Dario Battaglia e l’eroismo di un attore che guarda al futuro.

25 Aprile 2023

Intervista al giovane interprete che ha stupito nel ruolo di Valentine in” Lazarus” di David Bowie e Enda Walsh: un kolossal rock tra musica e pensiero

È considerato il testamento spirituale di David Bowie, “Lazarus”, che ha debuttato  il 7 dicembre 2015 al New York Theatre Workshop di Manhattan, in quella che è stata anche l’ultima apparizione pubblica di Bowie, scomparso poco più di un mese dopo, il 10 gennaio 2016.

Un’unica e irripetibile opera rock, in bilico tra fantascienza, poesia, esistenzialismo e sonorità preziose, che tratteggia la  storia del migrante interstellare Thomas Newton, protagonista del romanzo “L’uomo che cadde sulla terra” di Walter Tevis del 1963, bloccato sulla Terra, incapace di morire o di tornare sul suo pianeta. Dopo decenni, Thomas è diventato un alcolista insensibile, con visioni che gli mostrano cose che nella realtà non esistono.

Newton, si fa portavoce, incarnandole nella sua storia, delle tematiche costanti della musica di Bowie, come l’invecchiamento, il dolore, l’isolamento, la perdita dell’amore, l’orrore del mondo ,la psicosi indotta dai media, la morte. Temi quasi, universali, attuali che ci coinvolgono come non mai in questa versione diretta da Valter Malosti che porta per la prima volta in Italia l’opera, affidando il ruolo del protagonista ad uno dei più talentosi interpreti del panorama musicale italiano, Manuel Agnelli, il quale domina totalmente la scena, con la sua presenza, il suo carisma, le sue interpretazioni canore e anche attoriali. Non tenta mai di imitare o emulare Bowie: lo ha fatto suo, dandone una versione inedita emozionante e incisiva dei numerosi fra i pezzi più celebri di Bowie( Playlist di Lazarus: Lazarus / It’s No Game / This is Not America / The Man Who Sold the World / No Plan / Love is Lost / Changes / Where Are We Now? / Absolute Beginners / Dirty Boys / Killing a Little Time / Life On Mars? / All the Young Dudes / Always Crashing in the Same Car / Valentine’s Day / When I Met You / Heroes).  Accanto a lui sul palco Casadilego, vincitrice di X Factor 14, che stupisce per la limpidezza e potenza vocale, cristallina e dolce, la coreografa e ballerina Michela Lucenti, undici attori e sette grandiosi musicisti.

Valter Malosti con coraggio e passione riesce a fondere drammaturgia musicale, di parola e di pensiero, dando vita ad un kolossal di dimensioni “stellari”, dove ogni forma d’arte, compresa quella scenica e di movimento, trova posto, si fa strumento di un ingranaggio perfetto, di una “macchina”, un’astronave in grado di girare su se stessa e innalzarsi in un viaggio psichedelico in cui poter guardare oltre, lontano e dentro se stessi.

Uno spettacolo unico, che raramente capita di vedere in Italia, all’altezza delle grandi produzioni internazionali, nuovo, dinamico, giovane e che forse segna il corso di un nuovo modo di fare teatro che si dovrebbe iniziare ad intraprendere, senza aver paura di osare.

Concetto che ribadisce anche l’attore Dario Battaglia, che colpisce e si distingue nel ruolo del cattivo Valentine. Interprete versatile, in grado di stupire nel canto e nella recitazione, che nonostante la giovane età ( classe 1993), vanta già una brillante carriera accanto ai più grandi maestri del panorama teatrale italiano, come Robert Carsen che lo ha diretto nell’Edipo Re la scorsa estate al Teatro Greco di Siracusa.

Lo abbiamo incontrato per un sentito dialogo, riprendendo la nostra rubrica di “Impressioni attoriali”. Dario ci ha insegnato quanta passione, cura, impegno, coraggio e pazienza occorrono per vivere il mestiere dell’attore. Ma soprattutto è necessario il coraggio di credere ai propri sogni, alle proprie ambizioni, di studiare costantemente, migliorarsi, perché l’attore è un mestiere “che fa cultura”.

