Veronica Simeoni: una, nessuna, centomila Carmen

intervista di E. Metalli

Dal 15 luglio al 4 agosto sarà protagonista del capolavoro di Bizet nell’allestimento ideato da Valentina Carrasco per la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma alle Terme di Caracalla.

Veronica Simeoni ha affrontato nella sua carriera numerose volte il ruolo della zingara fatale, in spettacoli più spesso lontani dalla tradizione, anche grazie alla sua duttilità scenica e a una estrema sensibilità interpretativa che la contraddistingue. In questa occasione, riflette anche sugli stereotipi di un ruolo che ha urgenza di essere immaginato di nuovo, ripensato, ridelineato. In un mondo in trasformazione continua e rapida, il concetto di sensualità si plasma sulla fluidità di genere, l’ideale di bellezza si scontra con l’esigenza di una necessaria libertà del corpo e delle sue forme, la violenza di questo amore fatale urta con il tema del femminicidio e della salvaguardia della persona come singolo individuo.

G. Bizet, Carmen – Terme di Caracalla – © Yasuko Kageyama

Il nostro incontro nel Parco degli Aranci, sullo sfondo di un caldo e profumato tramonto romano, è stata l’occasione perfetta per un confronto su questi e molti altri temi non solo operistici: una riflessione sul rapporto fra interprete, ruolo e tutto ciò che ruota attorno a questi due poli.

Tu sei stata protagonista al debutto di questa produzione di Valentina Carrasco, quando la reazione dell’Ambasciatore messicano alla Prima lasciò tutti perplessi, e poi anche per la registrazione Rai, attualmente disponibile su Raiplay. A distanza di tempo ritorni a Caracalla con questa stessa Carmen: cosa è cambiato per te?

Mi ricordo il debutto benissimo, nel 2017: eravamo tutti molto agitati perché fino all’ultimo c’erano cambi da provare e alcune scene erano molto movimentate e complesse. C’è un momento in cui devo lottare nel fango con Manuelita e poco dopo esco direttamente per l’inizio del secondo atto in cui canto la Chanson bohème … ogni sera tremavo, perché in pochi minuti dovevo tornare pulita e perfetta. Da lì è cambiato molto. Intanto sono passati cinque anni e mi sento più vecchia. Strano a dirsi, perché pensiamo che in questa nostra realtà oggi non sia più un problema, invece lo è più di quanto non si creda, soprattutto per noi donne e in questo lavoro. Non parlo di un cattivo rapporto per Veronica, come persona, ma per le possibilità come artista. E questi i cambiamenti sul fronte privato. Nel mondo, abbiamo affrontato una pandemia… che ancora non sembra finita. Certo, dopo tanti spettacoli in streaming – alcuni anche splendidi come questa Carmen – ora però si torna in palco ed è una sensazione meravigliosa! Ancora di più in questa cornice unica che è Caracalla.

Fra Caracalla e Macerata, stessa opera, due registe donne (cosa rara): ci sono punti in comune o dissonanze?

Avere due registe è stato un caso, ma un caso che ha arricchito senza dubbio la mia visione del personaggio. Affrontare la “bestia” di Carmen non è cosa facile, e la prospettiva registica maschile e femminile cambia totalmente il personaggio. Senza nulla togliere ai registi uomini, direi che la visione femminile è più completa, più sfaccettata, più complessa. Una donna è un mondo più articolato e in più un archetipo come Carmen è un universo, compreso di materia e antimateria. Entrambe le registe con cui ho lavorato su questo ruolo, sia Valentina Carrasco sia Serena Sinigaglia, hanno puntato a smontare il facile concetto di oggetto sessuale, di femme fatale, rendendo Carmen più vera, più libera dal maschilismo che la circonda e, spesso, la opprime.

Hai affrontato il ruolo di Carmen molte, moltissime volte, quasi il più interpretato della tua carriera. Come è cambiato il personaggio? Come è cambiata Veronica?

Direi che il personaggio di Carmen si è evoluto insieme a Veronica e viceversa. Lei ha cambiato molto di me: per impersonare Carmen a Macerata, nel 2012, mi sottoposi a una dieta ferrea e persi venti chili. Avevo fatto un’audizione per Carmen proprio a Macerata, pochi anni prima, ed ero stata scartata per il mio fisico, infatti. Così in quella nuova occasione, avevo deciso che se mi avessero criticato non doveva essere più per il fisico, che per un ruolo così è la prima cosa che si guarda, oltre ai capelli ricci, neri e lunghi: ovviamente io li ho corti e lisci, spesso colorati! In certe occasioni, e cioè nelle audizioni, pare che la magia del trucco teatrale sfugga a direttori artistici e registi.

