Un’Aida cinematografica!

24 Luglio 2026

di Emiliano Metalli

Poche opere nella storia hanno avuto un rapporto così intenso con gli spazi aperti come Aida di Giuseppe Verdi, che torna in scena con la regia di Davide Livermore e la direzione di Daniele Callegari per la stagione estiva del Teatro dell’Opera nelle fresche e un po’ rumorose ampiezze del Circo Massimo fino al 28 luglio. 

Nata per l’inaugurazione del Teatro dell’Opera del Cairo nel 1871, Aida è stata concepita fin dall’origine con una visione spettacolare: brucianti passioni e profondi conflitti, dove la vicenda privata della principessa etiope e del condottiero egizio, innamorati infelici, si intreccia con la forza delle masse, dei cortei, delle cerimonie religiose e, soprattutto, del potere.

In Italia, durante il Novecento, Aida è divenuta l’appuntamento estivo per eccellenza grazie alla sua musica solenne, alla celebre Marcia trionfale, alla possibilità di costruire scenografie monumentali in siti archeologici di raro pregio e di coinvolgere enormi masse artistiche, secondo uno stile oggi (anche eticamente, se si pensa all’impiego degli animali) impensabile. 

La storia comincia idealmente nel 1913, quando l’Arena di Verona inaugura la propria vocazione operistica con questo titolo voluto da Giovanni Zenatello e Tullio Serafin. Da allora Verona e Aida sono diventate quasi inseparabili, soprattutto per una commistione perfetta fra gli spazi e le possibilità scenografiche. 

Anche la Roma delle Terme di Caracalla si è rivelato un set più che ideale di questa vicenda sospesa fra verità storica e immaginazione: le antiche rovine romane trasformate in parte integrante della scenografia, in uno spazio che evoca direttamente il rapporto tra potere, monumento e memoria. Le scene del Trionfo in questa cornice – e nei racconti di chi vi ha assistito – sono divenute leggendarie, così come gli interpreti che appartengono all’Olimpo operistico.

Negli ultimi decenni, tuttavia, il modo di rappresentare Aida anche negli spazi aperti è profondamente cambiato. Accanto alla tradizione spettacolare sono nate letture più simboliche e contemporanee, affidate a registi e scenografi che hanno cercato di interrogarsi su significati più profondi: il conflitto tra popoli, il rapporto tra individuo e potere, la solitudine di chi è costretto a scegliere tra amore e appartenenza.

La grande sfida degli allestimenti moderni è proprio quella di riuscire a conservare la magia dell’antico Egitto senza ridurre Aida a una semplice festa dell’immaginario esotico, mantenendone invece il focus su una storia profondamente umana, quella di due persone schiacciate dalla guerra e dalla ragion di Stato.

L’allestimento di Davide Livermore, adattato dal Costanzi al palco ultramoderno del Circo Massimo, cerca di fare questo: concentrarsi sull’individuo, senza perdere di vista l’elemento spettacolare. 

Le scene di Giò Forma conquistano una centralità grazie all’assenza dell’architettura tradizionale a farne da cornice. Al contrario la neutralità contemporanea della struttura del palco si sposa alla perfezione con gli elementi scenici essenziali nelle linee e nelle forme, dando l’impressione di un allestimento 2.0 rispetto a quella del 2023, molto più a fuoco. 

Si potenzia infatti la suggestione cinematografica di un Egitto futurista e tecnologico, più vicino a Emmerich che a Mankiewicz, in cui la profondità del colore è preponderante, senza fermarsi al semplice oro, mentre la decorazione, spesso citata dai video di D-WOK, si disperde fra sabbie che si muovono all’inverso e fra le altre suggestioni delle immagini. 

A far da contraltare a questa modernità tecnologica ci sono i costumi di Gianluca Falaschi che citano invece i kolossal del cinema muto: dalla Cleopatra di Helen Gardner per la regia di Gaskill alla più nota Theda Bara, fino alla nostrana Cabiria di Giovanni Pastrone. Se ne colgono i dettagli dai due schermi che fiancheggiano il palco su cui seguire i particolari di quanto avviene in scena, proprio in un video in bianco e nero. L’impressione è quella di una multisensorialità, più o meno facile da seguire, che però coglie sia lo spirito dello spettacolo, amplificandolo, sia la necessità visiva di una platea molto grande. 

