Ginevra Nervi: Un viaggio tribale nel disordine delle apparenze

Foto di Marta Marinotti

Poter essere in grado, oggi, di definire il termine “sperimentazione” non è roba da poco e soprattuto da tutti. L’arte, la capacità di stravolgere regole e di crearne nuove; immaginare, costruire, distruggere e ricreare, tutti meriti che oggi voglio attribuire a Ginevra Nervi per mostrarla ai lettori di Banquo.

Classe 1994, Ginevra Nervi nasce a Genova ed è una compositrice, cantautrice e producer di musica elettronica.

Prima di parlare della sua ultima uscita discografica,  vorrei ricordare alcuni dei suoi lavori e riconoscimenti ricevuti. Credo fortemente nella sua capacità comunicativa e, dopo essermi documentato un po’ su di lei, ho scoperto collaborazioni in colonne sonore per film come Fuoco Sacro o L’ultimo Piano e serie tv Netflix Original, Amazon Prime Video, Rai e Mediaset come compositrice di brani originali (L’ispettore Coliandro, Curon, Skam 4 ecc.)

Da musicista, la cosa che più mi ha colpito al primo ascolto è stata la cura di ogni singola traccia vocale che, raggiungendo un risultato incantevole, è riuscita ad intrecciarsi al meglio con le altre. La sapiente attenzione per ogni suono, seguita da fasi di post-produzione accurate, ha fatto sì che si potessero creare dinamiche inaspettate in me attraverso un gioco di sensazioni, a volte disturbate altre più distese. Mi sono piacevolmente “perso” durante tutto l’ascolto!

Come da titolo, ho voluto definire e concretizzare “The disorder of appearances” di Ginevra Nervi come un viaggio tribale. 

Perchè tribale?

Più ci penso e più non lo so, è stata la prima impressione ricevuta. Probabilmente le atmosfere, il sound, la sua voce a volte dritta in faccia, altre quasi come una musa che in lontananza ti vuole dire qualcosa, qualcosa che non sai. Una vera e proprio esperienza immersiva degna di un’artista che, tra le altre cose (ricordiamolo!), ha scritto, arrangiato, prodotto, eseguito e mixato questo disco da sè. Il brano Zero (feat. Iosonouncane), invece, è stato scritto, arrangiato ed eseguito con  Jacopo Incani.

Ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Ginevra e le voglio condividere con voi. Buona lettura!

Foto di Marta Marinotti

Ciao Ginevra, come stai? 

Ciao! Sto decisamente bene. Mi trovo a Corigliano d’Otranto per una residenza artistica al Castello di Corigliano di cui sono direttrice artistica. Un progetto curato da SEI Festival.

Sei una delle artiste più giovani a fare musica elettronica. Com’è nata questa tua passione e come hai scoperto la tua vocazione per la musica?

Da molto piccola, ho iniziato a scrivere le primissime canzoni a 12 anni circa con la chitarra acustica. Poi a 16 anni ho iniziato a scrivere musica costruendo piano piano anche il mio home studio in cameretta, come hanno fatto tanti. Da quel momento mi sono avvicinata all’elettronica credo. Ho iniziato ad esplorare il mondo del digitale ma soprattutto mi divertivo a creare suoni nuovi massacrando le registrazioni di strumenti tradizionali che nel frattempo avevo iniziato a suonare, chitarra elettrica, basso, tastiere… Voce. 

Tornando alla domanda di prima, credi sia giusto oggi parlare di musica elettronica? Nella tua visione, esistono generi musicali o viviamo in un periodo storico che ha superato questa cosa?

Secondo me abbiamo superato il concetto di genere da un bel pezzo. Ill termine elettronica vuol dire tutto e niente. Originariamente, quindi parliamo degli anni 50,  il termine era utilizzato prettamente per chi faceva uso di dispositivi elettronici per generare suono. Quindi oggi sarebbe tutta musica “elettronica”. Però siamo esseri umani comunque, abbiamo bisogno di creare categorie se no impazziamo. È più forte di noi. 

Intanto complimenti per tutto, dalle cose che hai fatto a questo disco incredibile! Ho letto che, a parte il master, hai fatto tutto tu. Quanto credi sia importante per un artista ritagliarsi del tempo per sé, trovare una strada da seguire, un filo narrativo, per sperimentare?

Grazie mille, davvero. 

Gestire bene il proprio tempo è fondamentale. Viviamo in un mondo isterico. Il musicista dovrebbe pensare a scrivere musica principalmente. Quando inizia ad occuparsene sempre meno per dedicare tempo ad altri aspetti della carriera, probabilmente di un’importanza diversa, e soprattutto dedica meno tempo alla sua ricerca personale, allora forse inizia a diventare qualcos’altro. 

