Al decimo giorno di replica, i posti tutti occupati nella sala del Teatro India di Roma, non sono più una notizia, ma una conferma: Niccolò Fettarappa è diventato la voce — o meglio, l’urlo sarcastico — di una generazione che osserva il proprio declino con una lucidità ironicamente spietata.
Con Orgasmo. Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso, il drammaturgo romano, classe 1996, firma un’opera che è insieme una promessa mantenuta e un paradosso vivente: si parla di piacere attraverso la sua assenza, in un’ora e mezza di ritmo forsennato.
La scena, curata dal Laboratorio di ERT, è un’eloquente metafora architettonica della nostra inerzia.
Tra “ inspiegabili” gemiti di piacere, grandi lastre di cemento circondano il palco in una sorta di camera mortuaria o di loculo domestico, dominato al centro da un letto-catafalco, dove il desiderio viene fagocitato dalla logica del design moderno: cuscini che dialogo sprezzanti col salone e tazze che al risveglio obbligano a sorridere!
In questo spazio blindato, la coppia interpretata da Rebecca Sisti e Gianni D’Addario, consuma l’attesa del 2030, anno in cui, secondo una sinistra agenda UE, l’ultimo orgasmo terrestre avrà luogo.
Lei è schiava del lavoro da remoto, tra PEC da inviare e camminate alla Linda Blair, lui si allena a “precipitare” e a fare yoga.
Ma l’intimità è violata, il salotto è infestato dalla voce del Potere, incarnata dal Giornalista mistificatore di Lorenzo Guerrieri e dalle incursioni dello Zoologo/Dottor Fettarappa, incaricato di neutralizzare ogni residuo di desiderio per trasformare l’umanità in pura forza produttiva.
In questo scenario, la “fine del sesso” non è un evento naturale, ma una direttiva politica emanata da “Ursula”, l’obiettivo è la docilizzazione dei corpi: un essere asessuato e depresso è un ingranaggio perfetto, più facile da governare e infinitamente più produttivo.
Ciò che colpisce sopra ogni cosa è la scrittura rocambolesca di Fettarappa. È un fuoco d’artificio di retorica infranta, dove il “non detto” diventa un’arma comica.
La prodigiosa performance fisica degli attori sostiene un testo che non concede tregua, sottolineato dal disegno luci di Tiziano Ruggia che taglia lo spazio sempre con precisione chirurgica.
Il ritmo dello spettacolo è altissimo e la regia si spinge verso un grottesco fisico estremo.
Colpisce, in particolare, l’uso spregiudicato e semantico del corpo: in un momento di irresistibile comicità, il deretano si trasmette e si trasforma in un megafono.
È una scelta scenica semplice e quindi geniale: laddove la parola è censurata o venduta al marketing delle PEC, è la parte più “bassa” e istintiva a farsi strumento di amplificazione.
Una sfacciata dichiarazione di esistenza che rompe la compostezza richiesta dal sistema.
L’agitazione adrenalinica dei corpi serve a risvegliare una disobbedienza fisica dove manca il contatto fisico in grado di far accendere il movimento orgasmico.
I momenti di vertice comico, dunque, sono numerosi, alcuni in particolare restano impressi per la loro sagacia. Pensiamo al monologo di Gianni, che con la sua cadenza pugliese dà voce allo smarrimento dell’uomo comune: “Non ho abbastanza vita da tatuarmi! Cosa mi tatuo? La caldaia?”.
O ancora, l’esilarante incursione nella Dark Room del Berghain di Berlino, dove la ricerca del piacere sadomaso si scontra con il verboso disquisire su tramezzi e muri portanti.

Via via l’elemento scenico si rivelerà un dispositivo magico e spregiudicato nelle mani degli attori: passerella, bancone del telegiornale, botola per apparizioni demoniache, perimetro di un’aula di doposcuola.
Sarà però anche a tratti abbandonato per rompere la quarta parete, il rapporto con il pubblico, infatti, è costante, fisico, quasi invasivo.
In un momento di grande forza metateatrale, il Dott. Fettarappa e il Giornalista s’insinuano in platea, trasformando gli spettatori nel “cimitero delle pulsioni”.
Armati di torcia, i due attori rievocano l’aneddoto di Diogene di Sinope: come il filosofo cinico cercava l’Uomo tra le ipocrisie di Atene, qui si dichiara, tra le macerie di una società che ha sostituito il coito con l’auto-abbraccio, ormai disperatamente morto l’ultimo barlume di desiderio autentico.
Nonostante il pessimismo cosmico (e “dispiaciuto”) che permea il testo, Fettarappa non ci lascia marcire nei nostri loculi di cemento.
Mentre fuori infuria un’invasione di orsi — creature Buzzatiane che rispondono a pulsioni preistoriche e sovversive — lo spettacolo trova la forza di una rottura.
Il lavoro, infatti, principia con due personaggi che, in proscenio, ci travolgono con un paradosso di frasi motivazionali:
“Per questo si sta insieme, per non farcela insieme”, o “Ho smesso di fare sesso da quando mi voglio bene”; “è questa scommessa sul duale che ci sta a rovinà la serata”; “facciamo che torno a casa e cancello il tuo numero?”.
Un inizio frenetico che si placa poi nella calma di un gruppo di amici che guarda la Luna, indossando con buffa sicurezza un “potente” smanicato.

Quella porta finale, fino a quel momento ignorata o temuta, viene infine spalancata e varcata. È un gesto di ribellione verso l’inerzia, un’uscita di sicurezza da un’Europa che ci vuole asettici e performanti. Orgasmo non è solo uno spettacolo sulla fine del sesso; è un invito a riappropriarsi della propria “tristezza post-coitum”, preferendola di gran lunga alla grigia apatia dei nostri tempi.
Forse…
Prossime date:
26 febbraio, Granturismo – Palazzo del Turismo di Riccione
28 febbraio, Teatro di Ragazzola
7 marzo, Teatro Sociale Delia Cajelli di Busto Arsizio
24 – 29 marzo, Piccolo Teatro di Milano – Teatro Studio Melato
1 marzo, Teatro Sociale di Como
10 e 11 aprile, Teatro Puccini di Firenze
21 e 22 maggio, Festival Presente Indicativo Milano Crocevia – Teatro Studio Melato
CREDITS
ORGASMO. PROSA DISPIACIUTA SULLA FINE DEL SESSO
di Niccolò Fettarappa
con Gianni D’Addario, Niccolò Fettarappa, Lorenzo Guerrieri, Rebecca Sisti
aiuto regia Lorenzo Guerrieri
assistente alla regia Roberta Gabriele
disegno luci Tiziano Ruggia
costumi Elena Dal Pozzo
sound design Massimo Nardinocchi
scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT
responsabile del Laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttori Veronica Sbrancia e Tiziano Barone, Keolo Camara
scenografe decoratrici Martina Perrone, Alice Di Stefano, Sarah Menichini, Bianca Passanti, Noemi Ruth Biganzoli
logistica Achour Meradji
direttore di scena Claudio Bellagamba
elettricista Tiziano Ruggia/Omar Scala
tecnico audio Massimo Nardinocchi
sarta Carola Tesolin
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro
testo finalista al premio Pier Vittorio Tondelli / Riccione Teatro 2023
foto di Matilde Piazzi