Forse sono proprio questi gli “Heroes” di cui canta Bowie.

We can be Heroes

We can be Heroes

We can be Heroes

Just for one day

We can be Heroes

Colpisci per la padronanza della scena, la sicurezza nel canto e l’efficacia nell’ interpretazione nei panni di Valentine, in “Lazarus”, operazione immensa e rara, se non unica in Italia. Com’è stato il lavoro nella costruzione di un personaggio così complesso , sgradevole e affascinantissimo?

Il personaggio di Valentine all’interno di “Lazarus” è una sorta di unicum rispetto a tutti gli altri. Vive sia nella realtà che nelle allucinazioni di Newton, quindi, sia a livello corporeo, che vocale, bisognava restituire una sorta di grande ambiguità. Ovviamente una ambiguità legata al ruolo che esercito, quello del folle, del cattivo della storia e, dunque, abbiamo cercato dei riferimenti che potessero fungere da ispirazione: fra tutti la figura di Joker e anche quella di Mefistofele, perché nella scena in cui Valentine cerca di corrompere l’anima Newton e di convincerlo a lasciarsi andare verso la morte, il riferimento al Faust di Goethe è abbastanza evidente. E’ stata una sfida molto ardua, perché si tratta di un personaggio complesso, ricchissimo di sfaccettature, anche se all’apparenza la sua linea è quella della distruzione della vita e dell’amore, in realtà contiene al suo interno tutti i desideri nascosti del protagonista e soprattutto il suo punto di vista nei confronti degli altri di se stesso, come avviene nella scena sulla Second Avenue con Hally. È stato bellissimo e affascinantissimo affrontare questo ruolo. 

Canti in maniera impeccabile diversi brani accanto a un gigante della musica come Manuel Agnelli. Hai potenza vocale, sei virtuoso e rock! Come ti sei approcciato al canto? E a Bowie?

Ho sempre cantato molto in teatro. Venendo dall’Accademia del Dramma Antico di Siracusa, lì il canto è un punto cardine della formazione, poiché è finalizzato alla messa in scena delle tragedie in cui il coro è fondamentale. 

Non mi ero mai cimentato sulla scena, ovviamente, con il canto rock, e questa è stata una sfida straordinaria che ho potuto esperire anche grazie ai musicisti, essendo stato la voce che li ha aiutati nella preparazione degli arrangiamenti. È stato un lavoro totalizzante, meraviglioso, che mi ha permesso di capire quali sono i meccanismi di questo tipo di canto con dei musicisti dal vivo. A Bowie ci si accosta con un grande rispetto e reverenza, essendo un grande della nostra musica e del nostro patrimonio culturale occidentale. 

È un caposaldo della musica e di conseguenza bisogna accostarcisi con grande rispetto, anelandolo e mai imitandolo, trovando il proprio modo di restituire quelle straordinarie canzoni che ha scritto e che abbiamo il privilegio di poter cantare.

La musica, da parte fondamentale della mia formazione è diventata professionale nel lavoro con Federico Tiezzi, in cui il linguaggio del canto, curato da Francesca Della Monica, è un punto cardine e fondamentale. 

Ho scoperto tantissime doti che non sapevo di aver, di avere un orecchio relativo, di riconoscere all’instante le tonalità delle melodie che studio senza il bisogno di ascoltare precedentemente la nota. Skills importanti nel percorso di un attore che canta. A livello professionale è stato un punto di arrivo durato 10 anni, per quanto riguarda la mia personale esperienza musicale, ho avuto una band al liceo che ha avuto una storia molto breve : il canto è sempre stata una mia grande passione, ma mai avrei pensato di poter arrivare un giorno a calcare le scene dei teatri italiani accanto ad una band eccezionale e a cantanti del calibro di Manuel Agnelli e Casadilego.

