Il pianista accompagnatore per la danza. Quando il dialogo tra danza e musica diventa un mestiere.

Intervista a Barbara Cocconi

Testo Roberta Leo

Uno dei meravigliosi misteri dell’arte riguarda la nascita della musica e della danza. Quale tra le due viene prima dell’altra? Qual è il rapporto che le lega imprescindibilmente da sempre? Musica e danza sono arti che si fondono e completano reciprocamente. Nel tempo si è delineata una figura apparentemente silenziosa, una professione di raccordo tra le due arti che dona a ciascuna di esse ciò di cui l’una o l’altra di volta in volta necessitano.
Barbara Cocconi, pianista accompagnatore per la danza classica in teatri, compagnie, licei coreutici e scuole di danza, incarna questa figura professionale e ci spiega l’apporto prezioso che il pianista accompagnatore per la danza può dare alla lezione di danza, ma anche a docenti e danzatori nel mettere in comunicazione danza e musica, facendosi artista e traduttore dell’una nei confronti dell’altra.

Barbara, chi è il pianista accompagnatore per la danza?
Il pianista, contrariamente a quanto accadeva in passato, non è più considerato un battitore di tasti, un mero strumento nelle mani dell’insegnante di danza. Oggi, in sempre più svariati contesti, è un professionista capace di dare alla lezione di danza un contributo musicale di una certa consistenza. In genere, è un musicista che arriva da una formazione concertistica ma che deve rivisitare le sue conoscenze musicali traducendole in ciò che deve trasmettere. Più precisamente deve saper trasformare ciò che egli sa suonare in ciò che gli viene richiesto di suonare per la danza. È un interprete. Attualmente gli insegnanti di danza riescono molto più facilmente ad ‘affidarsi’ al pianista accompagnatore. Tuttavia, ci sono ancora molte lacune e difetti di comunicazione. Un esempio potrebbe essere dato dai licei coreutici in cui il pianista accompagnatore non sempre viene reclutato tramite un’audizione di tipo pratico o una verifica effettiva della sua esperienza in sala di danza. Al pianista accompagnatore viene semplicemente richiesto di saper suonare e non di suonare per la danza. I parametri di reclutamento nella scuola pubblica non sono sempre adeguati e funzionali alla professione. Così spesso i musicisti entrano in sala senza avere un’idea precisa di
quello che sia una lezione di danza. Pensano che basti affidarsi ad uno spartito da studiare. In realtà il loro lavoro dovrebbe essere fondato su una ricerca continua.

Ph Luca Rosso

Come hai iniziato a suonare per la danza e quali sono state le tue principali esperienze formative?
Anni fa insegnavo in una cooperativa musicale e mi fu chiesto di preparare un programma di danze classiche e rinascimentali per la scuola di danza Professione danza di Francesco Frola e Lucia Giuffrida a Parma. Dal progetto nacque una versione ridotta di Schiaccianoci che abbiamo portato in scena al Teatro Regio di Parma. Questa scuola cercava un pianista che accompagnasse le lezioni di alcuni esami di danza. Da quel momento è nata una collaborazione per cui insegnavo musica ma suonavo anche per le lezioni. I maestri della scuola mi hanno insegnato tantissimo. Grazie a loro ho assorbito i passi e compreso le dinamiche caratteristiche di una lezione di danza classica. Capivo che la mia presenza dava qualcosa in più al lavoro del docente di danza ma allo stesso tempo dimostravo anche di voler imparare. Nel 2004 ho avuto l’occasione di suonare per delle lezioni di danza al Teatro alla Scala e ci sono rimasta per sei anni. Quella del Teatro alla Scala è stata un’altra ‘palestra’ molto importante per la mia formazione soprattutto perché ho capito che ciò che vedi danzare diventa il tuo nutrimento per ciò che devi suonare. Poi è arrivata
anche la collaborazione con Aterballetto, la storica compagnia di danza contemporanea di Reggio Emilia, con il locale Liceo Coreutico e con tante altre scuole di danza. Qui ho capito che il pianista impara guardando, ascoltando, leggendo il movimento. A seconda della tipologia di danzatori per cui stai suonando, la lezione di danza classica cambia drasticamente e assume una fisicità e una qualità di movimento differente che ti chiede di suonare in modo diverso. La cosa più bella di questo lavoro si ha quando il pianista suona ed è talmente ‘dentro’ la danza che, in un certo senso, partecipa anche con il proprio corpo. La musica si fa danza e viceversa attraverso una magica e indeterminata metamorfosi.

