di Emiliano Metalli
Compie dieci anni e torna in scena ancora una volta l’allestimento della Traviata di Giuseppe Verdi che ha visto impegnato un parterre di nomi nazionali e internazionali in bilico fra cinema e moda come Sofia Coppola, al debutto nella regia lirica, Valentino Garavani, Giancarlo Giammetti, Nathan Crowley, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli.
Il progetto, è evidente, nasce sotto l’egida di una enfasi visiva ed estetica di rilievo e, se non fosse per il titolo operistico arcinoto, rischierebbe addirittura di sorpassare la stessa protagonista.

Trattandosi di una ripresa, ha un senso relativo il giudizio sugli aspetti registici, già ampiamente recensiti, di cui però non si può fare a meno di sottolineare alcuni particolari.
Innegabile è, infatti, la sontuosità delle scene di Nathan Crowley che sfruttano tutta l’ampiezza del palcoscenico del Costanzi alternando superfici di un blu intenso con la trasparenza di enormi finestre affacciate su altri saloni o sulla campagna francese, con tanto di video che simula il trascorrere del tempo. Unica nota stonata è la grande scala del primo atto che, oltre a ingombrare parecchio la scena senza avere alcuna funzione, sembra arrivare da un’altra epoca rispetto a tutto il resto. Ha il solo pregio di mostrare il favoloso abito di Violetta nello stile “Piazza di Spagna” quando la moda sfilava però sotto le stelle: un segnale del glamour che si impone su tutto il resto.

E in effetti la regia di Sofia Coppola risulta debole, senza una intuizione nuova o decisiva nel definire una storia tramandata da letteratura, musica e cinema.
Questa regia segue da vicino il libretto, propone qualche suggerimento che però non si traduce in una visione rinnovata o riconoscibile. Lascia però spazio all’interprete e alla propria sensibilità: in questa replica risulta chiaro dai tre protagonisti che propongono, inoltre, declinazioni assai differenti dei propri personaggi.

Se il set è approntato con dovizia, l’organizzazione presente, ma non eccessiva, il centro si sposta inevitabilmente tutto sugli abiti. Come una vera e propria sfilata che si fa carico di raccontare la storia della protagonista. Da Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti nasce l’idea della stessa produzione e del personaggio di Violetta, un concept diremmo, cui l’estro di Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli aggiunge ulteriore appeal dotando anche gli altri personaggi femminili di costumi di stupefacente pregio.

Francesco Ivan Ciampa, chiamato con oneri e onori a dirigere un titolo di nota tradizione, fa miracoli per mettere insieme le indicazioni dello spartito e alcune – a tratti estreme – libertà della protagonista. Lo fa con indubbio talento, nascondendo le fatiche e sorridendo sempre, con gesto, agli artisti coinvolti. Non forza l’orchestra per ottenere la “sua” Traviata, ma collabora alacremente per rammentarci la finezza verdiana nella scrittura orchestrale – molto suggestivi i due preludi – e al tempo stesso per lasciare spazio alle acrobazie vocali. Stupisce infatti che in un’epoca di filologia imperante si siano lasciate tante libertà agli interpreti. Alcune interessanti e condivisibili, nel rispetto di una tradizione esecutiva che non andrebbe dimenticata, altre forse discutibili, ma in ogni caso godibili nel tracciare una Traviata molto acclamata e seguita, nonostante la lunghezza dei tempi di esecuzione e degli intervalli.

Veniamo al cast. Va innanzitutto annotato che due dei tre protagonisti sono impegnati per quest’unica recita: una scelta che può nascondere insidie pratiche, quando non tecniche, nonostante l’evidente esperienza.
Nadine Sierra imposta Violetta Valéry in maniera assolutamente personale, sia sul fronte vocale sia su quello registico. Ne risulta un eccentrico mix fra tradizione e innovazione che galvanizza il pubblico e lo mantiene attento, perché preso alla sprovvista.

Nella sua Violetta – e in parte nella sua vocalità – echeggia qualche tratto di Beverly Sills: hanno persino alcuni episodi biografici in comune. Sills aveva forse più equilibrio anche in relazione alla tradizione interpretativa.
Sierra allunga spesso le sillabe finali delle frasi a dismisura, in maniera quasi innaturale. Questo suona davvero strano e costringe il direttore a rallentare in alcuni punti in cui ci si aspetterebbe tutt’altro. Modifica poi la cadenza al finale del primo atto, aggiunge qualche enfasi di troppo nei recitativi, non centra a perfezione il sovracuto conclusivo, ma bisogna riconoscere che i do che lo precedono sono invece sempre meravigliosi e con il noto effetto voluto da Verdi.
Al secondo atto il suo fraseggio acquista classe grazie alla compostezza di Luca Salsi, cui è costretta a conformarsi – come Violetta, sia chiaro – e non manca ancora di rallentare le sue magnifiche frasi del concertato, ma il direttore la “costringe” a tenere il passo.