Ero fan di Bowie come può esserlo un ragazzo degli anni 90, cioè con una conoscenza di rimando che proveniva dai miei genitori, da alcuni consigli di amici più grandi. 

È stato un grande percorso di avvicinamento che all’interno di questo lavoro mi ha permesso di conoscere sfaccettature di questo artista che ha influenzato la nostra musica, quindi la nostra cultura e società. Non conoscevo il musical, ho scelto di non guardare la versione originale per non avere delle influenze sul mio lavoro, poiché la richiesta di Malosti era quella di discostarci dalla prima messa in scena e di ricreare un altro tipo di spettacolo. Probabilmente lo guarderò alla fine di questa lunga tournée, quando tutto sarà sedimentato e il percorso concluso.

Lazarus è un’opera complessa, onirica, fantascientifica, ma in realtà tangibilissima… Si parla di tematiche fortemente attuali e sentite, forse eterne. Di amore perduto, di solitudine, di morte, di amicizia. Quale senti più vicina a te?


Credo che il tema più fortemente travolgente di questa opera rock sia stato evidenziato da Valter Malosti durante i giorni di prove a tavolino, cioè l’idea di poter utilizzare il tempo di questo spettacolo come un tempo dilatato in cui poter posare l’occhio all’interno del momento del trapasso dalla vita alla morte. Lazarus è un’indagine straordinaria su quello che una mente in frantumi, ad un passo dalla morte, può vivere. Tutti i grandi temi, come la solitudine, l’amore perduto, sono all’interno di questo gradissimo macro-tema che è secondo me, la ricchezza straordinaria di questo lavoro.

Credo che questo sia il tema più importante insieme a quello dell’accoglienza e dei migranti. Newton è un migrante interstellare. Lazarus deriva dal nome della poetessa Emma Lazarus che scrive il poema che è inciso sulla Statua della Libertà dove si parla dell’accoglienza e integrazione, dove l’America viene vista come una terra in cui poter accogliere tutti i migranti provenienti dal mare.

“Possiamo essere Eroi, solo per un giorno” canta Bowie. Chi sono per te gli eroi oggi? E come si può essere eroi ogni giorno?

Gli eroi sono tutti coloro i quali continuano a credere imperterriti ai propri sogni e alle proprie aspirazioni in una realtà, in una contemporaneità ricca di contraddizioni e brutture che sposso sconfortare.

Io credo che eroe sia colui che ogni giorno crede che questo possa diventare un mondo migliore, siano  le persone che si battono per i diritti, che si battono per i problemi legati all’ambiente. Credo che siano coloro i quali vivono con il pensiero del futuro, di quel qualcosa che ha a che fare con chi verrà dopo di noi. In qualche modo anche Bowie lo è stato, questo testamento che è Lazarus è un po’ un monito verso il futuro: Newton è un uomo che non può morire in quanto alieno ed è un uomo che ha la possibilità di vivere il futuro senza la dimensione mortale. Io mi batto tutti i giorni per essere un eroe.

Eroe per me è anche e soprattutto l’attore, in grado di spogliarsi di se e rivestirsi costantemente di altro, senza tuttavia dimenticare se stesso, anzi portando un po’ di se nell’altro. Tu ci riesci benissimo, sei a tuo modo un eroe e a proposito di eroi sei stato il vincitore del Premio Assostampa e il del Premio Claudio Nobis come migliore attore under 35 della stagione INDA 2022 per il tuo ruolo di messaggero nell’Edipo Re di Carsen a Siracusa la scorsa estate. Anche lì tra quell’impalcatura scenica e registica imponente, ti distinguevi, spiccavi.

Quanto c’è di classico ed eroico in un’opera moderna e contemporanea come Lazarus e quanto di contemporaneo c’era in quella messa in scena al Teatro Greco?

I temi toccati da Lazarus sono giganteschi, perché sono dei grandi quesiti esistenziali che hanno a che fare con il tema della morte, della speranza, della paura, del dolore, e quindi inevitabilmente sono sovrapponibili al classico. 

