Dialogando con Camilla Santucci.

Camilla Santucci, classe 1988, è l’artista con cui abbiamo scambiato quattro chiacchiere qualche giorno fa in occasione del suo live a Roma.

Muovi i tuoi primi passi nel mondo della musica giovanissima. Raccontaci il tuo percorso e le tue “origini”, chi sei e da dove arriva questo approccio alla musica?

Ho iniziato a cantare fin da piccolissima, guardando le videocassette della WaltDisney che mi comprava il mio papà! Ho avuto la fortuna di nascere in un jazz club, quindi tutte le sere, mi addormentavo ascoltando le band che si esibivano al locale. All’età di 9 anni sono entrata a far parte del coro delle voci bianche del Teatro Regio di Torino e di lì in poi, non ho mai smesso di cantare. Grazie al Teatro e al mio jazz club, sono sempre stata circondata dalla musica. La musica è diventata una passione, ma anche un lavoro. In Teatro avevano parecchie rappresentazioni e concerti. Quindi fino ai 19 anni, dopo la scuola, mi dedicavo allo studio delle parti, della tecnica vocale, e non mi è mai pesato. Ho imparato che la musica non è solo talento, ma è anche e soprattutto disciplina. Da allora, anche la composizione e la scrittura dei miei pezzi è una combo perfetta di entrambi questi aspetti della mia vita… talento e passione, ma anche razionalità e disciplina. E tutto questo l’ho imparato dai grandi professionisti con cui ho avuto la fortuna di lavorare in questi anni.


Nel tuo percorso artistico hai avuto la possibilità (e forse anche la fortuna direi) di esplorare diverse realtà musicali e stili come ad esempio il jazz e la lirica. Come hanno influenzato queste esplorazione nella tua musica attuale? C’è uno stile in particolare che ti contraddistingue?

La mia musica è esattamente lo specchio di quello che sono stata e che sono come artista e come donna. Acuti fini e ariosi, tipici del linguaggio jazz, vibrati pieni di armonici che risuonano, che richiamano l’impostazione lirica, ma anche fraseggi con metriche serrate derivanti dall’ascolto del rap. Non mi sono mai preclusa l’ascolto o lo studio di vari generi, è come saper parlare tante lingue diverse. Ogni stile ha dei colori caratterizzanti, e secondo me, un’artista, almeno quando decide di far sentire la propria musica, deve essere caratterizzante, altrimenti saremmo tutti uguali! E’ importantissimo studiare la tecnica vocale e i linguaggi di ogni genere musicale, anche per evitare di “farsi male”, ma fin da quando ero piccola, mi è sempre piaciuto mischiare nozioni e insegnamenti delle varie lezioni di tecnica vocale e di vari stili musicali.

Una cosa che mi incuriosisce sempre molto degli artisti è il come si arriva a scrivere un brano? A chi è indirizzato? E cosa vuoi comunicare quando componi?

È una domanda molto complessa questa! L’inizio di un nuovo brano per me è come un colpo di fulmine. Mi capita di assistere ad una scena simpatica, di vedere una pubblicità o di ripensare ad un evento della mia vita… e per magia, mi vengono in mente delle frasi perfettamente incastonate in una melodia. Ovviamente questo riguarda la prima stesura; poi inizia il lavoro vero. Da qui, cerco di fare un po’ di psicoanalisi e capire cosa mi ha ispirata e seguo quella storia! Concepita la storia, entra in gioco la parte meno artistica del lavoro; do una struttura al pezzo, riordino le melodie ecc. Solitamente, i miei brani raccontano del mio modo di vedere le cose, ad esempio, “La seconda parte di me” parla di una depressione bipolare, secondo quello che è stato il mio vissuto. “Come la Bertè” è un trip mentale per evadere dalla noia durante il lock-down, mentre “Storia di un film” è il mio modo di deridere le storie d’amore di chi vive i rapporti come in una serie tv.
Non ho la pretesa che il mio punto di vista sia capito; ognuno può interpretare le mie parole come meglio crede e farle sue perché in realtà è proprio questo il mio obiettivo. Mi piace pensare che ognuno, con le mie parole, e senza necessariamente capire cosa io stia cercando di dire, possa ricreare una propria storia.


