PER UNA POLITICA DELL’IBRIDAZIONE. TEATRO BASTARDO A PALERMO

22 Ottobre 2023
Flora Pitrolo e Giulia D'Oro, curatrici di Teatro Bastardo. Foto di Stefania Mazzara

Giunge alla sua ottava edizione Teatro Bastardo, festival palermitano di contaminazione e sperimentazione teatrale, ricerca e linguaggi ibridi. Sotto la coraggiosa curatela di Giulia D’Oro e Flora Pitrolo, la manifestazione porta avanti un’idea «di teatro radicale, interdisciplinare e plurale». TB è un momento di riflessione politica non limitato alla sola teoria; piuttosto, alla manifestazione si accompagna una presenza attiva sul territorio attraverso varie iniziative di natura sociale. Anche quest’anno, il cartellone è ricco di spettacoli e performance legati al rapporto tra il singolo, il suo corpo, la collettività e la storia. Ricordiamo ad esempio Situazione con braccio teso, di Oliver Zahn con Emilia Guarino, presentato in prima nazionale in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia – Roma e con il Goethe-Institut di Palermo. Come risulta da comunicato, «lo spettacolo tratta la storia (artistica) di un gesto gravato: il saluto romano, il saluto olimpico, il saluto Bellamy, il saluto tedesco, il saluto hitleriano», ponendo in rilievo «il rapporto tra potere e messa in scena, e la disciplina coreografica dei corpi». Abbiamo intervistato le curatrici sulle scelte della loro direzione artistica e sui convincimenti che la sostengono.

Il Festival Teatro Bastardo giunge quest’anno alla sua 8a edizione. Come nel 2022, anno in cui avete rivestito il ruolo di direttrici artistiche, anche in questa occasione tra le parole chiave dell’offerta di TB se ne possono riconoscere due: “imbastardimento” e “inclusività”.

Queste sono parole che accompagnano TB da sempre, declinate negli anni in modi diversi perché negli anni le cose sono cambiate e cambiano: il teatro, Palermo, il mondo, e ovviamente in questo caso anche la nostra direzione artistica che porta con sé la nostra cultura e il nostro sguardo per reinterpretare il DNA del festival. Sull’imbastardimento, diremmo che quest’anno più che mai il festival è inter- e trans-disciplinare; sull’inclusività, oltre che nei temi e nella netta maggioranza di artiste e di collaboratrici del festival, senza dubbio corteggiamo un pubblico più ampio per provenienza sociale e interessi, e possibilmente anche più giovane.

Il tema di questa edizione è legato all’idea brechtiana di gesto quale punto di relazione visibile tra arte, storia e realtà sociale. Cosa significa, per una direzione artistica, assumersi la responsabilità di una scelta di questo tipo, soprattutto in una fase di generale ripiegamento nel privato e nell’individuale?

Grazie della domanda, perché va al cuore di quello che ci interessava fare con questa edizione. Da una parte torniamo a Brecht, un vecchio classico del teatro politico, ma lo facciamo attraverso lavori che chissà se Brecht avrebbe annoverato come teatro epico. Torniamo al gestus perché ci sembra uno dei suoi concetti più scivolosi e intellettualmente eccitanti, e più rimodulabili su tempi e generi diversi: questo fatto della cristallizzazione, nel momento gestico, di un’idea sociale e politica capace di attraversare tutti coloro che si trovano insieme in un certo posto a una certa ora, a teatro. Dove sono e come funzionano quei momenti di cristallizzazione collettiva oggi? La programmazione di TB23 cerca di creare le condizioni affinché quei momenti possano accadere ed essere in qualche modo compresi, sentiti. E ci sembra che durante il festival, ogni tanto, quei momenti ci siano effettivamente stati.

Una delle caratteristiche del vostro Festival è quello di coinvolgere anche aree urbane distanti dal centro, come il quartiere Arenella. Potreste raccontarci in che modo TB lavora in queste realtà? Qual è e qual è stata la risposta degli abitanti? Apertura, diffidenza? Sono pronti ad accogliere una “politica” del fare artistico?

