Una barca in giardino (Slocum et moi), il nuovo film nato dalla matita del cineasta francese Jean-François Laguionie e presentato a Cannes in selezione ufficiale, arriva al cinema il 13 febbraio. Attraverso il suo disegno e con la complicità nella scrittura di Anik Le Ray, Laguionie condivide la storia intima della sua infanzia in cui la costruzione di una barca nel giardino di famiglia piantò i semi della sua immaginazione.

Il film racconta la storia di François, un ragazzino che nella Francia post-bellica (siamo nei primi anni ’50) si trova ad affiancare il suo misterioso e modesto padre nella costruzione di un’imbarcazione a grandezza naturale nel loro giardino. Un racconto che pone l’accento sulla profondità e la maturazione dei sentimenti all’interno di una cornice magica dove il tempo sembra rallentare in favore del sogno.
Il racconto famigliare procede di pari passo con la storia di Joshua Slocum, il primo navigatore ad aver compiuto il giro del mondo in solitaria con la barca che i tre tentano di replicare. Slocum non si rese conto, vivendola, che quest’avventura si sarebbe rivelate eroica, difatti il diario che scrisse durante il viaggio e grazie al quale abbiamo notizie sull’impresa, presenta al suo interno molteplici spunti d’ironia.

L’idea di Laguionie era quella di affiancare ad un viaggio vero e proprio (quello di Slocum) un viaggio immobile, dove il termine “viaggio” si appropria delle caratteristiche di un percorso volto al consolidamento del nucleo familiare. Si verrà infatti a conoscenza, nel corso della narrazione, che Pierre non è il vero padre di François e che la famiglia si sia creata durante il conflitto mondiale per sopperire a dicerie sulla donna rimasta incinta in un momento così delicato. La costruzione della barca rappresenta per Pierre l’occasione per donare al trio famigliare una sorta di nido di cui sarebbe insieme il creatore e il capitano. François recepisce senza apparenti turbamenti la notizia del padre che intende rivederlo e passare del tempo con lui, poiché per lui esiste solo il padre che l’ha cresciuto e la barca che stanno costruendo insieme. Le scene in cui il ragazzo torna a casa per passare momenti con il padre biologico sono mostrate velocemente e senza enfasi alcuna o di tanto in tanto solo accennate.
La sceneggiatura di Anik Le Ray sviluppa un concetto che per semplicità avrebbe potuto esaurirsi nel tempo di un cortometraggio, ma la scelta di far sì che il racconto proceda lento prendendosi i suoi tempi con uno sguardo riservato, ma poetico, riesce comunque ad evitare climax drammatici o manipolazioni emotive. Una barca in giardino non punta alla spettacolarizzazione, piuttosto all’intimità del processo e all’autenticità dei disegni fatti di colori tenui e linee delicate. L’alternanza tra 2D e 3D concede alla pellicola un aspetto libresco/pittorico e la scenografia che fa da sfondo del film non punta mai ad impressionare, piuttosto ad imprimere immedesimazione con il contesto narrato.