Immaginiamo che il tempo e lo spazio non esistano. Citami 3 artisti (vivi, morti, famosi, non famosi, emergenti, insomma, chi ti pare) con cui ti piacerebbe duettare e perché proprio loro?

La prima artista, con la quale mi basterebbe anche solo condividere l’aria, è Ella Fitzgerald. Ho ascoltato la sua versione di Night and day all’età di 5 anni e mi sono innamorata. Una tecnica vocale da far girare la testa ed una capacità interpretativa ineguagliabile. Lei per me è la Voce! 

Il secondo artista con cui vorrei condividere una dei miei brani è Samuel dei Subsonica. Ho sempre pensato che fosse un innovatore della musica. È un artista che stimo, capace di arrivare ad un pubblico di tutte le età.

Un altro artista con cui vorrei lavorare è Guè. Un vero stacanovista della musica. Nelle sue strofe riesco a sentire la ricerca e la passione, nonostante vengano eseguite con il classico mood super strafottente, tipico del linguaggio rap. Mi incuriosisce moltissimo.

Ovviamente ci sarebbero altri millemila artisti che stimo con i quali vorrei anche solo confrontarmi!

 Come immaginavi la tua vita “da grande” quand’eri piccola? Se incontrassi la te bambina, cosa vorresti dirle?

Questa domanda mi fa sorridere. Non tanto tempo fa, mi è stata fatta la stessa domanda dalla mia terapeuta e in quell’occasione però, ho pianto tantissimo!

Quando ero piccola, il mio sogno costante era scendere la scalinata del Teatro Ariston presentata da Pippo Baudo. Credevo che il canto sarebbe stata la mia vita, il mio lavoro. Purtroppo ho dovuto fare i conti con la dura realtà. Ho dovuto scontrarmi con i lati oscuri della musica e dalla vita. Se incontrassi la me bambina, anche se in realtà non me ne sono ancora del tutto separata, le direi di crederci, le direi di credere nel suo sogno e di combattere per ottenere quello che vuole. Le direi che è speciale, che è bravissima, intelligente e bellissima, e di credere in sé stessa. Sia me che Camilla bambina, ci siamo sempre fatte influenzare dal giudizio e dal parere delle persone, vicine e lontane. Secondo queste persone è importante lavorare, avere una buona posizione e crearsi una carriera. Secondo altre persone, per fare carriera nel modo della musica, non è tanto importante quanto un’artista sia dotata, ma se abbia un prodotto vendibile, se è già un personaggio, se è bella e magra, ecc. Ecco né io, né la Camilla bambina siamo state in grado di “fregarcene” di tutto questo. Se tornassi indietro me ne fregherei, esattamente come ho iniziato a fare da qualche tempo!


Raccontaci come nasce “Come la Bertè” il brano nato in pandemia.

“Come la Bertè” è un brano nato durante il primo lock down. Ero in un periodo pieno di noia e paura, e come faccio solitamente, ho cercato di affrontare la noia e la paura sublimandole nella scrittura di un pezzo. Quel giorno ero sdraiata sul mio letto e guardavo fuori dalla finestra. Ho iniziato ad immaginare la sensazione che si prova quando metti il braccio fuori dal finestrino ed il sole ti scalda la pelle, e da lì è iniziato il mio viaggio. Ho viaggiato in macchina insieme al mio moroso. Abbiamo visitato posti nuovi e fatto l’amore sotto il temporale. E’stato un viaggio pieno di gioie e paure, ed è per questo che ho immaginato di volerlo vivere come avrebbe fatto la Bertè: una donna che ha vissuto sempre a mille tutti i tipi di emozioni, con la capacità di trasmetterle a tutti.

Speriamo di ascoltarti presto dal vivo, quali date hai in programma?

Finalmente, dopo parecchio tempo, potrò far sentire dal vivo le mie creature. 

Canterò a Roma il 14.12 al popcorn music al Pierrot Le fou e il 17.12 al that Saturday / That feeling al riverside.

Non vedo l’ora!

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