All’Arenella facciamo Teatrino Bastardo Arenella, un progetto collaterale al festival, e collaboriamo con l’Associazione Pro Arenella, che è una realtà di resistenza senza fronzoli: unico luogo di aggregazione per adulti e bambini, unico posto sicuro senza automobili per scorrazzare liberamente, ex-discarica coraggiosamente strappata al degrado dagli associati e comunque costantemente sotto minaccia di privatizzazione. Teatro Bastardo è atterrato all’Arenella un po’ come un’astronave, ma fin dall’inizio abbiamo incontrato più curiosità che diffidenza. L’anno scorso ci siamo concentrate sui bambini, la risposta è stata buona e ci siamo tutti divertiti molto; quest’anno l’operazione è stata più complessa e più apertamente in linea con le preoccupazioni estetiche e politiche del festival: investigazione dello spazio pubblico con Emilia Guarino e Laura Strack, racconto e memoria storica degli anziani con Domenico Ciaramitaro, oppure lo spettacolo-laboratorio di Stella Lo Sardo in cui i bambini ridisegnavano “la montagna blu”, che poi è Monte Pellegrino che domina l’orizzonte visivo di quel posto. E dall’altro lato il mare, orizzonte “negato” dal paesaggio urbano, rievocato dallo spettacolo per bambini Colapesce di Nunzia Lo Presti. Per noi l’Arenella è una partita lunga, che bisogna costruire passo passo e delicatamente. Ci stiamo ancora conoscendo, ma a pelle ci siamo piaciuti da subito.

Per quanto riguarda nello specifico l’insieme di attività svolte con i e le più giovani, qual è stata la risposta nei vari contesti in cui si sono svolte le attività laboratoriali?

Non abbiamo fatto laboratori per questa edizione. Quello che abbiamo fatto è rivolgerci molto apertamente agli adolescenti e corteggiare, come dicevamo prima, un pubblico più giovane. Mentre l’importanza di una proposta per l’infanzia è generalmente riconosciuta, e attivata anche tramite le scuole e tutte le attività pomeridiane che occupano i bambini, verso i 14 anni si viene un po’ abbandonati: il pomeriggio studi, la sera esci con gli amici, magari a teatro ci andresti pure ma forse non sai ancora il dove, come e perché. Ci stiamo concentrando su quella fascia, per i quali abbiamo anche dei progetti per il 2024. Per quanto riguarda i bambini, invece, stiamo provando quest’anno dei nuovi formati in collaborazione con Dudi Libreria per Bambinə e Ragazzə che coniugano lettura, illustrazione e performance, e anche lì abbiamo molte idee per il futuro. L’idea sarebbe di offrire davvero del teatro politico per l’infanzia, che faccia anche i conti con i linguaggi del contemporaneo. 

TB stabilisce una relazione virtuosa tra diversi luoghi e diversi linguaggi. La multidisciplinarietà è un valore senz’altro positivo, perché è una chiave di lettura privilegiata per la comprensione di un contemporaneo sempre più fluido. Uno dei rischi, tuttavia, potrebbe essere quello di spaesare il fruitore meno avvezzo ai linguaggi più complessi. Come vi ponete rispetto a questa eventualità?

Fin dal 2015 Teatro Bastardo si è posto come festival di ricerca, e per noi è importante continuare a chiederci cosa significhi questa etichetta, come si declina su generi diversi e su diversi momenti storici e come le compagnie stesse intendono l’idea di “ricerca” nel qui e ora. Quindi questo tema della ricerca comprende il lavoro di tutti: il lavoro curatoriale, quello artistico e naturalmente anche quello spettatoriale. Quest’anno abbiamo creato una macchina curatoriale molto visibile nella speranza di entusiasmare gli spettatori navigati ma anche accompagnare il fruitore meno avvezzo. Ci sono dei fili che legano insieme gli spettacoli di ogni weekend, anche se molto diversi per forma o per genere, e poi c’è un piccolo sistema di eventi collaterali – conversazioni, installazioni, concerti e festicciole – che in qualche modo invitano il pubblico sia a raggruppare mentalmente esperienze artistiche differenti, sia a sentirsi parte di un discorso culturale che va oltre la fruizione del singolo spettacolo. Tutto ciò sempre con la convinzione che comunque un po’ di spaesamento può solo fare bene. 

La vostra proposta accoglie «artisti spesso tagliati fuori dalla circuitazione tradizionale». Vorreste spiegarci perché, dal vostro punto di vista, tali artisti siano tagliati fuori? Vi lancio una provocazione: e se fosse inevitabile, per l’arte che intende mettere in discussione i modelli istituzionali, trovare il proprio luogo ideale soltanto al di fuori di essi?

In realtà parlando di circuitazione tradizionale non parliamo soltanto di logiche istituzionali ma anche di logiche commerciali, o comunque di situazioni che per un motivo o per un altro sono obbligate a una programmazione più cauta, più conservatrice. Per questo parliamo spesso di marginalità strategica: Teatro Bastardo è a questo punto un festival di tre settimane che si svolge in spazi non enormi a Palermo, e rispetto a quando è nato ha intorno a sé un solido ecosistema di festival di teatro contemporaneo. Per quanto ci riguarda abbiamo la libertà, e forse anche la responsabilità, di concentrarci sulla diffusione di artisti e idee che tendono a circolare di meno.

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