Così per sempre, il prodigio gotico di Chiara Valerio

 

di Simone Carella

In 4 tempi della disegnatrice Bernadette Gervais (edizioni Ippocampo) illustra per immagini il cambiamento delle cose nello scorrere del tempo, che i bambini imparano a visualizzare a gruppi di quattro tavole per pagina. Così ecco la nascita di un fiore e di un pulcino, l’avvicendarsi delle stagioni, le metamorfosi di una farfalla. 

Il tempo per i bambini è inesistente, ma lavora alacre su di loro: cadono cordoni ombelicali, spuntano dentini, gli occhi acquistano colore, crescono i capelli. Poi i dentini cadono, le gambe si allungano, i muscoli si irrobustiscono e i giocattoli vanno in cantina. Tutto avviene nella più totale inconsapevolezza.

Quando nella vita di un bimbo fa capolino il concetto di morte, il tempo improvvisamente si materializza e appare fin da subito a scadenza, dunque legato alla fine e non più all’inizio. Per  questo – forse – noi mortali non abbiamo né mai avremo un bel rapporto con la cronologia lineare. 

Così per sempre di Chiara Valerio fa un po’ la stessa cosa di un libro illustrato, solo che si rivolge agli adulti già fiaccati dalla mortalità per rovesciarne le prospettive. Il tempo nostro, finito, rapportato al tempo di Dracula e degli “inestinti”, di chi ha a disposizione l’eterno e deve prendere le misure alla fine di tutto tranne che di se stesso, ha un sapore nuovo. Valerio lo svela poco alla volta, ne seziona gli aromi con la stessa grana vivida delle tavole illustrate di Bernadette Gervais: un viaggio dentro a una realtà aumentata, pixelata dalle parole e incendiata dai saperi. 

La scrittura di Valerio è il vero motore che rende possibile il miracolo di sentire il tempo che ci scorre attorno e addosso, avanti e indietro nei secoli, senza più timore che finisca. Ed è una bella sensazione: noi lettori ridiventiamo bambini, riscopriamo la meraviglia e come prendere le misure alla mortalità. Tra un’apparente digressione, svariate sotto-trame e incursioni nei mondi passati della filosofia, della matematica e della scienza, la bocca ci si spalanca rapita dalla perfezione della prosa come di fronte al nostro primo cartone animato. Sentiamo che quella scrittura sensoriale, a volte fluviale, sempre ricchissima di corpi, colori e di suoni e scorci di strade e animali è il nostro antidoto contro la fine delle cose. Qualunque fine, di qualsivoglia natura. 

Il Conte Dracula è in realtà sopravvissuto e si è trasferito a Roma, largo di Torre Argentina, dove esercita la professione di anatomopatologo al Fatebenefratelli col nome di Giacomo Koch. Vive insieme al gatto Zibetto e al fidato Ion Tzara, non caccia più, non morde più: si ciba di sangue umano ma solo di cadaveri appena trapassati. Mina sta a Venezia, con l’arcigna tuttofare Luisa (ih-ih). I due non si parlano da settant’anni e covano rancori reciproci, vendette consumabili solo per mezzo di altri esseri umani i cui destini sono branditi come armi. Lo scontro finale è alle porte. 

In una recensione bisognerebbe partire dalla trama, ma è bene chiarire che la trama non è il punto dirimente di una discussione su questo romanzo. Perché ogni pagina è anche qualcos’altro, sempre qualcos’altro: apre e richiude cassetti mentali da cui escono vecchi indumenti, e soprattutto nuove possibili concezioni del mondo.

Così per sempre è un universo nuovo, complesso, labirintico, ma continuamente domato dalla scrittura di Valerio che esplode sulla pagina e arriva ovunque vuole arrivare. Ovunque. Perfino a farci capire che la morte e l’eterno magari si assomigliano, che “ogni essere mortale vive tutta l’avventura umana”. E che in fondo i vampiri sono dolenti, stanchi e bisognosi di attenzioni come noi. Forse di più.

A che serve vivere per sempre se poi i giorni felici sono comunque cinque o sei? Non le si addiceva la malinconia, perciò era tornata a Così per sempre e aveva aspettato che qualcuno entrasse per godersi almeno un po’ l’emozione di chi ancora pensava che con l’eternità cambiasse tutto. Invece non cambiava niente. Certo si volava, e qualche altra cosa.

