In dialogo con Rosanna Pasi sul mondo della danza

Dalla crisi “autoreferenziale” della danza alla necessità
di una revisione della formazione coreutica

Testo Roberta Leo

La danza sta attraversando un momento di profonda crisi già da molto tempo. Le conseguenze determinate dall’emergenza Covid 19 ne costituiscono solo la punta dell’iceberg. Le associazioni di categoria hanno sempre cercato di creare un ‘ponte’ e, quindi, un dialogo con le istituzioni e negli anni sono stati raggiunti molto faticosamente ottimi risultati. Nonostante siano presenti ancora molte lacune nell’ambito della formazione di danzatori, docenti e coreografi e la situazione delle scuole di danza private sia oggi ancora molto difficile, si sta portando avanti anche la battaglia
per determinare il profilo, ancora purtroppo sfocato, della figura dell’insegnante di danza.
Le basi di questi lenti cambiamenti sono state costruite anche grazie al concetto di ‘rete’, non solo tra pubblico e privato ma anche tra privati stessi.
Rosanna Pasi, ex docente di lettere, presidente della Federazione Nazionale Associazioni Scuole di Danza (FNASD) e ideatrice del progetto/spettacolo Leggere per ballare, è da anni portavoce e promotrice di questo concetto, cercando costantemente di perseguire l’obiettivo di inserire la danza nella formazione culturale dell’individuo. Pur non appartenendo professionalmente al settore coreutico, la sua è una figura importante nel panorama della danza italiana in quanto capace di coniugare il linguaggio verbale con quello performativo.
Banquo Magazine l’ha incontrata per riflettere con Lei sulle necessità politiche, sociali e culturali di cui necessita oggi l’arte della danza.
“Ci sono momenti, nella vita delle persone, in cui “casualmente” si incontrano situazioni che ti coinvolgono e diventano argomento di riflessione, approfondimento, idee, proposte. Per me la danza è stata una di queste. Mi ha sempre colpito il fatto che la parola ‘Danza’ appartenga poco al vocabolario del mondo della Cultura, nonostante il numero importante di persone che, a vario titolo, se ne occupano. Spetta sicuramente ad alte competenze il compito di spiegare le motivazioni più profonde della crisi che sta attraversando il mondo coreutico. Tuttavia, se si pensa
alla locuzione latina Nomen omen è naturale comprendere che se un nome difficilmente compare nel vocabolario comune, altrettanto difficilmente si potrà condividere un ragionamento.


Questa riflessione porta ad affrontare il ‘sistema’ di cui la danza fa parte e, di conseguenza, l’esigenza di dare un senso compiuto ad un’attività che per qualcuno può diventare una professione mentre per tanti altri è e rimane una formazione preziosa per il proprio sviluppo psico-emotivo. Un altro aspetto importante riguarda la modalità con cui il ‘sistema danza’ interagisce con il mondo della cultura, della comunicazione, dello spettacolo, in altre parole, con l’articolazione della vita delle persone. Tutto questo nel mondo della danza non c’è! E questa mancanza è la causa principale della forte crisi che il settore vive da tempo e che pone tanti interrogativi agli addetti ai lavori.
Come se ne esce? È bene uscire dalla crisi? Chi se ne deve occupare? Quali proposte operative? Come si formano i formatori? Come si forma il pubblico? Che ruolo spetta ai teatri?
La pandemia, che in questi due anni ha colpito duramente il nostro paese, ha fortemente penalizzato tanti settori della nostra vita e non c’è dubbio che anche la cultura e l’arte abbiano molto sofferto. Danzatori, insegnanti e coreografi si sono visti negare la possibilità di esprimersi, sono stati costretti ad instaurare un
rapporto con le moderne metodiche della tecnologia che, ovviamente, annientano quella “corrispondenza” che si attiva in sala di danza, in teatro, con il pubblico.
Questo periodo troppo lungo ha evidenziato come il settore necessiti di trovare interlocutori altri, in grado di aiutarli ad avviare un nuovo percorso capace di superare la sua crisi.

