di Emiliano Metalli
Non è una biografia musicale di Maria Antonietta, né un semplice racconto della moglie “folle” di Luigi Pirandello L’amore che ti diedi, melologo per voce recitante, cantante e tre strumenti solisti con musica di Stefano Cucci e libretto di Cecilia d’Amico, che si associa, in un dittico pirandelliano nella stessa serata, a quello dedicato alla figlia Lietta scritto da Giovanni Maria Briganti con la musica di Fausto Sebastiani.
Le due composizioni in prima assoluta per i Giardini della Filarmonica, il festival estivo dell’Accademia Filarmonica Romana, nascono in occasione dei 90 anni dalla scomparsa di Luigi Pirandello che ricorrono nel 2026 e ripercorrono il vissuto familiare del celebre drammaturgo, la personalità complessa e il suo rapporto con la dimensione affettiva femminile.

La verità di Maria Antonietta Pirandello, primo fra i due, sceglie una prospettiva complessa e urgente al tempo stesso: restituire la parola a una donna che la storia della letteratura ha spesso confinato al ruolo di figura laterale nella vicenda umana del grande scrittore. Anzi, più spesso identificata come un limite al pieno e libero sviluppo dell’uomo Pirandello, con le sue gelosie e le sue ossessioni.
Il libretto di Cecilia d’Amico evita i facili psicologismi e si concentra sui fatti: date, nomi, avvenimenti. La drammaturgia procede come un flusso di memoria, costruito attraverso lettere, ricordi e frammenti che si rincorrono senza una rigida linearità cronologica, ma con un loro sviluppo a volte brusco e improvviso che sfocia negli episodi più dichiaratamente musicali.

La voce recitante, affidata a Valeria Nardella, diventa il filo che ricuce gli episodi della vita di Maria Antonietta, mentre i due cantanti incarnano i conflitti più profondi: Alessio Neri presta la sua voce brunita tanto a Pirandello quanto al padre della protagonista, sovrapponendo volutamente le due figure maschili che segnano il suo destino, mentre Anna Laura Tamburro, dal registro acuto penetrante, dà corpo ai momenti di maggiore esplosione emotiva riconducibili alla stessa protagonista.

La scrittura di Stefano Cucci conferma “la musica al servizio della parola” senza rinunciare a una forte identità espressiva. Il pianoforte costituisce il centro gravitazionale della partitura, attorno al quale il piccolo ensemble solistico costruisce un paesaggio sonoro inquieto, mobile, quasi il riflesso dell’instabilità interiore di Maria Antonietta. Il glissando degli archi, il flauto che attraversa l’intera opera come una presenza costante e sotterranea, il violoncello e le percussioni non descrivono gli eventi: li amplificano, li accompagnano dall’interno, trasformando gli stati d’animo in materia sonora.
Particolarmente riusciti risultano alcuni snodi drammaturgici. Il matrimonio, ad esempio, è evocato attraverso la citazione deformata della tradizione popolare – Cc’è la luna ‘n menzu ô mari – che, senza il ritmo goliardico di una tarantella erotica e immersa in armonie dissonanti, perde ogni carattere festoso trasformandosi quasi in un presagio.

Allo stesso modo, il trasferimento a Roma e la nascita dei figli sembrano eventi che si aprono a una scrittura timbricamente più luminosa, quasi cinematografica, subito incrinata da progressive alterazioni armoniche. Infine la perdita della dote, causa della perdita definitiva dell’equilibrio familiare, trova nella scrittura musicale una linea melodica aspra e spezzata, lontana da qualsiasi abbandono lirico.
Gli autori evitano accuratamente di ridurre la malattia mentale a un semplice fatto clinico. La follia emerge piuttosto come progressiva deformazione dello sguardo sul mondo, alimentata dalla crisi economica, dalla perdita delle certezze sociali, dal rapporto irrisolto con il padre, dalla gelosia verso il marito e infine verso la figlia Lietta. È in questi passaggi che musica e parola raggiungono la maggiore intensità, senza indulgere mai nel melodramma. La forma – quasi riflessiva – del melologo viene mantenuta in favore di una visione critica e non emotiva dell’accaduto.
Stefano Cucci costruisce una partitura equilibrata, non cerca effetti spettacolari bensì impiega i colori e i timbri per rendere viva una continua tensione psicologica. La vocalità alterna recitativo, declamazione e brevi aperture liriche, secondo una concezione del teatro musicale che privilegia il racconto interiore rispetto all’esibizione virtuosistica, mantenendo sempre saldo il rapporto tra testo e suono.
L’ultima parte, dedicata al ricovero nella casa di cura e al difficile rapporto con la figlia ormai lontana, lascia intravedere una diversa qualità della scrittura orchestrale: il tessuto sonoro si apre, i colori diventano meno cupi, pur mantenendo un sottile tappeto con il flauto che accompagna Maria Antonietta come fosse un respiro, un pensiero, una piccola e costante ossessione.
Più che raccontare la moglie di Pirandello, La verità di Maria Antonietta Pirandello prova a restituirle una voce autonoma. Ed è forse questa la qualità più convincente di questo debutto: trasformare una figura rimasta troppo a lungo sullo sfondo in un personaggio teatrale di autentica complessità umana. Il merito è soprattutto di un ensemble coeso e ben guidato dal gesto sicuro dello stesso compositore.

GIOVEDÌ 2 LUGLIO
Sala casella
L’AMORE CHE TI DIEDI:
LA VERITÀ DI MARIA ANTONIETTA PIRANDELLO
Musica di Stefano Cucci
Libretto di Cecilia d’Amico
Valeria Nardella voce recitante
Anna Laura Tamburro soprano
Alessio Neri basso
Romolo Balzani flauto
Patrizia De Carlo violino
Rina You violoncello
Gabriele Joima, Fabio Silvestro pianoforte
Domiziana Del Mastro percussioni
Stefano Cucci direttore
