Negli ultimi anni pullulano, commuovendo ed emozionando, narrazioni d’incontri che prendono vita nei reparti oncologici dell’ospedale. Il teatro, come da tradizione, nasce per esorcizzare mali e paure e nella scena contemporanea, e anche lui non può esimersi dal portare in scena storie sul male del nostro secolo. A trattarne è stato Giuseppe Tantillo, nel suo spettacolo, comico quanto toccante, Bianco, con Giuseppe Tantillo e Valentina Carli, rappresentato al Teatro Belli; un’esperienza intensa e coinvolgente; un incontro di rinascita, di tenera lotta contro l’inevitabile in un alternarsi di tinte umoristiche e filosofiche, che tocca temi universali attraverso una narrazione e un’interpretazione profondamente elegante e leggera.
Tra le mura bianche di un ospedale, vestiti di bianco, in un’ atmosfera sospesa e surreale, per chi non ha mai conosciuto quei luoghi, fin troppo realistica, per chi li conosce bene, Lucio, professore di lettere, e Mia, dottoressa, condividono il tempo e lo spazio nella sala per la chemioterapia: Mia è sfacciata, esuberante e satirica, mentre Lucio è agitato, frustrato, alterna momenti di speranza a momenti di totale sfiducia nel futuro, ma questo non gli impedisce di lasciarsi travolgere dall’humor, a tratti nero, della sua nuova conoscente, che già una volta ha sconfitto il male bianco.
Le fila del racconto proseguono anche fuori da quelle mura asettiche, fisicamente e mentalmente: i due viaggiano e sognano, innamorandosi, simulando, emozioni annesse, quel futuro da coppia sposata, con figli e nipoti che forse non avranno mai.
Tantillo accompagna il pubblico in un viaggio immersivo che esplora la psiche prima, durante e dopo la diagnosi e la terapia, mette l’accento sui desideri dell’uomo e della donna che nascono e crescono nonostante tutto, non facendo, in questo modo, lasciar definire il malato alla malattia.
Il titolo stesso diventa un punto di partenza per riflessioni più profonde, in cui l’illusione di un mondo senza difetti si scontra con la realtà delle esperienze umane, imperfette e spesso dolorose; un realismo a forte impatto empatico, reso tale grazie all’interpretazione dei due attori, delicata e intensa allo stesso tempo, rivelando personaggi complessi e sfaccettati.
Il ritmo della messa in scena è serrato e frammentato, i personaggi passano da un argomento all’altro con tempi comici ma con contenuti dialogici drammatici, tuttavia non mancano lunghi attimi di silenzio per dare enfasi a parole precise, invitando alla riflessione esistenziale.
Il testo non dà risposte, non vuole descrivere la straordinaria facilità cinematografica del lieto fine, il messaggio non è l’happy ending, quanto una ricerca incessante, una riflessione sulla condizione umana che stimola il pubblico a guardarsi dentro, e un invito a non contare il tempo ma a viverlo, a condensare presente e futuro senza limiti e attese.
