Sulla scena contemporanea tra dolore, paura e verità

Uno sguardo sugli spettacoli “Angelus Domini” di Francesco Maria Siani e “Non Eroga Metano” di Andrea Giovalè

La drammaturgia contemporanea è in continuo fermento, ci sorprende con testi che sembrano cogliere lo spirito del presente, di leggerlo, con i suoi dubbi, dolori, i pensieri che lo accompagnano.

A distanza di pochi giorni, sono rimasta colpita da due spettacoli, molto diversi tra loro, per stile e regia, ma accomunati da una forte sensibilità attoriale e autoriale, capace di parlare al cuore degli spettatori: “Angelus Domini” di Francesco Maria Siani, andato in scena al Teatrosophia di Roma e “Non Eroga Metano” di Andrea Giovalè.

Due lavori in cui domina in un certo senso un “dolore”, una sofferenza, un forte bisogno di amore e di verità.

In “Angelus Domini”, su una scena candida, avvolta nel bianco, come in una sorta di limbo, la protagonista Adelina si fa portavoce di uno strazio devastante, lo urla con lo sguardo, il corpo, talvolta il silenzio. È un’anima persa, una madre che non riesce ad accettare la prematura perdita del suo bambino, del suo Angelo salvatore, contro natura, contro ogni logica.

Intesse in flusso di coscienza, un dialogo su più livelli con la madre, con Dio, con suo figlio. Emergono tristi verità, tragici destini, sofferenze inaudite, le perplessità nei confronti di una religione, di un credo che dovrebbe proteggere, confortare, aiutare, di un destino crudele che spesso ci lascia in balia di un mare pieno di squali dai quali, talvolta, non ci si sa difendere e si viene fagocitati. Chi ci protegge? Adelina è una marionetta nelle mani del Signore, assetata di amore  e mossa da un’amore immenso… che purtroppo la distrugge.  Allora l’unica  giustizia resta la morte, fin quanto durerà questa violenza, fin quando non ci sarà più tempo.

Carla Avarista con estrema delicatezza riesce a far vibrare gli stati d’animo della protagonista, a trascinare l’altro all’interno della sua storia, dei suoi stati d’animo, trasformandoli in una preghiera laica, una messa solenne che ci riempie di luce, nonostante le nefandezze dell’esistenza. Genera commozione, spinge ognuno a riflettere sulle proprie perdite, la propria fede, quella ricerca della verità che potrebbe portare giustizia, pace, o più semplicemente la fine di ogni tormento, ogni paura.

La paura, di crescere principalmente, e di affacciarsi in questo oceano di squali è anche il fulcro di “Non eroga metano”, in cui i tre giovani protagonisti, in una sorta di gioco di ruoli, tirano fuori tutto il disagio di una generazione, incapace di riuscire a vedere un proprio futuro, pur sognandolo. Non sono in grado di dire la verità spesso, di guardarla in faccia, di rivelarla a se stessi e agli altri. Incapaci di crescere, perché senza strumenti concreti, fragili con addosso una corazza di cristallo.

Momenti di ironia, stupore, rabbia cesellano l’stantanea di una società, di un momento storico-sociale, grazie a una scrittura lineare, particolare, che arriva dritta al punto, proprio come la regia essenziale, quasi scarna, fatta essenzialmente di gesti, mimica e interpretazione. Fondamentale per la riuscita dello spettacolo, infatti, è la resa dei tre interpreti Sara Mafodda, Michele Eburnea, Mersila Sokoli, pronti a portare in scena se stessi ( i personaggi hanno i loro stessi nomi), a diventare altri e altro, in un continuo vortice di dramma, conflitto, ironia, dolcezza, ingenuità. Pronti a lasciarsi andare al ritmo del gioco teatrale, a coinvolgere nelle loro relazioni, nei loro sogni e nel loro passato di bambini, ancora paurosi di crescere e alzare lo sguardo verso il futuro.

La scena contemporanea ci osserva e ci parla, basta solo saperla ascoltare.

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