“Mozart in the Garden”. Manuel Paruccini coreografa Mozart per l’Accademia Nazionale di Danza 

“Mozart in the Garden”, con le coreografie di Manuel Paruccini, è lo spettacolo finale degli studenti del Corso di Diploma Accademico di Primo Livello in Danza Classica dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma, diretta dalla Prof.ssa Maria Enrica Palmieri e presieduta dalla Prof.ssa Lucia Chiappetta Cajola.

Dal 24 al 26 giugno presso il Teatro Grande dell’Accademia andrà in scena questo spettacolo che coniuga la tecnica classico-accademica con la musica del genio mozartiano e che nasce da un progetto della Scuola di danza classica, coordinata dalla Prof.ssa Annamaria Galeotti, volto a concepire una sorta di class concert per gli studenti dell’Accademia. La coreografia è stata realizzata in collaborazione con la Direttrice e le docenti dell’Accademia, le Professoresse Valeria Diana,  Simonetta Secci e Clarissa Mucci.

Tra una prova generale e l’altra abbiamo intervistato Paruccini, danzatore, coreografo, già primo ballerino e Maitre de ballet del Teatro dell’Opera di Roma, Maitre della Roma City Ballet Company e Direttore Artistico del Teatro Lo Spazio. La nostra chiacchierata spazia dalla musica ‘pedagogica’ di Mozart al racconto di questa sua prima collaborazione con l’Accademia, dall’importanza del gesto danzato alla curiosità e alla passione che cerca di trasmettere ai giovani danzatori con cui lavora.

“Mozart in the Garden” è una sorta di class concert. Si tratta di una drammaturgia astratta?

Esattamente. “Mozart in the Garden” non ha una storia, non racconta altro che il lavoro dei ragazzi, è un balletto astratto. Lo definirei un divertissement. Il lavoro mi è stato commissionato dalla Direttrice dell’Accademia, la Prof.ssa Enrica Palmieri tramite la Prof.ssa Clarissa Mucci per gli studenti del Corso di Diploma Accademico di Primo Livello, indirizzo Danza Classica.

Ho scelto di usare tutti gli allievi e questa per me è stata una bella sfida perché essi provengono da vari background. Ho dovuto rendere il gruppo omogeneo ed elaborare una coreografia che si adattasse a diverse fisicità e preparazioni tecniche.

Perché  proprio Mozart?

È un autore stupendo. L’Accademia voleva una scelta vicina ai concetti di sviluppo e di crescita. Attraverso diversi studi e letture sono venuto a conoscenza del fatto che la musica di Mozart viene usata nelle vigne per la crescita delle viti e il suo ascolto è consigliato anche alle donne in gravidanza. È un autore che potremmo definire quasi ‘pedagogico’ per la capacità della sua musica di sviluppare la crescita psico-fisica dell’individuo.

Come è stata questa prima esperienza lavorativa in Accademia? Quali criticità e punti di forza hai riscontrato al suo interno? 

L’esperienza è stata assolutamente costruttiva per quanto concerne il processo creativo. Ho avuto due assistenti meravigliose, le Prof.sse Valeria Diana e Simonetta Secci e, nonostante le tante difficoltà dovute alle restrizioni-covid, l’organizzazione delle prove è stata molto funzionale così come la gestione del lavoro. L’Accademia Nazionale di Danza è un luogo straordinario con docenti eccellenti ma il suo equilibrio è purtroppo da sempre alterato dalla dicotomia tra pubblico e privato, ovviamente non per colpa dei docenti. Il suo status giuridico spesso enfatizza l’aspetto burocratico a scapito di quello artistico. Non sempre ciò che accade in un’università statale può adattarsi ad un contesto artistico. Dare risalto all’attività artistica aiuterebbe gli studenti a sviluppare ancor di più la disciplina e il rigore che l’arte coreutica già normalmente trasmette.

Dirigi il Teatro Lo Spazio. Che spazio (perdona il gioco di parole) dai alla danza nella programmazione?

È difficile dare spazio alla danza. Il teatro Lo Spazio è uno spazio privato. Non abbiamo convenzioni e gli incassi vanno divisi tra noi e le compagnie che ospitiamo di volta in volta e che hanno prevalentemente sede Roma per ammortizzare i costi. Quest’anno per la prima volta abbiamo dato spazio alla danza contemporanea con una rassegna di tre giorni nel mese di maggio; l’anno prossimo ospiteremo la compagnia Fabula Saltica che viene da fuori Roma, sperando di ampliare la programmazione. Il teatro si presta a vari tipi di creazioni. Abbiamo avuto una compagnia, Uscite d’emergenza, che ha realizzato uno spettacolo site specific in tutti gli spazi del teatro. Un altro esempio in tal senso è stato lo spettacolo di Silvia Marti, una performance sulla clorofilla durante la quale la coreografa ha trasformato il teatro in una piccola serra. Insomma, abbiamo tante possibilità ma sempre gli stessi problemi: i soldi e  soprattutto il pubblico. Quest’ultimo, in particolare, non è ancora abbastanza sensibile e maturo per fruire consapevolmente di una stagione di danza ma ci stiamo lavorando.

Nell’attività didattica c’è un insegnamento che riporti nella didattica e nella coreografia? Durante il mio lavoro al Teatro dell’Opera di Roma, crocevia di grandissimi artisti, ho cercato sempre di trovare una chiave per relazionarmi con questi ultimi e accrescere la mia esperienza professionale. Passione e curiosità per me sono la chiave di tutto. A volte ci si concentra molto sullo stile di danza più congeniale a noi stessi perdendo di vista le sfaccettature più sottili. Nei laboratori coreografici spesso i ragazzi sono influenzati da ciò che viene proposto dai media o comunque da ciò che è per loro più facilmente fruibile. Ad esempio, io invito sempre i danzatori a non soffermarsi solo sui ruoli dei principi e delle principesse, archetipi per eccellenza del balletto classico, perché esso può avere, invece, infinite altre forme. Inoltre, i più giovani mancano di curiosità, soprattutto nel contemporaneo. Per questo motivo cerco sempre di stimolare una riflessione sul movimento, cerco di far capire da dove parte il gesto, tento di indagare sulla sensazione che esso genera, mi soffermo sulla visualizzazione di un’immagine che conduce al movimento. Ad esempio proprio in “Mozart in the Garden” c’è un meraviglioso adagio, su cui Angelin Preljocaj ha creato il suo celebre Abandon, conosciuto anche come passo a due del bacio, presente nel balletto Le Parc, e che io qui utilizzo in maniera corale per gli studenti dell’Accademia. Anche in questo caso c’è un atteggiamento più languido, malinconico e poetico che deve essere riportato nel movimento sebbene più accademico. Non tutte le arabesques sono uguali, anzi, possono assumere sapori e significati diversi. Mi piace trasmettere ai ragazzi questo mio modo di sentire la musica e vorrei che ognuno di loro possa costruirsi un proprio mondo interiore mentre danza, una sorta di film. Non è detto che sia uguale al mio. L’importante è che lasci trapelare una luce.

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