Come dev’essere il rapporto tra il docente di danza e il pianista accompagnatore per la danza?
Sicuramente tra le due figure deve esserci un rapporto di fiducia e consapevolezza, una sinergia profonda. Il docente di danza deve sapere quello che vuole e soprattutto come comunicarlo attraverso la voce e il corpo, ossia, declamando o ‘cantando’ l’esercizio o la legazione di danza e mostrandolo, anche solo accennandolo col corpo, in modo chiaro. Deve esserci aderenza tra la voce e il corpo. Il pianista è uno strumento nelle mani del docente ma è a servizio della danza prima di tutto. Perciò, laddove ci sono dei limiti terminologici musicali che il docente non coglie, il pianista deve essere in grado di andargli incontro affinché la danza risulti aderente alla musica e viceversa. Deve saper cogliere tempi e sfumature dei movimenti, andamenti e cambi di ritmo della voce dell’insegnante di danza, guardare i danzatori e
seguirli. In altre parole, il pianista concorre alla creazione coreutica creando a sua volta una musica che risponde alle esigenze della danza. E per farlo deve conoscere molto bene quest’ultima, saperla leggere e ascoltare.

Svolgi anche laboratori di Body Percussion, l’arte di riprodurre suono con il corpo. Di che si tratta?
Insegnando musica ad allievi danzatori la body percussion è diventata un modo per far sperimentare ai ragazzi sul proprio corpo vari ritmi e partiture musicali in modo da interiorizzarli liberandosi dall’accademismo teorico. La body percussion mette insieme le esigenze dei danzatori e quelle di formazione musicale in una modalità che si avvicina molto al corpo. È una pratica che stimola la crescita musicale di gruppo, l’ascolto e il lavoro sull’autostima di ciascun allievo. È un coro di suoni del corpo.

Come nasce il tuo libro Quaderno del pianista «al ballo». Appunti, materiali e idee per una metodologia dell’accompagnamento pianistico alla danza?
Già mentre lavoravo al Teatro alla Scala volevo preparare del materiale che fosse di supporto a chi intraprendeva questa professione. Cominciavo con difficoltà a capire le cose e a desiderare di fermare questa evoluzione. Volevo in un certo senso ‘prendere appunti’ di questa mia crescita professionale. Nel 2018 ho tenuto una masterclass al Conservatorio Tartini di Trieste sulla figura del pianista accompagnatore per la danza e ho dovuto preparare del materiale che fosse adatto a chi non aveva mai visto una lezione di danza. Il mio istinto didattico mi ha fatto tradurre il
mio percorso. Ne è risultato un vero e proprio ‘quaderno’ di taglio fortemente pratico in cui si indaga la relazione tra musica e danza, tra insegnante di danza e pianista, si destrutturano i passi per meglio comprenderne la dinamica e per meglio individuare la musica che deve accompagnarli e si danno indicazioni precise sulle abilità del pianista e suoi suoi strumenti di supporto.

Quanto è importante la capacità d’improvvisazione per un pianista accompagnatore?
È opinione diffusa che un pianista accompagnatore debba saper improvvisare ma anche l’improvvisazione va filtrata e ricercata altrimenti si rischia di fare una cosa che non è richiesta e che spesso manca di gusto. Ci vuole prima una consapevolezza, uno studio lungo e approfondito. Bisogna ripetere, fare memoria, arrangiare e, solamente alla fine, improvvisare. Per improvvisare devi già avere un vocabolario, degli strumenti e costruirti una sorta di repertorio. Solo dopo aver imparato a padroneggiarlo ci puoi giocare.

Che prospettive ci sono secondo te per il pianista accompagnatore nella formazione scolastica?
Secondo me più che immaginare nuove prospettive occorre rivedere le modalità di reclutamento dei pianisti. Ci vuole pratica e consapevolezza di quello che è il lavoro in sala di danza. Infine, va ampliata la capillarità di una formazione ad hoc per il pianista accompagnatore. Questa è spesso polarizzata in pochissime accademie mentre invece dovrebbe essere presente già nei piani di studio dei conservatori. Ci vuole prativa e consapevolezza del lavoro in sala.

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