Il mercato di per sé impedisce al musicista di prendersi tempo. E’ richiesto materiale musicale di continuo così come la presenza sui social deve essere massiccia ed efficace. Quindi sta al musicista in primis accettare o meno queste condizioni, accettando le conseguenze in entrambi i casi.

Personalmente preferisco prendermi il mio tempo per capire cosa voglio comunicare e come. A mio avviso le persone che apprezzano la mia musica hanno colto questo aspetto pienamente.

A proposito di sperimentazione, sono molto curioso di sapere come si susseguono i tuoi processi creativi: c’è un iter che segui sempre o la cosa è casuale? 

Non saprei darti una risposta precisa… Credo sia piuttosto istintiva la cosa. Credo ci sia un file rouge costante e riguarda la mia passione/ossessione nel voler stare dentro ai timbri. È una specie di bagno sonoro quello che faccio quando inizio a scrivere. Come prima cosa passo ore a cercare i colori che voglio utilizzare. Il come e per cosa poi fanno parte di un secondo step. Anche meno importante per me, credo. 

Mi interessa sapere la tua circa una definizione che hai dato riguardo al ruolo della voce (nella prima parte del disco)“…che vuole rimanere libera da codificazione attraverso lettere e parole”. Ecco, perchè?

Volevo provare a costruire un percorso. Una specie di evoluzione della forma. La prima parte del disco è libera da codificazione testuale perché è nata come una macro improvvisazione. Gesto e istinto. Qualcosa di primitivo da un certo punto di vista. Come un neonato che si esprime ma non sa parlare ovviamente. Usa solamente la sua capacità di emettere suono. 

Nella seconda metà dell’album in quest’ultima  “appare un testo intelligibile, eseguito da una voce solista” – come l’evoluzione del Verbo”. Come mai questo passaggio sonoro?

Come ti dicevo prima. È un’evoluzione. Non fanno parte del nucleo di improvvisazione che scrissi in un primo momento. hanno una forma e una struttura credo più elaborata, sono lo step evolutivo di ciò che è accaduto prima. Per cui la Voce si evolve di conseguenza e si esprime anche attraverso parole, attraverso codici. Manifesta se stesso con un linguaggio più “sofisticato” e credo anche più volgare. Si è evoluto ma ha perso d’altra parte la purezza primordiale della libertà dalla forma. 

Parlando invece di musica dal vivo, di concerti, com’è strutturato un tuo live? Cosa deve aspettarsi il pubblico?

È molto semplice il mio set. Non ho “astronavi” sul palco, solo lo stretto necessario per poter eseguire nella sua interezza il disco. C’è una parte di improvvisazione che cambia di volta in volta che è una cosa che mi piace fare in generale quando suono. Chi viene a sentirmi lo scoprirà. 

Ci sarà un tour in programma?

Non saprei definirlo tour. Abbiamo scelto con il mio management di non esagerare con le date perché sto lavorando molto anche sul fronte cinema e ho bisogno di tempo per poter seguire tutti i progetti con la giusta calma. Il primo live del disco è stato il 10 Giugno, data di pubblicazione dell’album stesso e lo porterò live almeno fino ad autunno. 

Il 23 giugno ho suonato per il SEI Festival. A Luglio mi aspettano il BOEM Festival e Sexto ‘Nplugged (insieme ad uno dei miei artisti preferiti, Rival Consoles).

Mi prenderò poi una pausa dal palco perchè sono stata selezionata nella giuria di Lago Film Festival. Per Settembre posso dire che sarò a Bologna al Teatro del Baraccano e allo Spring Attitude Festival.

Il tuo nuovo disco, ricordiamolo, si intitola “The disorder of appearances” ed è uscito il 10 Giugno per La Tempesta International e distribuito da AWAL. Secondo te, il vero disordine delle apparenze, è una piaga sociale o una costante che, quasi come un virus, abbiamo imparato ad accettare? 

Si, è il mio primo album, oltre un anno di lavoro tra l’altro!

Il termine apparenza ha assunto una valenza puramente negativa, ma io qui lo tradurrei più come forma, superficie. 

Consideriamo anche il disordine come qualcosa di nocivo perché non controllabile. Ma questa è la bellezza della natura delle cose, la quale sfugge al controllo dell’uomo anche se vogliamo credere il contrario. Siamo una minuscola parte di un intreccio che non riusciamo a comprendere fino in fondo. È la natura delle cose.

Ginevra, grazie mille per avermi e averci dedicato il tuo tempo. Tutti noi di Banquo vogliamo farti un grosso in bocca al lupo per la tua carriera perchè siamo sicuri arriverai veramente in alto!

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