Le luci di Fiammetta Baldiserri, pure pregevoli, rispetto a tutto questo sono messe in disparte, perché è il colpo d’occhio della totalità a vincere e a dare la cifra dello spettacolo. Lo stesso si dica del suono che è, e resta, il grande, immenso problema degli allestimenti all’aperto. 

L’impostazione resta però decisamente statica, con una spiccata tendenza alla costruzione di scene simmetricamente centrali. Il singolo rischia di perdersi, se non fosse per il dettaglio video, all’interno di un “quadro” d’effetto persino nelle scene solistiche. 

Daniele Callegari dirige con cura, rispetto dei tempi e compostezza, ma senza sottolineare troppo gli elementi di pathos di una partitura ricca di sfumature e di colori strumentali da capogiro. Riesce però a uscirne vincitore, che è già un buon traguardo, considerando che l’amplificazione tende ad appiattire o enfatizzare sezioni orchestrali senza guardare alle esigenze musicali e drammatiche. 

L’Aida di Yolanda Auyanet, sostituzione last minute di Aleksandra Kurzak, è poco lirica, ma molto precisa. Manca l’elemento di abbandono all’estasi – che sia d’amore o di disperazione – proprio nel timbro, che si fa via via sempre più teso e, volendo vedere il meglio, tagliente nella sua drammaticità. Questo ha il suo contraltare in alcuni fraseggi o nei passaggi che andrebbero eseguiti in piano, ma di fatto non lo sono. 

Al contrario, Luciano Ganci cerca di rendere il suo Radamés più dolce e più fragile dell’eroe che la tradizione ha delineato, attraverso mezzevoci suggestive e azzardati pianissimo. Il timbro è di una bellezza davvero rara e la capacità di scolpire la frase altrettanto, peccato per qualche indecisione che ne ha compromesso la perfetta riuscita. Tuttavia la pienezza e la sicurezza di alcune ascese all’acuto ne fanno un tenore di prima qualità. 

L’Amneris di Angela Meade parte sottotono, ma conquista smalto e sicurezza man mano che si avvicina alla sua grande scena con i sacerdoti, dando prova di salda tecnica e ottima comprensione della scrittura musicale e drammatica. Mentre l’Amonasro di Ludovic Tézier entra ed esce immerso nell’aura della perfezione sia sul fronte tecnico sia nella dizione chiarissima, senza considerare un timbro di una brunitura meravigliosa e il perfetto accostamento fra queste qualità e la scrittura verdiana. Peccato che sia presente per una sola recita!

Molto ben costruito il Ramfis di Alex Esposito che è maestro della scena ancora una volta: nonostante la rigidità imposta al ruolo, egli riesce a far trasparire i sentimenti che si nascondono dietro il gesto, grazie a una sensibilità rara e a un’intelligenza non indifferente. Vocalmente non è forse il suo ruolo ideale, ma l’artista ha saputo plasmare talmente bene le frasi da risultare al meglio. 

Assai buono Adriano Gramigni nella breve parte del Re e Andrea Schifaudo in quella del messaggero. 

Suggestivo infine, l’intervento di Veronica Marini nei panni della sacerdotessa che ricorda ancora una volta le pose plastiche di Rosa Ponselle. Una voce che potrebbe far sperare in ruoli più importanti. 

Ottimo il coro, diretto da Ciro Visco, senza il quale non ci sarebbero “trionfi”! 

Teatro dell’opera – Circo Massimo 

Aida

Opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni

Musica Giuseppe Verdi

DIRETTORE Daniele Callegari

REGIA E MOVIMENTI COREOGRAFICI Davide Livermore

MAESTRO DEL CORO Ciro Visco
REGISTA COLLABORATRICE Chiara Osella
SCENE Giò Forma
COSTUMI Gianluca Falaschi
LUCI Fiammetta Baldiserri
VIDEO D-WOK
COREOGRAFO ASSOCIATO Carlo Massari

Personaggi e Interpreti

Aida Elena Stikhina (12, 26, 28) / Yolanda Auyanet (15, 18, 22)

Amneris Angela Meade (12, 22, 26) / Valentina Pernozzoli (15, 18, 28)

Radamés   Ivan Magrì (12, 15, 18) / Luciano Ganci (22, 26, 28)

Amonasro Ernesto Petti (12, 15, 18, 26, 28) / Ludovic Tézier (22)

Ramfis Alex Esposito 

Il re Adriano Gramigni

La sacerdotessa Veronica Marini

Il messaggero Andrea Schifaudo

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

Allestimento Teatro dell’Opera di Roma

Foto di Fabrizio Sansoni 

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