeno la possibilità di avviarlo. Uno dei temi che ho voluto toccare è quello della mascolinità e del ruolo che essa svolge, insieme alla memoria collettiva, nell’esercitare una pressione su entrambi i personaggi e nel dare vita a un gioco di potere tra loro. Non si tratta tanto di sessualità, quanto piuttosto di mascolinità. È un aspetto che ritroviamo anche nelle tragiche situazioni di occupazioni che si verificano in varie parti del mondo. C’è di mezzo l’ego.
Quali sono i suoi progetti futuri?
Ho già iniziato a scrivere. Ancora prima di girare questo film, avevo cominciato a scrivere il successivo. È ambientato a Tokyo, ma affronta tematiche simili.
The Color of the sun è prodotto da Twin Brains e Mia Film di Stella Rossa Savino. Nel cast sono presenti Naoto Shimajiri, West Mulholland, Ichiro Andre Castro, Daido, Yuma Taira, Erika Oda, Shiyun Nakamura e Sachiko Fukumoto.