Sicuramente di classico Lazarus ha anche un certo tipo di approccio strutturale e linguistico da interprete, da attore che canta: molti brani che ci troviamo a cantare presentano dei versi scritti da Bowie che sono criptici, ambigui, che sono impenetrabili. Un testo come quello di Life on Mars è ricco, è pieno di sfaccettature interpretative, e questo ad esempio è quello che si può ritrovare nei cori della tragedia, che sembrano essere di un significato nascosto e impenetrabile, perché raccontano un mondo che è quello del 5 secolo A.C. che non è il nostro. Quindi il grande interrogativo è come da interprete accostarsi a questa scrittura che può sembrare impenetrabile. Per quanto riguarda la modernità di Edipo, credo che la messa in scena di Carsen sia stata illuminante, per questo l’azzeramento dei colori, la molteplicità degli interpreti coinvolti, il numero enorme di attori utilizzati per rappresentare il coro, credo che sia un richiamo fortissimo a cosa rappresenta Edipo per noi oggi. Gli interrogativi di Edipo sono gli interrogativi nostri, della nostra società. Sul potere. E non è stata necessaria nessuna attualizzazione, un minimo riferimento atemporale sui costumi per permettere allo spettatore di andare via ricco di domande su chi è, che cos’è, quali siano stati i suoi errori. Oggi è importantissimo trovare l’origine di chi siamo e di cosa stiamo facendo nel mondo e nella nostra vita.

Tra Carsen e Bowie cosa c’è stato nel tuo percorso di attore e di uomo?

Tra Edipo e Lazarus ci sono stati periodi di studio e approfondimento, di grande conoscenza. L’ esperienza di Siracusa è totalizzante, ha riverbero nella vita di un attore e dura per mesi, perché l’idea di poter recitare ogni giorno davanti 6 mila persone in quel luogo è qualcosa di estremamente esaltante. Quando quell’avventura si esaurisce, c’è bisogno di un tempo per sedimentare tutte quelle emozioni vissute. Nonostante ciò, Lazarus è arrivato quasi subito, nel senso che grazie all’Edipo di Carsen, Malosti mi ha visto in scena e mi ha scelto per lo spettacolo. Quindi tra Carsen e Lazarus ci sono stati mesi di studio, preparazione, molto faticosi anche, che stanno portando dei frutti importanti. Probabilmente senza l’uno, non ci sarebbe stato l’altro. La cosa più bella è l’idea di poter dire di essere stato parte di due progetti così grandiosi e importanti.

Sei giovanissimo eppure già proiettato verso un percorso brillante. Cosa sogni di poter realizzare?

La più grande aspirazione che credo oggi un attore possa avere, osservando in maniera oggettiva quello che è il panorama teatrale italiano, è quella di avere una continuità in contesti così avvincenti, così importanti, come quello di Siracusa o quello di Lazarus. Invece, dal punto di vista umano, la mia aspirazione più grande è quella di riuscire ad accorgermi, alla fine di queste avventure, di quanto io come persona sia cambiato all’interno di questi viaggi, e di trovare persone al mio fianco che mi possano  arricchire sempre come è stato negli ultimi anni in tutte le compagnie in cui ho lavorato, e come in Lazarus, che è un lavoro così straordinario perché è stato pensato e realizzato da persone straordinarie: Valter Malosti, il nostro regista, Marco Angelilli che ha curato i movimenti scenici, Bruno de Franceschi che ha curato la parte vocale insieme a Andrea Cauduro, tutti i collaboratori. Ecco, penso che l’aspirazione più grande sia quella di non perdere mai il senso profondo del teatro, che è stare insieme agli altri, e avere l’obiettivo comune di donarsi al pubblico.

Quando hai capito che fare l’attore era la tua vocazione ?

