È stato in scena dal 21 al 26 gennaio, presso il Teatro Tor di Nona di Roma, lo spettacolo “Controfigura”, diretto da Christian Angeli, scritto da Antonello Toti ed interpretato da Patrizia Bernardini, Andrea Lami, Simone Destrero, Francesco Polizzi e Vittoria Vitiello.
L’intera operazione teatrale è dichiaratamente ispirata alla pièce teatrale “Come tu mi vuoi” di Luigi Pirandello.
Credo sia necessario andare dritto al sodo e provare a bilanciare – poiché sono abbastanza naturalmente presenti elementi di natura opposta – meriti e demeriti di questo lavoro che ha il pregio di proporre una drammaturgia che risulta essere accattivante nella misura in cui si concede il lusso di traslare geograficamente e storicamente – siamo tra la Serbia e la Bosnia post guerra dei Balcani – le vicende dell’ignota pirandelliana – una Patrizia Bernardini, a sua volta, in chiaroscuro -, delle interpretazioni forse non sempre in grado di penetrare, nell’atteggiamento emotivo e fisico, le profondità dei personaggi che, come nella migliore drammaturgia del Premio Nobel siciliano, sembrano scalpitare per provare a trovare una vita propria oltre ai bellissimi e suggestivi involucri fisici degli attori che si prestano con grande impegno e diverse competenze a farli vivere e, infine, una regia che offre la sensazione di essersi approcciata con un certo grado di timore ad una storia dolorosa e a volte fragile nella somma dei suoi componenti finali. E sembra essere un peccato tale supposta paura in termini di “direzione” poiché nel corso della durata dello spettacolo si scorgono con evidenza e senza paura di essere contraddetti i prodromi di un disegno che sarebbe potenzialmente in grado di esplodere in termini emozionali e visivi.
La figura della donna (la Bernardini di cui sopra) che dà il titolo allo spettacolo – “Controfigura”, per l’appunto – è una smemorata moglie di un marito disabile – Francesco Polizzi – e la stanca madre putativa di una figlia – la giovane Vittoria Vitiello – in preda ad importanti disturbi psichici e psicologici che dalla loro posizione “defilata” diventano, ad avviso dello scrivente, un’importante spinta propulsiva per la drammaturgia tutta.
Ed è l’ignota rivisitata – sempre la Bernardini – colei che mantiene sé stessa e la propria scalcagnata famiglia tramite il suo lavoro di Controfigura / Stunt Woman prima e di attrice mel mondo dell’hard poi.
Tutto ciò fino all’arrivo di un aitante giovine – il Borislav di Andrea Lami – che pare quasi essere, per estetica ed aura, una sorta di incarnazione del dio Hermes e che, infatti, si fa portavoce di un messaggio alla cosiddetta Sasha (questo il nome della protagonista della vicenda) che viene e verrà reclamata da quel Faruk a cui dà le sembianze Simone Destrero.
Non volendoci dilungare sulla trama oltre i due paragrafi già dedicativi e tornando ad un tentativo di analisi già accennato nell’introduzione di questo articolo, si vuole provare a restituire il senso di straniamento derivante dalle regole di ingaggio che l’ensemble artistico nella sua totalità – regista + attori – propone, a sipario aperto e luci di sala accese, sin dall’inizio della rappresentazione e che, dopo un altro paio di disorganici tentativi nel mentre dello svolgimento, abbandona definitivamente spingendo gli spettatori – o forse, semplicemente, solo lo spettatore che firma queste parole – a chiedersi quale sia la reale cornice dei fatti e se ci fosse un reale ragionamento fondante in quella modalità di restituzione dapprima proposta e poi dimenticata(?) o se il tutto fosse pacificamente e rispettosamente da inquadrare nella categoria “vezzo”.
Lo spettacolo risente filosoficamente e strutturalmente di quelli che appaiono più work in progress che non sedimenti forzuti di un andamento lento e deciso, ma tra i fumi di un lavoro evidentemente in itinere si scorge il panorama futuro di un allestimento al quale si augura fortune importanti, volendo credere nel bozzolo di grande bellezza presente sulla scena in attesa di vederlo tramutarsi in una bellissima farfalla.