Ovviamente il dimagrimento ha aggiunto anche un altro tipo di sicurezza personale, una presa di coscienza diversa della mia femminilità e della mia capacità seduttiva, e di queste caratteristiche mi sono servita nell’affrontare il personaggio, o forse è stato il personaggio a servirsene, non saprei…

Carmen, però, è per antonomasia il prototipo della donna sensuale, da cui ci si aspetta una determinata fisicità. Come sono cambiati i tuoi rapporti con questo aspetto, con il corpo e il suo linguaggio rispetto al personaggio?

I rapporti con la fisicità di Carmen vanno di pari passo con la mia. Come andrebbero di pari passo per ogni persona che ogni mattina si trova a fare i conti con il proprio aspetto davanti allo specchio o alla scelta di un vestito, per esempio, che deve adattarsi al corpo e all’idea che di quel corpo ha di noi la società. Questo concetto è delicato: cerchiamo la libertà di espressione, ma in un modo o nel’altro siamo sempre condizionati. Come dice Meryl Streep nel Diavolo veste Prada. Noi crediamo di fare delle scelte indipendenti, ma in qualche modo siamo stati instradati. Lo stesso avviene per il ruolo di Carmen. La tradizione pesa e liberarsi da certi stereotipi non è semplice. Soprattutto condividere un’idea nuova su questo personaggio non è semplice. Carmen sembra doversi sentire sempre sensuale e attraente, ma altrettanto spesso Veronica nel ruolo non ci si è sentita, a volte per limiti di autostima, altre purtroppo per le idee di costumisti o registi…

Per questo ruolo più che per qualunque altro, c’è bisogno di una sintonia in questo senso. I costumi vanno veramente ideati sulla protagonista, devono farla sentire a suo agio e bellissima. In questa fase si guadagna già il cinquanta per cento del personaggio. Ma sensualità, bellezza e benessere personale spesso non coincidono. Vale per Carmen, come per Veronica. È un equilibrio difficile.

Corpi, misure, abiti di scena: un tempo le cantanti d’opera si accettavano curvy, oggi c’è molta pressione sul fronte del fisico. Esiste il body shaming in ambito operistico? Ti è mai capitato di sentirti messa in discussione per questo?

Assolutamente sì. Spesso. Anche in maniera inopportuna, perché pur essendo curvy, non ho mai avuto un fisico limitante dal punto di vista scenico. Ho sempre eseguito agilmente tutte le indicazioni registiche. Certo, alcune volte un abito adatto a una collega, può non essere perfetto per me. Una volta le cantanti avevano i propri abiti di scena, poi i grandi costumisti – penso a Tosi –creavano opere magnifiche per un’interprete specifica, oggi… è tutto cambiato. A volte ci si trova in sintonia, altre no! Quando Pizzi mi scartò a Macerata, come ho detto, fu proprio per il fisico: troppo abbondante per la sua idea di Carmen. Per fortuna Serena Sinigaglia accettò la scommessa, invece. Nel mezzo, come ho detto, dieta ferrea e meno venti chili. Ma non basta. Più o meno nello stesso periodo una direttrice artistica di Zurigo per concedermi alcuni ruoli mi chiese di dimagrire urgentemente, altrimenti non sarei piaciuta ai registi che lavoravano lì. Si tratta di un ideale di perfezione fisica che non ha nulla a che vedere con le capacità tecniche e artistiche, eppure che impedisce di raggiungere alcune tappe importanti. Io sono riuscita a dimagrire, ma oggi mi rendo conto della violenza psicologica subita e costantemente reiterata. Fu, in più, una feroce umiliazione, perché non era un uomo a impormi una trasformazione, ma una donna. Dimagrii e ottenni i ruoli, ma i rapporti con la signora De Lindt non furono mai simpatici.

Abito vs Carmen: dalla tradizione alla modernità qual è l’abito (o gli abiti di ogni singola scena) più adatto per Carmen?

Non ci sono abiti adatti a Carmen, a prescindere dall’interprete. Esiste solo l’abito che sta bene alla protagonista e di conseguenza a Carmen. È un connubio e una aderenza al personaggio che va rispettata solo in questo modo. Se quello che viene indossato dalla protagonista la fa sentire adatta, nella parte, di conseguenza vengono esaltate tutte le caratteristiche del ruolo e il gioco è fatto.

C’è chi considera Carmen una vittima, chi un carnefice. Tu che ne dici?

Carmen è indubbiamente vittima per molte ragioni. Vittima del fato in primo luogo, come nell’aria delle carte. Poi lo è della società maschilista che la circonda, della violenza, di genere e non, e della gelosia che subisce. Lei resta uno spirito fatto di libertà, una creatura senza bene o male, è la società che la etichetta come elemento di corruzione del giovane per bene, ma in verità Carmen è semplicemente se stessa.

Quando sceglie Escamillo, fuggendo dal rapporto con Don José, proprio allora resta vittima di una violenza, quella vera di un mondo che, in fondo, la vuole schiava del suo ruolo e non donna capace di vivere liberamente la propria vita. Per questo, oggi, è identificata anche come simbolo del femminicidio: uccisa dal suo ex compagno solo perché non lo amava più. Un tema di cui non si parla mai abbastanza!

