di Emiliano Metalli
Un filo oscuro unisce Lost Highway di David Lynch, la parabola umana e professionale di Robert Blake, e Desert Films, la performance teatrale – difficile definirlo solo uno “spettacolo” – che James Franco ha portato in scena a Roma in lingua inglese aprendo la stagione del teatro Ambra Jovinelli di Roma.
Un filo fatto di cinema, identità, fama e caduta, nel quale la finzione sembra continuamente confondersi con la vita reale. L’accento, in effetti, sembra cadere più sul cinema che sul teatro, per l’ipnotica presenza dello schermo e l’uso quasi esclusivo del buio e degli occhi di bue.
Un clima ottimo per restituire l’ambiente noir della vicenda – sempre che tale vicenda sia comprensibile e non solo un pretesto per una riflessione che supera i limiti del genere cinematografico – e per attrarre il pubblico verso una performance fattoriale agita dal vivo, ma quasi esclusivamente godibile grazie alla camera che proietta innumerevoli punti di vista sullo schermo.
Le canzoni aprono e chiudono la scena. James Franco appare dal buio sul palco. Faccia bianca e camera alla mano. Accanto a lui un giovane attore legato e costretto in una parte che forse non gli appartiene. O forse sì. Sembra un provino che ha preso troppo la mano, perché il clima a tratti si stempera in una ironia insolita. Ma intanto la storia prosegue e Franco insiste nel suo ruolo che termina, di fatto, nel buio e nel nulla senza che realmente sia accaduto tutto quello che viene evocato.
Nel film di Lynch, che sembra il punto di partenza ideale della performance, troviamo Fred Madison, un sassofonista intrappolato in una realtà che si frantuma progressivamente: videocassette misteriose, un omicidio, una prigione e una trasformazione inspiegabile in un altro uomo.
Al centro di questo labirinto compare il Mystery Man, interpretato da Robert Blake. Come Franco anch’egli ha un volto pallido, inquietante, quasi fuori dal tempo, capace di essere contemporaneamente presenza fisica e proiezione dell’incubo di Fred.
A entrare in crisi è l’identità stessa del protagonista e la possibilità di distinguere ciò che è accaduto da ciò che viene ricordato, rimosso o immaginato. E anche qui le identità sono confuse, inspiegabili e quasi interscambiabili. Anzi prendono una strada inaspettata quando la scena del film si tramuta lentamente nella biografia dell’interprete. Ecco allora che maschera e uomo si confondono, così come a confondersi è lo stesso giovane attore legato che non sa più chi ha di fronte e neppure chi è se stesso, in un rischioso e malvagio gioco di specchi.
Entra in ballo la morte della seconda moglie di Blake, Bonny Lee Bakley, uccisa a Los Angeles, in cui il giovane attore sembra quasi trasfigurarsi. Blake fu accusato dell’omicidio, si dichiarò innocente e nel 2005 venne assolto. Tuttavia la sua carriera ne uscì profondamente compromessa.
La vicenda trasformò il volto del Mystery Man in qualcosa di ancora più perturbante: un’immagine inseparabile dalla storia reale dell’attore che l’aveva interpretata.
È su questa sovrapposizione che insiste James Franco con Desert Films. Lo spettacolo, da lui scritto e diretto insieme a Peter Gold, riprende il personaggio di Blake e lo trasforma in una presenza teatrale, palpabile e spaventosa che affronta il giovane attore, Blaine Kern III.
Il tema assume quindi un tono diverso, non meramente biografico: diventa quello della fama come dipendenza. La vicenda si interroga sul rapporto fra un attore e lo sguardo degli altri, sul bisogno di essere riconosciuti e sulla devastazione che arriva quando quella fonte di identità viene meno. D’altronde Hollywood e le sue storie sono da sempre uno degli interessi di Franco che inserisce, infatti, molti aneddoti e dettagli di biografie dei suoi colleghi.
In questo senso, Desert Films non si rivela semplicemente un omaggio a Lynch o a Blake. È anche una sorta di postfazione al film. Lynch aveva utilizzato il volto di Blake per materializzare l’inquietudine, il doppio e l’inconscio; Franco prende quel volto e lo riporta nel mondo reale, dove la storia dell’attore finisce per contaminare il personaggio, in un dialogo senza fine. Una vicenda che accade alui, emblematicamente, ma che può accadere a tutti.
La strada che conduce da Lost Highway a Desert Films è dunque una strada circolare: dal cinema alla vita, dalla vita al teatro e dal teatro nuovamente al cinema. E al suo centro rimane quel volto bianco del Mystery Man. E una domanda: cos’è la fama e cosa accade quando viene meno?
