Disperati e irrestistibili. Darwin Inconsolabile

15 Febbraio 2023

Luci fredde, di neon. È in un supermercato che Darwin inconsolabile, di Lucia Calamaro, prende le mosse. Attorno a due carrelli, colmi di cibo e plastica, si svolge il nevrotico dialogo tra due figlie, un figlio e la madre. Quest’ultima (Maria Grazia Sughi), artista di Fluxus in pensione e sessantottina per gioco, minaccia la propria morte imminente, un po’ per egocentrismo, un po’ per ottenere l’attenzione di figli forse troppo presi dalle proprie quotidiane isterie. Il presunto disturbo cardiaco della madre è l’innesco di un’irresistibile serie di dialoghi a tratti sconnessi, il cui ritmo comico è incalzante è privo di cedimenti. Ricchi di invenzioni brillanti, i discorsi tra i familiari condensano, in battute secche e impietose, drammi esistenziali ed ecologici di un mondo al collasso. Li abbiamo seguiti allo Spazio Franco, a Palermo.

Da una parte le due figlie (Gioia Salvatori, Simona Senzacqua) e il figlio (Riccardo Goretti), dall’altro la madre. Un rapporto complicato, quello che intercorre tra prole e genitrice, condizionato anche dalle velleità espressive di quest’ultima. A lei Gioia (Salvatori), la figlia altrettanto artista, rinfaccia colpe di portata storica: la superficialità della contestazione, il consumismo sfrenato, la catastrofe imminente. Boomer, si dice oggi, e della peggiore sorte: boomer progressista. Fa tanto ridere Gioia, eppure lei si dispera per l’imminenza della morte che adesso l’altra minaccia, ed è l’unica a crederle davvero.

La dipartita della madre non è una morte effettiva, ma è come una morte: la donna, instancabilmente intenta a vivere come un’opera d’arte anche la propria vecchiaia, inscena una tanatosi. Con questo termine si intende l’irrigidimento fisico, la morte simulata, cui alcuni animali ricorrono in caso pericolo. Il trapasso della madre diviene un evento, l’ennesimo, al quale i figli vengono trascinati ancora loro malgrado. Circondata dai vegetali putrescenti che Gioia ha posto intorno al suo letto, e dalle opere che le stanno intorno come feticci di utopie favolose e disvelate, la tanatosi della madre significa ad un tempo la fine di quel mondo, di quei linguaggi, ma anche dell’universo così come lo abbiamo conosciuto.

I figli si affaccendano, scettici e disillusi, intorno a questo capezzale ortofrutticolo, mettendo da parte per un attimo le proprie personali incombenze. Riccardo è un maestro elementare, e i temi dei suoi allievi sono un pugno alla propria autostima; Simona (Senzacqua) è un’ostetrica con famiglia e, forse infervorata dai discorsi innescati dalla vicenda, aderisce per un attimo a un non meglio precisato movimento politico. Ma lo striscione da lei preparato è inesorabile: «Già prevedo l’inevitabile magone», decide di scrivere sulla stoffa. D’altronde, anche gli slogan hanno perduto ogni senso, così come i grandi sistemi di pensiero: l’ideologia si è frammentata nel racconto privato di ciascuno, sommersa da miriadi di ansie psicoterapiche, vissute sull’orlo dell’imminente crisi di nervi. Insomma, Darwin è sconsolato perché l’evoluzione è stata devoluzione; con buona pace di Chico Mendes, l’ambientalismo senza lotta di classe è diventato giardinaggio, e a poco possono servire le teorie vagamente new age sostenute da Gioia sull’interspecismo.

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