La sua morte, come quella di Turiddu in Cavalleria Rusticana, ristabilisce in fondo un ordine sociale. Eppure in una produzione in particolare, in cui hai partecipato, Carmen non muore… fino a che punto si può spingere una regia senza snaturare una creazione artistica che ha le sue caratteristiche storiche e culturali legate all’epoca della sua composizione?

Io ho rappresentato due Carmen dove la protagonista non moriva, una a Bologna e una a Firenze. In entrambe le produzioni è stata fortemente contestata la modifica al finale. Personalmente ho abbracciato il progetto di Firenze perché in quell’occasione la produzione puntava verso un messaggio femminista, di ribellione all’uomo violento (e la violenza sulle donne era evidente fin dall’apertura del sipario), perciò non mi sembrava uno stravolgimento fine a se stesso. Ma è chiaro che se si vuole manipolare e modificare una trama, un libretto, un finale, ci vogliono delle buonissime motivazioni. Raramente i registi possono riuscire meglio dell’autore originale. Nessun compositore moderno si sognerebbe di cambiare note alla Traviata, o sbaglio? Ovviamente viviamo in un mondo pieno di provocazioni, anche registiche: se servono a far riflettere, ben vengano, se non servono a nulla, sarebbe meglio lasciare i capolavori dove stanno e creare nuove opere.

La seduzione di Carmen prescinde dal genere di chi è sedotto, secondo te?

Certamente. La seduzione, soprattutto oggi, non può essere vincolata al genere. Sedurre vuol direconquistare: un’alchimia che coinvolge i sensi e la mente, solo all’ultimo la sessualità. Io credo che Carmen, esattamente come Veronica, non possa limitarsi alla seduzione solo degli uomini. Un tempo forse sì – anche se non ci scommetterei – ma oggi sarebbe quasi un’espressione di bigottismo e questo proprio non mi appartiene. La sensualità travalica l’oggetto del desiderio. Io mi sono sempre innamorata della persona e non del genere e questo però non mi impedisce di esprimere i sentimenti e le arti seduttive di Carmen o di altri personaggi. Il mezzo è la.seduzione, ma l’oggetto può cambiare a seconda delle esigenze sceniche in teatro e delle preferenze nella vita. Questo per un professionista non è mai un limite, semmai è una ricchezza. Nell’opera Escamillo dichiara spavaldo a Don José che gli amori di Carmen non durano più di 6 mesi, ma non specifica il sesso degli amanti!

C’è differenza fra seduzione in scena e nella vita?

La seduzione in scena è veicolata dai personaggi e dalla trama, nella vita è tutto diverso. Intanto è reale, cambia mentre la vivi, in relazione alla reazione dell’altro, forse anche più incontenibile, sorprendente… nella scena, invece, vai sul sicuro: è guidata e manovrata da un copione o dalla musica, nella vita è libera.

Abbiamo dato molto peso agli aspetti della scena, ma questa è anche un’opera… quanto conta l’aspetto musicale?

È fondamentale. È il motore di tutto! Carmen è una delle opere più dense, in termini musicali, perché ci sono molti aspetti della protagonista che si declinano nella musica. Basterebbe pensare alla diversità delle sue arie: credo di non essere l’unica a pensarla così. Ci sono pagine di incomparabile bellezza, altre di una forza estrema e incontenibile. Sì, la musica è il vero motore. Non solo in quest’opera, naturalmente. Nella musica sono delineati tratti caratteriali del personaggio. Carmen è caratterizzata dal cromatismo che delinea un andamento più sensuale e insinuante. Don José ha una scrittura più impetuosa con salti ampi e arditi, che denotano un carattere più rabbioso, violento. Escamillo ha invece sempre intervalli regolari, melodie per gradi congiunti, più nobili e rassicuranti. La musica guida il dramma perché nelle note, nell’orchestra e nelle armonie c’è già tutto il necessario. A volte non serve aggiungere altri significati, basterebbe leggere correttamente quanto scritto da Bizet.

Quale delle tue Carmen resta più impressa nella tua mente?

Tutte, nessuna e quelle che devo ancora fare…

Come ti immagini questa stessa opera fra cento anni?

Mi auguro… che ci sia ancora l’opera tra cento anni! Lo spettacolo cambia, il pubblico cambia… non saprei se l’opera sarà in grado, fra cento anni, di continuare a resistere e ad adattarsi alle necessità della società. Spero di sì, perché è un grande compendio di storia dell’umanità che non dovrebbe andare perduta.

1 Commento

  1. Che Veronica Simeoni dia oltre che un’eccellente cantante, una bella musicista mi pare fuori di dubbio. Basti pensate al suo Mahler e alle altre splendide incursioni nel repertorio francese (per tutti LES TROYENS). Ci sono tante opere che Veronica con la sua splendida musicalità ci può regalare.

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