In realtà il nostro è un lavoro in cui le conferme vengono spesso messe in dubbio da circostanze negative, che possono arrivare dai rifiuti che si possono avere. È un mestiere che richiede tanto rigore spirituale per poter sopportare questa altalena di sentimenti che è il teatro. Quindi la conferma di vocazione, se così si può dire, è avvenuta tante volte, come tante altre è stata anche disattesa da quello che succede. Bisogna abituarsi a non aspettare la risposta dopo i provini, a essere scevri da ogni forma di giudizio nei confronti di se stessi, lasciare che tutto vada da se. Sicuramente il momento in cui ho scelto di intraprendere questo cammino, lasciando gli studi universitari dopo il liceo, mi ha fatto capire che avrei vissuto di questo e che spero di continuare a fare nel mio futuro.

Che importanza ha avuto ed ha il tuo percorso e la tua formazione? Sei diplomato all’Accademia dell’Inda.

La mia formazione all’Inda ha avuto un’importanza straordinaria nella misura in cui quella esperienza formativa avveniva in un luogo come quello di Siracusa in cui un giovane attore che si forma è in costante contatto con il bello. Un luogo che riverbera una storia millenaria, la cui bellezza ti si offre costantemente davanti agli occhi in maniera così casuale che ti lascia a bocca aperta. Poi è una formazione che mi ha permesso di affrontare da giovanissimo la cavea del teatro greco con 6000 spettatori al giorno per 3 mesi l’anno. Sono stati anni formativi e di immissione diretta nel mondo del lavoro: abbiamo conosciuto attori più grandi e abbiamo capito dall’esperienza altrui cosa significasse il teatro e abbiamo avuto soprattutto la possibilità di guardare i grandi interpreti che si sono avvicendati in quegli anni a Siracusa, di rubare da loro il mestiere, credo che questa sia stata la cosa più importante. Oggi, invece, quegli anni di formazione mi permettono, come nel caso di Lazarus in cui tutte le arti si fondono ( canto, recitazione, danza), di esprimermi in tutti gli ambiti artistici possibili. Mi è capitato negli anni di incontrare registi e progetti in cui tutti i linguaggi venissero esplorati e farlo con così grande naturalezza: è il più grande tesoro che mi portò da quegli anni.

Quali sono i tuoi maestri, i tuoi idoli? Con chi ti piacerebbe lavorare?

Il mio maestro è stato Mauro Avogadro, lui mi ha scelto nel triennio 2013-16 all’Inda e da quel settembre di 10 anni fa è nato un sodalizio artistico che tutt’ora dura. Sono stato suo attore, collaboratore. Mauro per me rappresenta un mentore, una guida. Mio maestro è Federico Tiezzi che mi ha responsabilizzato come artista, e insieme a lui Sandro Lombardi, che mi ha permesso di osservare le molteplici sfaccettature del suo teatro di poesia, il linguaggio, il movimento il canto e quindi Francesca Della Monica, senza la quale tutto questo non sarebbe possibile e alla quale sono grato, davvero. Ho avuto la fortuna, nonostante la mia giovane età, di conoscere e condividere la scena con gli artisti più importanti del panorama teatrale: Maddalena Crippa, Peter Stein con cui ho studiato in un periodo di formazione allo Stabile del Veneto, Massimi Popolizio e Maria Paiato in Un Nemico del Popolo, Valter Malosti. Spero di poter continuare a toccare e stare al fianco dei più grandi artisti di teatro come è accaduto dall’inizio della mia carriera fino ad oggi.

La rubrica che curo si chiama impressioni teatrali. Quali sono le tue impressioni teatrali ? Che futuro si prospetta per il teatro italiano?

