Turandot in bianco e nero all’Opera di Francoforte

6 Ottobre 2026

di Emiliano Metalli

Nonostante fosse l’ultima replica di un allestimento non al debutto, il pubblico ha dimostrato enorme entusiasmo e una sorprendente partecipazione per questa Turandot, con ben tre chiamate alla ribalta alla fine dello spettacolo e applausi scroscianti fino all’ultima calata del sipario! 

La regia di Andrea Brett, ripresa da Hans Walter Richter, è essenziale, universalizzante, spoglia l’opera di tutto il folclore a cui spesso il pubblico è abituato. Minimizza i movimenti e li rende iconici, quando risultano drammatici, o ieratici, quando preferisce sottolinearne la portata simbolica, come nel caso della principessa Turandot. Aumenta la tensione violenta attraverso la lentezza – quasi un freezing – delle azioni, calando la vicenda entro i limiti di una moderna dittatura al posto del regno fiabesco. Grate, sbarre, corde, sedie e secchi, lavandini e telefoni: l’orrore della violenza burocratizzata, dove non c’è sangue né boia, ma la morte si manifesta nell’atto stesso di cadere al suolo. 

Nelle scene severe e geometriche di Johannes Leiacker il gioco dei colori si concentra sul contrasto tra bianco e nero, in uno spazio delimitato da alte pareti bianche e tende scure tagliato solo da enormi prigioni dal profilo luminoso. Scale e tavoli ne spezzano la monotonia alienante che riproduce con spaventosa adesione agli spazi delle persecuzioni politiche, ieri come oggi. 

Il contrasto cromatico ritorna identico anche nei costumi di foggia moderna ideati da Ursula Renzenbrink, laddove gli unici a vestire colori da tonalità differenti sono soltanto gli “stranieri”: Calaf, Liu, Timur. Gli altri soccombono al nero, schiacciati dalla volontà del suo opposto: il bianco candore di gelo di Turandot. Anche l’aspetto freddamente burocratico, in giacca e cravatta, dei tre ministri Ping, Pang e Pong, quasi colleghi di John Edgar Hoover o di Joseph Raymond McCarthy, sembra suggerire che la violenza – fisica o psicologica che sia – non appartiene a una singola nazione, idea evidenziata con drammaticità dalle luci di Alexander Koppelmann. E infine, persino l’Imperatore arriva a perdere i panni del figlio del cielo per vestire quelli dismessi e fin troppo abbondanti di un uomo vittima dello stesso potere a causa di un giuramento atroce.

Simone Di Felice imposta la sua interpretazione su un rigore sinfonico. Senza dimenticare l’azione e gli interpreti, egli li inserisce nel flusso orchestrale evidenziando le preziosità strumentali della partitura pucciniana, in questo assai ben assecondato dall’orchestra. Molti dei dettagli orientalizzanti passano al setaccio di una lettura ritmicamente serrata, in cui il fluire del ritmo è assai più presente dell’abbandono. Una lettura che sembra rifarsi più alle partiture straussiane che alle delicatezze eleganti dell’Art Nouveau, approdando a un espressionismo – di gesto e di intenzione, sia chiaro  – che si accosta efficacemente all’idea registica.

Il cast è omogeneo, professionale, attento alla scena e mai incline al divismo vocale neppure nelle arie più note e attese. Robusto e virile il Calaf di Alfred Kim, senza troppe sottigliezze egli affronta la parte con vibrante fraseggio. Notevole la Liù di Julia Stuart, dal timbro ambrato e dall’eccezionale talento scenico. La sua schiava non ha le delicatezze femminee che ci si aspetta da certi passaggi musicali, ma la tenacia brusca e vincente della combattente, anche nelle frasi più dolci. 

Meno convincente la Turandot di Olesya Golovneva, che inizia con un vibrato pericolosamente oscillante, ma poi guadagna terreno e porta a casa un prova mediamente buona. Non sembra una voce ottimale per il ruolo, ma nella versione ieratica che la regia ha ideato riesce comunque a trasmetterne la violenza della solitudine. In questo aiutata anche da un prologo – nuovo e appositamente aggiunto all’opera di Puccini – che focalizza l’azione sul dramma interiore, sullo stridere vocale e drammatico degli accordi più dissonanti insieme al finale privo del lungo duetto d’amore. Ne risulta una principessa che non vince se stessa per amore, ma che viene a sua sconfitta dal sentimento e precipita in una gabbia di solitudine voluta e creata nuovamente dal maschilismo patriarcale. 

Eccellenti i tre ministri, che riescono a muoversi a tempo con le indicazioni registiche e la musica senza soluzione di continuità fra i due mondi: Ping, Liviu Holender; Pang,  Sven Hjörleifsson; Pong, Andrés Agudelo. 

Molto interessante anche Thomas Faulkner che umanizza Timur grazie a un timbro profondo e dolente che fa sperare in ruoli di più ampia presenza, anche in repertori in cui i bassi non siano sempre relegati a parti di fianco rispetto alle voci acute!

Note di merito anche per l’Altoum quasi hollywoodiano di Michael McCown nella gestualità minimalista alla de Niro e il Mandarino di Erik van Heyningen, la cui voce brunita resta indimenticabile pur nella ristrettezza delle frasi musicali. 

Ottimo il coro guidato con perizia da Manuel Pujol. 

Opera di Francoforte

TURANDOT

di G. Puccini 

Conductor Simone Di Felice

Director Andrea Breth

Revival rehearsed by Hans Walter Richter

Set Designer Johannes Leiacker

Costume Designer Ursula Renzenbrink

Lighting Designer Alexander Koppelmann

Chorus Master Manuel Pujol

Children’s Chorus Master Giulio Ferré

Dramaturge Maximilian Enderle

Turandot Olesya Golovneva

Calaf Alfred Kim

Liù Julia Stuart

Ping Liviu Holender

Pang Sven Hjörleifsson

Pong Andrés Agudelo

Timur Thomas Faulkner

Emperor Altoum Michael McCown

A Mandarin Erik van Heyningen

Turandot’s Bodyguards Tomoya Kawamura / Atsushi Takahashi / Jun Azuma

Oper Frankfurt’s Chorus & Children’s Chorus
Frankfurt Opera and Museumsorchester

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