“Penelope” for real – REF 22

In scena al REF 2022 l’audace “Penelope”, regia e drammaturgia di Martina Badiluzzi con Federica Carruba Toscano.

Scrive Montaigne a un certo punto dei suoi celebri Essais che: «Chi sradicasse la conoscenza del dolore estirperebbe anche la conoscenza del piacere e in fin dei conti annienterebbe l’uomo». Sul filo di questo tentativo, di una prova che si alimenta delle imperfezioni connaturate all’uomo si è costruita la storia del progresso del soggetto moderno. Un soggetto assediato sì dal dubbio eppure capace di affermare sempre e di nuovo se stesso. Un numero impressionante di artisti finiscono quindi per interrogarsi su quale orizzonte si dischiuda in questo contesto per il femminile, fornendo al pubblico un’immagine raramente inedita, in qualche modo continuamente ammantata di una certa propensione per la rivalsa, seppure condivisibile, contro il sopruso reiterato nel tempo nei confronti delle donne. Un intento nobile, senza dubbio, che però lascia spazio al sospetto che la cosiddetta ‘questione femminile’ non sia stata resa altro che una moda.

E se abbiamo fatto di una questione sociale e storica della massima rilevanza un argomento ‘alla moda’, forse la ragione sta proprio in un gesto di deliberata leggerezza: nell’aver estirpato non semplicemente il dolore che la storia del femminile porta con sé ma la conoscenza legata a quel dolore e, quindi, a quel piacere senza il quale l’essere umano finirebbe per essere annientato. Che possiamo dire, allora, della “Penelope” di Martina Badiluzzi che, come leggiamo nelle note di regia, muove dalla difficile domanda «Su quale tipo di storia abbiamo formato la nostra cultura»?

Se il teatro ci ha insegnato più di ogni altra forma d’arte che sono i luoghi a dettare legge sull’urgenza di dire o meno qualcosa, già il semplice fatto di aver deciso di ambientare “Penelope” in un corridoio ci dice molto sulla natura di questo lavoro. Che si tratti di storie passate o di anime di passaggio non importa davvero, a contare è l’ambizione di dire il ‘non detto’ che, senza alcun tipo di rivalsa violenta, percepiamo in tutta la sua concretezza. Ma quale ‘non detto’ viene qui espresso? Il nevrotico proliferare di ciò che non abbiamo mai avuto prima il coraggio di esprimere che fuoriesce ora come un grido, ora come una confessione.

Nell’intreccio a volte inestricabile tra statuto presente del femminile e mito passato, della prosa di Badiluzzi non si può non apprezzare l’umiltà, la grazia e l’originalità con cui è il passato a inverare il presente e non il contrario. Spesso, infatti, si assiste alla tendenza – pur legittima nonché tipica di una certa letteratura anglosassone – di cercare le ragioni psicologiche alla base del mito. In un’epoca come la nostra, in cui l’eroismo non risulta più credibile agli occhi di nessuno, a intervenire sono le ‘ragioni di cuore’, i perché alla base di quella violenza che costantemente sembra alimentare il mito. Ma con buona pace di chi ancora si ostina a difendere l’importanza del ‘politically correct’, i grandi maestri del secolo scorso ci hanno lasciato in eredità tutt’altro tipo d’insegnamento: nel mito la giustizia non esiste, non è contemplata, perché bilancia dell’equilibrio mitico è soltanto la violenza.

E se certamente ogni evento traumatico può essere ricondotto a episodi di natura psicologica la scelta di aver delegato al corpo sulla scena, nonché a quel farsi materia dell’elemento sonoro e luminoso, libera lo spettatore dal bisogno posticcio di identificarsi continuamente con i traumi dell’eroe. E nondimeno a rendere “Penelope” uno spettacolo a dir poco intrigante è quel modo del tutto particolare di inverare il mito, di renderlo concreto e credibile sulla scena senza ricorrere a una staticità ieratica di presa di distanza dalle cose presenti.

Come avviene tutto questo? Si tratta di un gioco di squadra in fondo, in cui l’ammirevole prova attoriale di Federica Carruba Toscano è sostenuta dal lavoro raffinato e attento non solo della regia di Badiluzzi ma anche del progetto sonoro di Samuele Cestola e del disegno luci e delle scene di Fabrizio Cicero.  

Una poltrona in pelle e dei ventilatori metallici come un piccolo campo di girasoli occupano la scena in cui il mito del femminile prende corpo, in cui Penelope e Ulisse si incontrano e sovrappongono solo per un momento, circondati da un’immensa e immaginaria distesa d’acqua. E’ sufficiente uno sguardo o un gesto, qualche gioco di luce e sonoro per vedere il riflesso del passato nel mio, nel tuo, nel nostro presente; così semplice da consegnare ora allo spettatore l’onere di dover rispondere a quella difficile domanda «Su quale tipo di storia abbiamo formato la nostra cultura».

PENELOPE

12 – 13 Novembre 2022 – Mattatoio / Teatro 1

Regia e drammaturgia: Martina Badiluzzi
Con: Federica Carruba ToscanoProgetto sonoro: Samuele Cestola
Disegno luci e scene: Fabrizio Cicero
Costumi: Rossana Gea Cavallo
Consulenza artistica: Giorgia Buttarazzi
Aiuto regia: Arianna Pozzoli
Ufficio stampa: Marta Scandorza

Curatore del progetto: Corrado Russo
Produttore generale: Pietro Monteverdi

Una produzione: Oscenica
In coproduzione con: Romaeuropa Festival, Primavera dei Teatri, Scena Verticale, Pergine Festival
Con il supporto di: La Corte Ospitale, Teatro Biblioteca Quarticciolo, Carrozzerie n.o.t., Teatro del Grillo

Fotografia di Guido Mencari Photography

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