Vedendo Lazarus credo che si possa ancora avere la certezza di sperimentare, osare, realizzare operazioni di un certo livello…

Il futuro che si prospetta per il teatro italiano è, mi auguro, fatto di proposte che siano innovative, che siano rinnovatrici dei linguaggi teatrali, ma allo stesso tempo guardino alle drammaturgie, ai grandi testi e ai grandi temi di cui oggi abbiamo bisogno. Credo che attraverso i nuovi linguaggi ci sia proprio la necessità di parlare di cose importanti, di toccare l’anima della gente che oggi è all’inseguimento di questo tempo disgregato, che noi ossessivamente viviamo per colpa dei nostri mezzi di comunicazione, dei social network, dei cellulari, dei podcast, di raccontare le grandi storie, i grandi temi e cercare di trovare un centro nel cuore e nell’anima degli spettatori. Uno dei plausi più grandi di Malosti è quello di fare di Lazarus uno spettacolo che tocchi tutti i linguaggi possibili, una scatola che racchiude tutto: la recitazione, la musica, il canto, il movimento, il corpo, il video. Questa operazione credo sia vincente perché l’occhio dello spettatore è abituato a tanti impulsi, riesce a cogliere tanto. Credo che questa sia la strada da intraprendere.

Com’è stato lavorare con Manuel Agnelli, Casadilego ? E accanto a musicisti di questo calibro in un’opera che coniuga tutte le arti a 360 gradi?

Mi sono sempre chiesto, prima di affrontare le prove, come sarebbe stato condividere la scena con due personaggi così importanti come Manuel Agnellu ed Elisa ( Casadilego), e mi sono reso conto, solo quando li ho incontrati per la prima volta, che tutti questi interrogativi erano svaniti nel nulla. Sono due persone meravigliose: Elisa è una ragazza giovanissima, ma di una profondità disarmante, ed è la stessa profondità che poi si rintraccia nella sua voce straordinaria nel suo modo di interpretare i pezzi di Bowie, come Life on Mars, che il mio pezzo preferito di Bowie. 

Manuel, invece, è stato fantastico, ha tutte le caratteristiche e le doti di un primo attore: il carisma, il senso di gruppo, la disponibilità, la sua sete, la sua fame di lavoro per raggiungere il risultato sperato. Il rapporto con Manuel lo custodirò sempre come un regalo della vita. Mi supporta, mi esalta, è stato lui a darmi l’aiuto più grande durante un momento di difficoltà durante le prove, ha toccato dei canali dentro di me attraverso l’approccio che un cantante di quel calibro è in grado di dare ai testi. E’ stato un lavoro strepitoso e credo che sia impagabile. C’è anche l’incredulità di vederlo cantare ogni sera da dietro le quinte di poter apprender sempre di più, come faccio con gli attori.

Sei giovane e più di chiunque altro può dare consigli a un altro giovane che vuole intraprendere questo percorso… Cosa gli diresti?

Credo che oggi per intraprendere questo mestiere occorra l’ingrediente più comune, che è il coraggio, e poi tanta pazienza, non soltanto per le risposte che ci si aspetta quando si attende un lavoro, ma proprio la pazienza di riuscire a trovare il tempo per permettere una maturazione di se stessi tale che si possa affrontarlo con naturalezza. Occorre tempo, molta volontà di farlo e poi credo che sia molto importante studiare, leggere. Quello dell’attore è un mestiere che fa cultura, e questo credo che sia un passaggio fondamentale. Credo che sia importante che gli attori siano preparati in tutte le sfaccettature che questo può significare, e quindi avere la pazienza di farlo.

Dopo il debutto a Cesena, lo spettacolo Lazarus andrà in tour fino al 18 giugno:

Dal 26 al 30 aprile | Bologna (BO) | Teatro Arena del Sole – Sala Leo de Berardinis

Dal 3 al 14 maggio| Napoli (NA) | Teatro Mercadante

Dal 18 al 20 maggio| Lugano – Svizzara (CH) | LAC – Lugano Arte e Cultura

Dal 23 al 28 maggio | Milano (MI) | Piccolo Teatro – Teatro Strehler

Dal primo al 3 giugno | Ferrara (FE) | Teatro Comunale Dal 6 al 18 giugno | Torino (TO) | Teatro Carignano

Ph Lazarus: Fabio Lovino

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