Nella frenesia della vita (complice anche la mia grandissima distrazione) ho poche reminiscenze dei miei studi fatta eccezione di qualche materia. Tra queste c’è sicuramente “fenomenologia degli stili” (no, non chiedetemelo neanche di cosa si tratta) in cui abbiamo affrontato un capitolo sull’arte contemporanea e, tra le sue innumerevoli sfaccettature, anche quella performativa (tra i tanti, conoscerete sicuramente Marina Abramović). A tal proposito, mi resteranno sempre impresse le parole del mio professore: “i performer si fanno del male, si tagliano, per tornare a sentire il loro corpo anestetizzato, vivo”. Parole forti che, se pensiamo sono traslate in un periodo compreso tra gli anni ’60-’70 in cui sappiamo che gli agi non sono neanche paragonabili a quelli che disponiamo oggi, è una sentenza abbastanza pesante.
Forse il paragone potrebbe essere azzardato ma ascoltando Vitamine, l’ultimo singolo dei Cassandra pubblicato lo scorso 29 maggio, ho pensato solo una cosa: come può suonare l’anestesia della contemporaneità?

«Giulia si annoia e si fa le foto ai piedi / Tommaso si taglia, in cella si sta stretti / Alice sta male / Sara sorride in riabilitazione / Carlo perde i capelli, Milano fa impressione / Alice sta male, si spoglia, ma il mondo non la vuole.» Un ritratto desolante ma fortemente contemporaneo: in tre minuti di canzone, la band descrive il disagio che alberga nella società con immagini forti e a tratti disturbante. C’è la sessualizzazione online, la depressione, lo stress causato non solo dal lavoro ma dai contesti sociali che scegliamo di abitare. La musica che accompagna le parole è leggera e coinvolgente, si muove tra chitarre e synth dal sapore alternative rock e la voce ruvida del cantante; un sound che, nella produzione dei Cassandra ha un nome ben specifico: dirty pop, ovvero un suono pop ma sporco, grezzo, con «un’estetica ruvida e istintiva in cui l’urgenza espressiva non sacrifica mai la forma-canzone.» (comunicato stampa)
Vitamine racconta la necessità di anestetizzarsi, di non provare più dolore («le vitamine ti hanno tolto il brivido del dolore») e fare qualsiasi cosa pur di sentirsi compresi e socialmente accettati. Il suono di un synth con un ritmo cadenzato si trasforma quasi nella metafora di una testa che sbatte contro un muro, di un pensiero intrusivo che cerca di uscire in tutti i modi ma che riesce a placarsi solo attraverso somministrazioni di medicinali o compromessi sociali.
È un ritratto amaro, quello dei Cassandra, in cui è difficile non vedere l’altra faccia di una realtà patinata raccontata sui social, l’altra faccia di una fragilità costante che vince sempre sui più deboli. Nella sua chiusura, il brano si concede una citazione di Centro di gravità permanente di Franco Battiato, perché alla fine siamo tutti fragili erranti con cicatrici più o meno in vista, alla ricerca di un minimo di stabilità.

Se non l’avete ancora fatto, concedetevi del tempo e ascoltate questa band fiorentina: le loro canzoni sanno essere colorate e sentimentali ma, nello stesso tempo, puntellate da leggeri contorni di nostalgia, qualche pizzico di malinconia e un po’ di solitudine… e se non vi sentirete compresi, almeno avrete conosciuto un altro gruppo fuori dagli algoritmi e fuori dalla viralità!
