Blanco: dolore, rabbia, cuore e voce

Testo Emanuele Senia

Riccardo Fabbriconi, in arte Blanco, è sicuramente l’artista rivelazione dell’anno. Nasce nel 2003 in un piccolo paese della provincia di Brescia, Calvagese della Riviera. Già da piccolo si avvicina al mondo della musica grazie al padre, a Lucio Battisti, Pino Daniele e Lucio Dalla.

L’approccio musicale di Riccardo è da un lato bizzarro, per certi versi, ma dall’altro lato è comune ad un ragazzo di 14 anni. È il 2017 e, come ogni ragazzo della sua età, è invaghito di una ragazza. Rispolvera un gesto ormai perso, ma stupendo: scriverle una canzone e dedicarle dei versi, quasi fosse una serenata. Questa occasione lo porterà ad un futuro totalmente improbabile per le sue aspettative, tanto che afferma: “(…) Mi sono appassionato, ci ho preso la mano e non mi sono fermato”. Nel 2020, durante il lockdown, pubblica sul suo canale Soundcloud il suo primo EP,
“Quarantine Paranoid” e viene notato da Eclectic Music, firma per Island Records e si consacra come una delle promesse più giovani in casa Universal Music. Da lì a poco rilascia il suo primo singolo sotto major: “Belladonna (Adieu)”. In poco tempo rilascia anche, riscontrando un grande successo, “Notti in bianco” e “Ladro di fiori”, prodotti dal fidato Michele “Michelangelo” Zocca. La potenza comunicativa, espressiva e musicale di Blanco raggiunge anche chi, con molta più esperienza alle spalle, fa già questo lavoro da anni. Un esempio su tutti Mace, che lo inserisce in un brano del suo album “OBE”, “La canzone nostra” con un feat davvero importante, Salmo. Il 2021 vede l’uscita di “Paraocchi”, seguito dalla collaborazione con Madame in “Tutti Muoiono”. Il 27 Maggio esce “Dio Perdonami”, il 64 barre fatto per Red Bull, prodotto da Drast degli Psicologi, mentre il 17 Giugno rilascia una collaborazione da record, cioè quella con Sfera Ebbasta, “Mi Fai Impazzire”.

Il 10 settembre di quest’anno esce, con grande attesa da parte dei fan, il suo primo album, “Blu Celeste” per Universal, con una tracklist di 12 brani dove con crudeltà, dolore, forza e tanta voglia di fare musica, Blanco lascia letteralmente senza parole la critica e anche me, ad essere sincero. Il primo ascolto di Blu Celeste mi ha letteralmente spiazzato, perché descrive a tutto tondo un artista ancora grezzo e pieno di emozioni, dalla gioia esasperata alla malinconia e al dolore causati da avvenimenti personali che lo hanno molto segnato. Fa riflettere la frase in cui sostiene di non saper cantare e neanche gliene frega più di tanto, ma in compenso afferma: “Io urlo col cuore, e basta”. Un elemento senza ombra di dubbio riconoscibile nel panorama musicale italiano è il suo timbro vocale. La sua è una voce sregolata, che
dà l’idea di instabilità ma allo stesso tempo di sicurezza, di fragilità e potenza. Una pulsione primordiale lo spinge a cantare in un certo modo, utilizzando la voce senza preoccuparsi di andare in saturazione, o urlare. Nella prima traccia di “Blu Celeste”, “Mezz’ora di sole”, viene a galla un grande tormento, un vuoto da colmare, specialmente quando urla: “Fanculo questo dolore, la gente non lo capisce!”. Da come emerso, Blanco non si esprime più di tanto a riguardo, e afferma: “Preferisco non entrare nei particolari”. Bisogna accettare il dolore, metabolizzarlo e investirlo in energie positive, canalizzarlo in ciò che di più viscerale e intimo esiste, la musica. A tal proposito, in questo album emerge
anche il lato sensibile di Blanco. Mi piace sempre analizzare lo scenario che avvolge l’artista, il produttore che è riuscito a dar voce e spazio alla creatività di Blanco: Michelangelo. Come sostiene l’artista riguardo al suo produttore: “ (…) Mi ha aiutato a essere trasparente con me stesso, mi ha fatto capire che a volte la parte più debole è quella più forte”.

Sicuramente è un dato oggettivo non poter attribuire Blanco musicalmente ad alcun genere specifico. C’è sempre questo smodato bisogno di etichettare le cose, ponendole in scaffali ben precisi, per avere tutto “sotto controllo”; invece io penso che la musica, per essere tale, non ha questa necessità. Incasellare un artista in un genere ben preciso è quasi come tagliare le ali alla musica, incatenandola. Mi trovo assolutamente d’accordo con la sua affermazione, specialmente quando dice: “A me invece piace il disordine. A me piace dire che è musica e basta”.
Blanco è un ragazzo con una grande sensibilità, dettata dalla sua giovane età; un’attitudine “punk”, provocatoria, ma anche romantica, adolescenziale, raccontata senza mezzi termini, nuda e cruda, senza fronzoli, puramente istintiva. Sono davvero contento che, finalmente, un ragazzo di provincia come lui sia riuscito a dare una ‘manata’ alla musica italiana, ormai piena di clichè e schemi triti e ritriti, fatta di numeri e pose. Forse proprio l’essere fuori dalla vita mondana e metropolitana, alla caccia delle ultime mode, è stato un jolly davvero importante per Riccardo, che ha
sviluppato un proprio linguaggio, sound e identità.
Rivoluzionario, ma con i piedi per terra, ben saldi, Blanco è la tradizione che si fa innovazione, l’estro, l’attitudine, la follia, il sesso, il dolore, la rabbia, il cuore e la voce di chi ha bisogno di comunicare, esprimersi e mettersi a nudo.

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