Per un teatro (inter)nazionale in Italia

Costituire un teatro nazionale diretto e gestito dalle comunità etniche residenti in Italia non solo è possibile, ma è utile ad una vera idea di integrazione.

Testo Giuseppe Maisto

Sono tante le attività culturali legate al teatro che si pongono come obiettivo la tutela e soprattutto la valorizzazione delle culture straniere che da anni fanno parte del tessuto sociale dell’Italia. Nonostante tutti i pregiudizi, il nostro rimane uno dei paesi protagonisti nell’ideazione e nell’attuazione di progetti europei legati alla commistione di linguaggi e culture. Ciononostante, molte delle attuazioni di progetti culturali rivolti a migranti, minoranze etniche, richiedenti asilo, sono solo lo specchietto per le allodole di una vera attività di integrazione: spesso, infatti, questi interventi culturali fanno parte di logiche politiche che alla fine non avvicinano alla cultura i cittadini di diversa provenienza etnica, né tantomeno scaturiscono, per chi viene coinvolto, un reale interesse sociale e il tutto diventa un surrogato di integrazione. Un’attività che pone al centro la scoperta di culture altre o coinvolgimento di persone poco integrate è argomento di discussione, di ascolto solo dalla “nostra” parte.

E questo non perché non ci sia, dal lato delle comunità in questione, un reale interesse ad interagire in quest’ottica, ma perché gli enti culturali non li intercettano, e quando lo fanno, si pongono con una logica “di politica sociale” e non di opportunità di dialogo, a maggior ragione artistico. Marine Leduc — giornalista freelance francese di origine romena — nel suo articolo “I Rom visti dai Rom”, riporta la testimonianza di Alex Fifea, attore, regista Rom nonché direttore artistico del festival Kathe, Akana (Qui ed ora in lingua romanì) svoltosi a Bucarest: il primo festival interamente progettato da operatori e artisti di origine Rom, caratterizzato da 10 produzioni di diversi paesi dell’Europa centrale. È interessante scoprire come questa prima edizione abbia dimostrato che l’agire in modo organico all’organizzazione e alla struttura culturale da parte di una minoranza etnica, sia pregnante non solo per il “riconoscimento e la valorizzazione della propria cultura” ma anche — e soprattutto — quanto sia maggiormente spendibile agli occhi della stessa comunità Rom. La direzione, come spiega Fifea, è quella di porre le basi per un teatro stabile di matrice Rom, affinché si porti all’attenzione un linguaggio artistico e culturale non edulcorato dalle politiche sociali nazionali. In questo modo, la cultura per le comunità Rom — sempre più spesso ghettizzate — può diventare valore aggiunto della loro quotidianità.

Valore ed opportunità, mediante il decentramento dell’attività culturale e pregnanza dei temi. Questi sono gli obiettivi. Sarebbe dunque auspicabile che anche per il sistema culturale italiano possa contribuire alla valorizzazione dei diversi linguaggi culturali con questi presupposti. «Vorrei che questo festival sia un ulteriore passo verso un teatro nazionale Rom» dice Fifea. Ebbene, sarebbe davvero importante riconoscere, alle diverse comunità etniche presenti in Italia — penso a quelle Arbëreshë calabresi, nigeriane e ghanesi a Castel Volturno oltre che Rom — una “stabilità” culturale propria, che possa davvero dialogare col Paese, valorizzando le aree — spesso disagiate — in cui vivono partendo dai cittadini stessi. Ad oggi, il Fondo Unico riconosce e sovvenziona solo due enti teatrali di rilevante interesse culturale di minoranze linguistiche (Stabile di Bolzano e Stabile Sloveno a Trieste). Favorirne la strutturalità anche di altri, non farebbe che accrescere ulteriormente il valore culturale del nostro paese, sostenendo concretamente l’attività di integrazione sociale.

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