Davide Valrosso è in scena al Festival T*danse tra biografia e autobiografia del corpo

Corpo, luogo e spazio sono gli elementi fondamentali di ogni composizione coreografica, ma talvolta lo diventano anche la distruzione iconoclasta delle forme o, ancora, un sapere nuovo del proprio corpo, intimo e consapevole, quasi mitologico. Tra questi antipodi si articola e snoda il lavoro di Davide Valrosso, artista presente il 4 e il 5 maggio alla sesta edizione di T*danse – Danse et Technologie, Festival Internazionale della Nuova Danza di Aosta diretto da Marco Chenevier e Francesca Fini. Valrosso il 4 maggio alle 14.00 condurrà all’interno della Sala Specchi “Geografia di un corpo”, una masterclass che porterà i partecipanti a prendere consapevolezza di una danza propria e intuitiva, originata da tecniche differenti. Il 5 maggio alle 20.00 andrà in scena “Biografia di un corpo”, una creazione in cui il sapere del corpo prenderà vita attraverso un nudo maschile che reca in sé tracce autobiografiche incessantemente in movimento. Abbiamo incontrato Valrosso e Chenevier per comprendere meglio il nucleo del lavoro coreografico e come esso viene inglobato nelle “tracce danzate” del Festival aostano.

Davide, il prossimo 4 e 5 maggio nell’ambito del festival T*Danse terrai la masterclass Geografia di un corpo e presenterai in prima regionale Biografia di un corpo, due lavori che connettono mente e corpo, luoghi e spazi. Qual è il fil rouge che li connette?

L’idea di questo laboratorio è nata nello stesso periodo in cui è stato costruito lo spettacolo, che ha quattro anni. È uno spettacolo “datato”, nella misura in cui vengono consumati gli spettacoli oggi, in questo senso è come se facesse parte del mio repertorio. Sicuramente la connessione tra i due lavori sta nell’elemento del corpo come strumento che contiene il sé ma anche in una forma biografica non solo individuale. Corpo, luogo e spazio sono abbastanza connesse come parole. Sono elementi che sono imprescindibili in qualsiasi tipologia di lavoro, soprattutto legato alla danza. La suddivisione tra questi tre elementi è un concetto molto “occidentale”, che non appartiene alla mia politica di pensiero artistico. La dimensione di connessione tra questi elementi in questo lavoro specifico si amplia, diventando il soggetto principale, l’elemento principale di tutto il lavoro.

Marco Chenevier, in che modo il lavoro di Davide Valrosso si inserisce nel contesto di T*Danse e, in generale, sposa lo “spirito” del Festival che da sempre si distingue nel panorama contemporaneo per la sua multidisciplinarietà?

La scelta del lavoro di Davide è stata fatta in relazione alla proposta: Davide compie una esplorazione del corpo estremamente aformale in questo lavoro, lui che poi in realtà possiede un background anche formale e tecnico. Qui però presenta il suo corpo quasi come documento biografico e autobiografico, e lo fa attraverso una nudità integrale maschile, che poi non è una cosa così semplice da proporre, per tutte le convenzioni che ci sono. Quindi sotto tanti punti di vista quello di “Biografia di un corpo” è un modo iconoclasta di presentare il corpo, e però estremamente elegante, che dà una sfaccettatura interessante alla danza e alle varie forme che la danza contemporanea può avere. È un corpo maschile che non è in una forma ma che si presenta come documento, ed è in una serata che fa del corpo contemporaneo, quello di Irene Russolillo, uno strumento per fare una incursione dentro a dei documenti. Il lavoro di Irene Russolillo, “Dov’è più profondo”, in prima assoluta, avviene all’interno di archivi e indagini sul patrimonio immateriale della cultura walser. Si tratta in entrambi i casi di una relazione tra corpo e documento, declinata in due maniere diverse.

Davide, torniamo a te. In Biografia di un corpo è presente un nudo maschile integrale. Si tratta di una scelta che di certo non scandalizza ma che valore assume all’interno del tuo lavoro?

In realtà non credo che sia una scelta così scontata nei tempi in cui il nudo femminile è molto più sdoganato del nudo maschile. Non è poi così semplice. D’altra parte avevo davvero la necessità di ridurre all’essenziale quello che stavo facendo, di affidarmi a una esposizione completa del mio corpo, che è stata anche una sfida personale. Ho pensato di adoperare stratagemmi per non scegliere il nudo integrale, ma il lavoro doveva essere fatto davvero con pochissimi elementi minimali, che anche nel costume dovevano mantenere un’essenzialità, e quindi, sostanzialmente, non averlo.

Nel 2021 nasce NINA. Di che si tratta?

NINA nasce nel periodo più difficile possibile, cioè nella pandemia, e, a seguire, un anno ancora più difficile, dal momento che i decreti ministeriali rendono veramente ardua la nascita di attività come NINA. La compagnia nasce dalla volontà di emanciparmi e di proseguire il mio percorso da tutor di giovanissimi danzatori, e iniziare con loro una strada quasi da fratello maggiore che possa seguirli a 360 gradi.

La danza ormai penetra sempre più spesso in vari contesti di formazione e tu hai collaborato con enti e istituzioni accademici quali l’Accademia sull’Arte e sul Gesto di Firenze, l’Università di Pisa e La Sapienza di Roma. Come sei riuscito a mettere in relazione la tua esperienza artistica con quella di formatore attraverso la danza?

Non c’è una distinzione così radicale. Non potrei essere un bravo autore se non fossi in grado di trasmettere e condividere processi sia teorici che pratici sul corpo, sulla composizione e sulla creazione. Le cose non sono così “suddivise”. Cambiano nella misura, nel senso che se sono in sala la misura di ciò che è pratico è maggiore rispetto a ciò che teorico, ma l’elemento teorico è sempre presente; quando sono magari in altri tipi di contesti aumenta l’aspetto teorico e diminuisce quello pratico, ma non è detto che quello pratico non sia presente.

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