Al terzo atto torna ad allungare i recitativi, ma aggiunge un atteggiamento di sofferenza teso e, a volte, un po’ sopra le righe, che ha però un suo perché nella sua idea generale. L’Addio del passato è pure ben cantato, ma senza la magia dei pianissimo di altre interpreti. Resta comunque una Violetta di carattere che può piacere o meno, ma resta impressa, e questo conta, anche e soprattutto per la disinvoltura con cui sfoggia gli abiti Valentino.

Al suo fianco Alfredo Germont è Xabier Anduaga: giovane tenore dalla voce squillante, a volte persino troppo, dal timbro eccellente e dalla dizione a tratti poco definita. Affronta la parte con grande serietà, fraseggia adeguatamente e conclude la sua aria con un magnifico acuto che gli vale l’applauso. L’impressione è che questo sia l’apice del suo interesse del ruolo, il resto c’è, ma con meno convinzione. E tuttavia riesce ad essere un partner efficace accanto all’esuberanza della Violetta di Sierra.

Luca Salsi, poi, è Giorgio Germont. Inutile sottolineare i pregi che tutti conoscono: fraseggio impeccabile, tutte le gradazioni e sfumature possibili, un canto “sulla parola” che richiama la vecchia scuola e lo attesta – anche per la corretta e misurata interpretazione – fra i grandi dell’opera e, in particolare, del repertorio verdiano.
Scultoreo il suo ingresso alla festa di Flora, il cui “Di sprezzo degno se stesso rende chi pur nell’ira la donna offende” echeggia superbamente e sembra suggerire la soluzione all’infelice e recente vicenda del Premio Strega. La società contemporanea dovrebbe riflettere di più sul suo passato per ritrovare forse le risposte al suo presente.

Il resto del cast fa il suo con professionalità e convinzione: si notano giovinezza e voglia di fare che rinverdiscono i fasti di un genere musicale troppo spesso erroneamente considerato obsoleto.
La Flora di Maria Elena Pepi è seducente e frivola quanto basta, anche grazie al portamento che esalta il voluttuoso abito del secondo atto. Sofia Barbashova è un’Annina discreta e devota. Efficaci e centrati nei ruoli, soprattutto per l’aspetto vocale, il Marchese d’Obigny di Alejo Álvarez Castillo e il Visconte Gastone interpretato da Guangwei Yao. Quattro talenti di Fabbrica Yap Project!

Completano il quadro Il Barone Douphol di Arturo Espinosa, dal bel timbro cupo e dall’aria nobile e crudele, e il dottor Grenvil che Adriano Gramigni tratteggia con modestia e precisione.









Teatro dell’Opera
La traviata
Musica di Giuseppe Verdi
Opera in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
da La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio
DIRETTORE Francesco Ivan Ciampa
REGIA Sofia Coppola
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene Nathan Crowley
Scenografo collaboratore Leila Fteita
Costumi Valentino Garavani, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli
Coreografia Stéphane Phavorin
Luci Vinicio Cheli
Video a cura di Officine K
Regista collaboratore Marina Bianchi
PERSONAGGI INTERPRETI
Violetta Valéry Ermonela Jaho 21, 26, 30 / Nadine Sierra 24 / Ekaterina Bakanova 23, 25, 27, 28
Alfredo Germont Dmitry Korchak 21, 23, 28, 30 / Xabier Anduaga 24, 26 / Antonio Poli 25, 27
Giorgio Germont Amartuvshin Enkhbat 21, 23, 28, 30 / Luca Salsi 24 / Simone Piazzola 25, 27 / Ludovic Tézier 26
Flora Maria Elena Pepi*
Annina Sofia Barbashova*
Il Barone Douphol Arturo Espinosa
Il Marchese d’Obigny Alejo Álvarez Castillo*
Gastone Guangwei Yao*
Il dottor Grenvil Adriano Gramigni
Un domestico Daniele Massimi 21, 24, 26, 30 / Marco Severin 23, 25, 27, 28
Un commissionario Carlo Alberto Gioja 21, 24, 26, 30 / Alessandro Guerzoni 23, 25, 27, 28
Giuseppe Salvatore Minopoli 21, 24, 28, 30 / Giuseppe Ruggiero 23, 25, 26, 27
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Produzione creata da Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti
Si ringraziano la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti e Valentino S.p.A.
Crediti fotografici: Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma
