“Cenerentola Remix” apre al pubblico il Festival Contemporaneo Futuro

14 Aprile 2023

La fiaba di Cenerentola è una di quelle storie che, filtrata dalla lettura disneyana, sembra essersi cristallizzata nel tempo, con forme e schemi narrativi fissi, perdendo il suo originario carattere popolare, in atto, ancora, nella trasposizione dei fratelli Grimm e in quella di Charles Perrault; legittimando la figura di Cenerella come giovane donna succube di ingiustizie famigliari, sempre in attesa di aiuti esterni per salvarsi e riscattare sé stessa: un’immagine romantica, languida, da sogno, sospesa nel tempo, che poco parla alle nuove generazioni.

Tanto il classicismo con cui si legge questo racconto, che tanta era l’attesa di assistere a “Cenerentola Remix”, una rivisitazione pop e contemporanea dal taglio realistico, firmata da Fabio Cherstich, ispirata alla versione di Perrault, che non a caso ha inaugurato la terza edizione del Festival Contemporaneo Futuro al Teatro India, dal 13 al 16 aprile, uno spazio in cui ogni spettacolo «cerca di far ricordare a chi bambino non è più che a volte è importante ritornare a guardare il mondo con stupore e meraviglia» (il direttore Fabrizio Pallara).

Un obiettivo che Cherstich ha raggiunto a pieno con una regia e una drammaturgia di carattere (di Cherstich stesso e Tommaso Capodanno), ritmata da luci, suoni, coreografie e canzoni (musiche originali di Pasquale Catalano), sensibilmente immaginifica, narrativamente e scenograficamente anticonvenzionale, in cui ogni elemento tradizionalmente iconico viene ripreso e riproposto con un peso e una funzione differente; una messinscena graffiante, scoppiettante, in linea con la programmazione avanguardistica dell’India, che oltretutto ha il merito di dimostrare come la tecnologia possa essere utilizzata come equilibrato ausilio scenico, in un panorama teatrale in cui gli effetti speciali sembrano avere sempre maggior rilievo drammaturgico, a discapito della trama relegata nel ruolo di un’inespressiva cornice di contorno.

Gli attori ci accolgono già in posizione, non ci sono uccellini o topolini parlanti; la casa è un’impalcatura metallica, al suo interno un tavolo, delle sedie, un guardaroba e un letto sul quale giace una donna accudita da una ragazza: luci accese, si alza, dal bordo del palco, il narratore (Julien Lambert), in seguito nei panni del padre, e ci immerge, con le parole, nella storia che inizia a prendere forma, fisicamente, alle sue spalle.

Morta la madre (Giulia Sucapane), Cenerentola (Annalisa Limardi) non accetta la sua perdita, si lega al collo un grande orologio il cui rintocco segna il momento della quotidiana commemorazione materna; vorrebbe riaverla con sé, così, la legge del contrappasso l’accontenta, ed ecco comparire sul palco la Sucapane nei panni della matrigna, un’evil woman, egocentrica e narcisista, dispotica nei confronti del debole padre e venerata dalle due sue figlie, interpretate da Alessandro Pizzuto e Giuseppe Benvegna (rispettivamente anche Re e Principe, doppio che ha permesso loro di mostrare alla platea tutto il proprio intenso poliedrico talento); un trio dedito al culto del selfie e della bellezza esteriore, di così poca umanità che, infine, durante il ballo, diventa caricatura di sé stesso, prendendo le sembianze di burleschi burattini.

La pièce, dunque, a differenza dell’archetipo originale mostra le sfumature psicologiche di personaggi che nella cultura popolare si sono cristallizzati nella sfera del bene e del male per le loro azioni e non per i loro caratteri; dando vita ai personaggi fantasmi del padre e della madre, difatti, si concentra alternativamente sul tema attuale del rapporto madre-figlia e padre-figlio, trasformando le maschere fisse della fiaba atemporale in esseri umani storicamente definiti, con vizi e virtù, specchio di una società, la nostra, sulla quale i registi satirizzano con realistico genuino umorismo: il principe incarna le inclinazioni caratteriali tipiche degli antieroi moderni, è un timido ragazzo dallo smalto nero, impacciato, vittima di un padre narcisista, è lui a dover scappare via a mezzanotte, ed è lui a regalare la sua “scarpetta” alla fanciulla; altresì, Cenerentola, modernizzata in “Portacenere”,  non è vittima di un destino delineato dalla volontà altrui, si prende ciò che le spetta, è lei a rilevare la sua identità, liberandosi, infine, di una vita dedita interamente alla commemorazione della madre defunta.  

«Te la vuoi questa vita oppure no?» le chiede la fata, rappresentata da una voce meccanica dal dialetto romanesco proveniente da diversi elettrodomestici: un supporto magico che non è niente più di un supporto emotivo, in questa rivisitazione corporea, esaltazione della volontà di potenza e testimone di come a fare la storia sono i personaggi, e non la provvidenza.

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