“Biancaneve”, il Live Action che riscrive la fiaba.

2 Aprile 2025

“Live Action”: cos’è, perché vengono prodotti e a chi sono rivolti? Beh, credo che le domande appena formulate possano offrire più di uno spunto di riflessione a partire dai quali si pensi di poter scrivere dell’ultimo arrivato in casa Disney e ossia quel “Biancaneve” che – eufemismo – non sta ricevendo propriamente quelle che potrebbero essere definite delle calorose accoglienze in giro per il globo p(eccezion fatta, pare, proprio per il nostro bel paese).

Sbarcato in sala il 20 marzo, il film, diretto da Marc Webb ed interpretato nei ruoli principali da Rachel Zegler (la principessa Snow White) e da Gal Gadot nei panni della Regina Cattiva, rielabora la classica rielaborazione precedente – perdonate il gioco di parole – operata dalla casa di produzione Walt Disney sulla versione originale dei Fratelli Grimm, proponendoci un’eroina leader in grado di sovvertire il golpe operato anni prima dalla propria matrigna a colpi di discorsi politici improntati all’affermazione di principi assolutamente condivisibili quali l’equità, l’uguaglianza, la condivisione e l’amore.

Insomma sicuramente tutto bello e financo auspicabile se non un attimo disorientante se si arriva in sala non tenendo conto del fatto che il titolo proposto manca sin dalla sua presentazione di quel “e i sette nani” presente nella nomenclatura del precedente del 1937 e che tale assenza spiega o, a seconda dei punti di vista, giustifica la variazione sul tema proposta in tale ultima “copia in bella” che indubbiamente intende propugnare, sacrificando la tradizione narrativa, valori in linea con i più recenti ed edificanti movimenti di pensiero volti a sradicare la narrazione del maschio “Principe Azzurro” e della femmina appendice da tutelare, salvare e preservare in un atto di eroismo che esalta il primo e, probabilmente, addomestica di default le doti della seconda.

Il lavoro del quale si parla forse presenta dei difetti ascrivibili alle nuove regole di ingaggio che operano gli Studios in base a politiche più o meno condivisibili di inclusione e che ottengono il risultato di esacerbare il fastidio del pubblico che, conservatore e no, si vede imporre scelte poco logiche da un punto di vista artistico e parecchio ruffiane da quello ideologico.

È davvero attraverso queste riproposizioni in salsa contemporanea dei cult che si vogliono lanciare messaggi di emancipazione ed autodeterminazione?

È giusto attrarre, sotto la promessa di un tal prodotto, flotte di persone – anche se i numeri raccontano un “non abbocco” da parte degli spettatori – che risultano essere poi tradite da riscritture non fedeli e quindi non rispondenti alla promessa di correttezza che tali produzioni dovrebbe intrinsicamente recare con sé?

Il film in sé soffre di tale congenito difetto che inficia ogni giudizio ulteriore e impedisce una serena fruizione dello stesso.

È legittimo, dunque, sentirsi sperduti di fronte a tutto cio?

Il box office mondiale pare star rispondendo a tali interrogativi.

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