Oltre a questo cambio di prospettiva, ciò che va rivisto per risollevare la danza italiana è sicuramente il sistema della formazione. Una parola che sicuramente appartiene al mondo della danza e che viene abbondantemente usata dagli operatori è la parola ‘arte’.
La danza è senza dubbio un’arte ma ha anche una dimensione didattica che, nel settore, pochi vogliono ammettere.
Difficilmente si diventa uno scrittore o un cantante se prima non si affronta seriamente un corso di studi valido e professionale.
Il mondo della danza ha fatto dell’arte la sua unica ragione di esistere ed è rimasto in questa artistica torre d’avorio sostanzialmente “autoreferenziale”. Le parole dell’étoile Carla Fracci, che ha insistito sul grande
impegno svolto nel corso della sua adolescenza, dovrebbero far riflettere: “ho danzato nei tendoni, nelle chiese, nelle piazze. Volevo che questo mio lavoro non fosse d’elite, relegato nelle scatole d’oro dei teatri d”opera.”

A fronte di un costante impegno si raggiungono importanti risultati. Ciò significa che esiste una grammatica della materia che va conosciuta, provata, praticata. Solo quando, dopo anni di familiarità con essa, questa è diventata patrimonio personale, può diventare arte e la persona che se ne occupa creativa.
Dunque, è arrivato il momento in cui la politica deve attivamente occuparsi della danza per aiutarla a veicolare nel modo più giusto tutto il suo potenziale. Ciò significa entrare in rapporto con procedure che non hanno nulla di artistico, ma piuttosto la rigidità di un altro linguaggio.
Credo che questo passaggio sia necessario se vogliamo cominciare a pensare ad un ‘sistema’ la cui declinazione tocca diversi momenti e diversi ambiti.
La stessa parola ‘danza’ deve entrare nell’universo culturale comune, come attività certamente artistica ma anche sociale.

La legge 175 del 2017 deve fare il suo debutto: i decreti attuativi devono rendere riconoscibili le potenzialità di un segmento importante della vita di tutti. Il punto di partenza di un impegno politico importante, che vuole riordinare razionalmente il settore, ha un unico punto di partenza: le scuole di danza.
Il segretario generale di un comune della mia regione, per rispondere, anni fa, al suo sindaco appena eletto che gli chiedeva di aprire una scuola di danza comunale, mi raggiunse telefonicamente chiedendomi in quale segmento formativo sono inserite le scuole di danza. Quando io gli risposi che le scuole di danza non sono inserite in nessun segmento formativo, il segretario generale mi chiese perché si chiamassero “scuole”?
La telefonata entrò nel vivo di una questione che per anni la politica, con le sue procedure, ha sempre ignorato. Ciò ha portato alla diffusione nel Paese di migliaia di scuole di danza nate senza regolamentazione e senza alcun controllo sul curriculum formativo necessario per esercitare tali attività professionali.
L’insegnante di danza deve essere riconosciuto come tale. L’insegnante di danza svolge un lavoro che attiene al benessere psico-fisico di tante persone, soprattutto di giovani e giovanissimi. Ma la cosa su cui focalizzare l’attenzione è che l’insegnante di danza deve essere in stretto contatto con un altro settore frequentato dai giovani e giovanissimi: il mondo della scuola statale e paritaria. In tal modo l’insegnante di danza sarà in grado di capire prima e meglio dei docenti della scuola, il bambino/a che ha di fronte. Perché il corpo “parla” ma lo fa quando la sua grammatica è conosciuta.

Gli insegnanti dei due tipi di scuole devono poter lavorare, pur con didattiche differenti, ad un unico obiettivo: favorire la crescita, con tutti gli aggettivi possibili, dei giovani. Un obiettivo importante che concretamente dà valore al concetto di Comunità Educante. È questo un cambio di prospettiva che i nostri giovani, ai quali l’isolamento provocato dalla pandemia ha tolto moltissimo, meritano assolutamente. È un cammino lungo e difficile, ma necessario. E mi piace dire che la Regione Emilia Romagna sta cercando di dare il suo contributo. Il 7 giugno sarà una giornata storica per la danza: si aprirà un confronto (tavolo) che fino ad ora non era mai stato fatto.
Questo è il primo gradino di cui si dovrà occupare il legislatore, rompendo quel vaso di Pandora dove la danza è sempre stata. Un vaso che deve rompersi per chiarire a tutti che l’attività formativa della danza, a cominciare appunto dalle scuole di danza, è parte importante della formazione della persona, è un altro linguaggio della formazione che deve trovare una sua codificazione”.

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