Sembra Amleto: non lo è, è molto di più!

8 Aprile 2025

“Essere o non essere” il più celebre passo dell’Amleto di Shakespeare si snoda in molteplici sfaccettature nello spettacolo “Sembra Amleto”, scritto e interpretato da Francesco Zaccaro con la regia di Ivano Picciallo, andato in scena al Teatro Lo Spazio.

Il caposaldo del Bardo viene sviscerato, incamerato, smembrato e ricomposto per diventare un meraviglioso altro, un monologo di riflessione sull’esistenza umana, e sul teatro, o meglio meta-teatro.

Tutto si basa sulla relazione tra attore e personaggio, e se Amleto indugia tra la sofferenza, la vita e la morte, e su come poterla superare, Zaccaro maneggia un testo che “sta scritto” e che conosce molto bene per riscriverne uno inedito che parte dalle parole dense e ci gioca, le trasforma, le sporca con inflessioni dialettali, le sussurra, le accarezza e le vomita nel  toccante finale.

Passa in rassegna i diversi personaggi del classico e le loro peripezie, li conduce al termine della loro esistenza e li seppellisce con cumuli di terra, che man mano vanno a ricreare sul palco vuoto una suggestiva scenografia, un cimitero di personaggi circondati da lumini, croci, fiori e oggetti identificativi. Una drammaturgia degli oggetti che si fa drammaturgia del gesto. Sepolti tutti i personaggi rimane, infatti, l’uomo, o meglio l’attore dietro la maschera, vero re, sul trono, con le sue parole scritte.

Centrale, a tal proposito, è sicuramente la riflessione sull’attore, e in questo caso su un attore duttile, ricco di sfaccettature, come Francesco Zaccaro, in grado di passare abilmente e instancabilmente da un personaggio a un altro, da un registro ad un altro, dall’altro al basso, dal classico al contemporaneo, come un funambolo esperto in equilibrio sul filo delle emozioni, utilizzando una mimica dalla precisione millimetrica, così come la gestualità, buffa in alcuni passaggi, stappando sorrisi e leggerezza, e regale in altri. Ironico, intenso, a tratti clown esco, emozionante, empatico, incisivo nel suo essere maschera e corpo. Sangue e pensiero. Viscerale ed etereo. Colorato e nero allo stesso tempo. Interprete straordinario e autore raffinato capace di dar vita ad una prosa in versi, un teatro semplice e allo stesso tempo complesso, proprio come l’esistenza, proprio come l’essere umano perso nelle difficoltà della vita, nella sopportazione del dolore, nella ricerca delle vie di fuga, tra incertezze, debolezze, e paure tra cui quella della morte che sottintende ed aleggia su tutto lo spettacolo, che la regia sapiente e organica di Ivano Picciallo orchestra e dissemina in dettagli, racchiudendola in un quadro dal forte impatto emotivo pieno di ritmo. Che continua a mormorare ed esplode nel finale in un monologo travolgente contro una madre ingombrante, ossessiva, uno sfogo contro un cordone ombelicale mai reciso che probabilmente è alla base di ogni tragedia. 

Zaccaro, così, sembra rendere al meglio quell’atto della tragedia che la poetessa Wisława Szymborska definisce il più importante, ossia il sesto: il risorgere dalle battaglie della scena, l’aggiustare le parrucche, le vesti, l’estrarre il coltello dal petto, il togliere il cappio dal collo, l’allinearsi tra i vivi con la faccia al pubblico.

E dopo aver esposto l’entrata in fila indiana di morti già da un pezzo, si prepara a vivere l’incorreggibile intento di ricominciare domani da capo tipico dell’attore, proprio dell’uomo.

Uno spettacolo prezioso. Vivo! Che trae spunto dal passato per protrarsi al futuro! 

Che non sembra, ma è pura sostanza!

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