La verità è che un romanzo come Così per sempre non l’ha mai scritto nessuno. Perché da una parte ci sono saggi e dall’altra ci sono romanzi, di qua ci sono le teorie filosofico-scientifiche e di là pratiche di narrazione più o meno stantie. La capacità di dosare con un bilancino l’esatta combinazione di sapere e sentire è il miracolo di questo libro, la formula vincente che fa urlare al prodigio. Al monstrum.  

Un’opera sul tempo ma a-temporale, dicevamo. Non ascrivibile ai nostri anni. Forse piuttosto al 2322, o – perché no – al 1722. Fin dall’incipit (Un essere umano pesa circa due chili e mezzo di cenere. Per sapere il resto ci vuole molto tempo), ci rendiamo conto di essere alle prese con qualcosa di diverso dalla narrativa odierna, di tentacolare e sensoriale, di totalmente rivoluzionario e antico allo stesso tempo. La scrittura di Valerio affonda i canini con tutta la sua potenza nel corpo impalpabile della storia dell’uomo e noi lettori ne godiamo, perché se il tempo non è una retta ma una spirale, allora è nel cerchio disegnato da questo romanzo che deve celarsi un’ipotesi di perfezione.

Poi però questa sofisticata intarsiatura ha bisogno di un’amalgama. E l’amalgama è la poesia, la struggente declinazione della parola che dalle mani e dalla testa brulicante di Valerio approda sulla pagina per solleticare la schiena ai nostri fantasmi passati. L’esito sono stregonerie letterarie che ci consentono di sbirciare da un portale spazio-temporale per intravedere il profilo dei nostri avi, delle viuzze da loro percorse in giro per il mondo e molto prima che nascessimo. Per un attimo vediamo attraverso i secoli, attraverso i corpi e con gli occhi di chi abbiamo amato. Interloquiamo con Carl Jung, Leibniz, Charles Tellier, Cartesio, Schrödinger. Siamo vampiri, sì, ma non smettiamo di struggerci. E il punto è proprio questo: il tempo umano è il tempo di chi incontriamo. Dipendiamo dagli altri, come Giacomo Koch dipende dal loro sangue. E gli altri, prima o poi, se ne vanno.

Anzi, sorge il dubbio che “avere tutto il tempo significhi rinunciare a tutta l’anima, rinunciare”.

Il sentimento di vivere nel tempo e nello stesso tempo, la sensazione che esso passi per noi e qualche altro allo stesso modo, la rarità di questo sentimento, non rappresentano forse la più grande vicinanza cui i viventi possano aspirare?

Chiara Valerio in una foto scattata dal Corriere Veneto, 2022

Ho letto Così per sempre nell’arco di un mese, solo all’alba e sorseggiando caffè. Una mattina, a pagina 239, l’occhio mi è caduto sulla tazza fumante. Aveva motivi orientaleggianti, un manico a spirale e quel che mi è successo è stato di interrompere la lettura e immaginare la storia di questa ceramica made in Japan, il momento esatto in cui è stata scolpita, e poi quando ha viaggiato (su una nave? E c’era tempesta?). Accade così di affinare il raggio di osservazione degli oggetti, delle nostre estensioni corporee, di dilatare al microscopio i reticoli temporali di tutti i nostri accadimenti. Un po’ come se fossimo vampiri e avessimo a disposizione l’eternità di Giacomo Koch, Zibetto, di Mina Murray e di Ion Tzara.

Noi però siamo Agnese, l’amante mortale di Mina. Noi scriviamo lettere d’amore su carta velina azzurra, struggenti e un po’ risentite. Siamo vittime della memoria e allora ci struggiamo per amore, ci insacchiamo nella morsa a tenaglia della nostalgia e del timore di futuro.

Così per sempre aiuta a capire che eternità è solo una parola, che anche morte e fine lo sono. Possiamo anche rovesciare i nostri anni uno addosso all’altro, shakerare il bianco e nero degli album di famiglia, il giallo paglierino delle cartoline ai nostri compagni di scuola, l’arancio sbiadito dei super8, ma alla fine quel che resta sono le storie. E le storie “continuano, anche se chi ha cominciato a raccontarle non c’è più”. 

1 Commento

  1. Aspettavo la tua recensione, perche’ ho iniziato il libro e a meta’ lettura ho sospeso, in attesa di un tempo che mi consentisse di ripartire, come in una camminata impegnativa ma stimolante. Ora e’ arrivato lo sprint giusto! Grazie

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